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La generazione Icardi, tra dispiacere e nostalgia

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Qualsiasi tifoso dell’Inter, approcciatosi al calcio nella seconda metà del primo decennio del nuovo millennio, in considerazione di fisiologici motivi anagrafici, può ritenersi calcisticamente fortunato. Gli esponenti più adulti della Gen Z hanno potuto assistere alla vittoria di uno scudetto, lo stesso anno in cui si sono avvicinati a questo sport, seppure al telegiornale, in seguito a Calciopoli, o l’anno dopo, con lo scudetto dei 97 punti, o quello dopo ancora, e così via fino alla Champions e al Mondiale per Club nel 2010. Una generazione di interisti nati a fine anni ’90 o nei primi del 2000, immediatamente partecipe di un Triplete, evento più unico che raro in Italia. Verrebbe da pensare dunque che i protagonisti di quelle annate siano i calciatori che più degli altri hanno lasciato un segno indelebile nel cuore di questi supporter, ma per quanto possa risultare difficile da comprendere, se ci pensate bene, il calciatore dell’Inter con il quale questa generazione è riuscita maggiormente a provare emozioni – positive e negative – tipiche di una relazione amorosa, e quindi se vogliamo il più emotivamente importante, è stato Mauro Icardi.



Quando Mauro firma per i nerazzurri, nel 2013, l’Inter viene da una stagione disastrosa, a cui ne seguiranno altre sei caratterizzate da più bassi che alti. L’attacco dell’Inter aveva già trovato il suo “capitano” in Rodrigo Palacio, un grandissimo calciatore, capace di farsi amare da tutto l’ambiente in pochissimo tempo, e sulle quali spalle ricadeva dunque l’eredità degli ultimi grandi attaccanti del passato interista. Icardi non è neanche certo della titolarità, ma è da subito simpatico alla tifoseria, memore della sua doppietta allo Stadium contro la Juventus, quando vestiva la maglia della Sampdoria.

Ed è proprio contro la Juventus, che in quel frangente appare così tanto più forte e invincibile, che Icardi segna il suo primo goal in maglia meneghina. Sebbene dunque si presenti al mondo nerazzurro nel miglior modo possibile, non emerge subito nelle gerarchie di Mazzarri, che però, complice anche lo scarso rendimento di Belfodil, e le condizioni ormai inevitabilmente inadeguate ad un campionato di Serie A di Milito, compone una coppia d’attacco formidabile, affiancando l’argentino all’insostituibile Palacio. Sono pochi gli interisti che ricordano con piacere l’Inter di Mazzarri, ma ciò è probabilmente frutto di un difetto di percezione. La rosa della stagione 2013/2014 era ampiamente sotto il livello abituale dell’Inter, eppure il tecnico toscano riuscì a conquistarsi un dignitoso posto in Europa League, e a regalare, seppure a tratti, anche sprazzi di bel gioco. In particolare, il modo con cui Palacio e Icardi erano in grado di cercarsi, trovarsi, completarsi, non deve essere dimenticato, nell’euforia di nascondere quelle stagioni deludenti sotto il tappeto.

L’anno dopo l’Inter viene rilevata da Roberto Mancini, che sebbene riesca ad apportare dei miglioramenti sul piano del gioco, non riesce a mutare il rendimento della sua squadra, tutt’altro che trascinata dagli arrivi di Shaqiri e Podolski. In particolare Palacio inizia in questa stagione la sua parabola discendente, che comporterà la perdita della titolarità e un ufficioso cambio di gerarchie nei cuori dei tifosi, ormai totalmente devoti ad un Icardi capace di mettere a segno 22 goal, nonostante le palesi difficoltà strutturali di quella stagione. Anche se, in realtà, il matrimonio fra Mauro e la tifoseria dell’Inter, in particolare quella organizzata, è fin da subito tribolato: proprio quell’anno, in seguito ad una sconfitta esterna contro il Sassuolo per 3 a 1, gli ultras giunti a Reggio Emilia rifiutano la maglia di Icardi e compagni, insultando pesantemente i giocatori e ignorandone le scuse. Il nativo di Rosario, risentito, reagisce minacciando di «chiamare i sui amici dall’Argentina», riferendosi evidentemente a sedicenti loschi componenti della criminalità locale.

Per comprendere la portata di questo episodio, e come abbia comportato una rottura con la Curva Nord nerazzurra, è necessaria una digressione sulla mistificazione mediatica della figura di Icardi: Mauro è sempre stato al centro degli scandali e degli scoop relativi la cronaca rosa del mondo del calcio. L’interesse da riporre nella vita privata dei calciatori dovrebbe sempre essere prossimo allo zero, ma in questo caso un accenno è inevitabile, data l’influenza che la stessa ha avuto nel rapporto fra Icardi, l’Inter e i tifosi, oltre che sulla percezione popolare del personaggio.

La notizia che Icardi fosse oggetto e motivo della fine del matrimonio fra Wanda Nara e Maxi López, che considerava Mauro una sorta di figlioccio, ne ha condizionato l’opinione anche dal punto di vista puramente calcistico, sul piano comportamentale. Come se incappare in un intreccio amoroso, di certo intricato e spiacevole, ma del tutto umano e comprensibile, in considerazione anche del successivo matrimonio e della nascita di due figlie, possa in qualche modo influire sulla propria determinazione negli allenamenti. Icardi riesce a suon di goal e prestazioni a liberarsi da questa distorsione collettiva, ma non a mutare quell’etichetta del “bad boy” che la stampa gli cuce addosso, nonostante si stia parlando di un ragazzo giovanissimo, che accetta di crescere i figli di un altro uomo, e che vive il suo lavoro con grande dedizione e professionalità.

Non serve dunque che una scintilla, per far sì che la tifoseria si identifichi in Maxi López, come se non ci si aspettasse che un nuovo tradimento. L’occasione arriva proprio dalle scuse di Icardi, inserite nella sua biografia edita nel 2016, relative agli episodi di Reggio Emilia. La tifoseria, presa coscienza di quanto accaduto, si schiera apertamente contro l’argentino, che nel frattempo era diventato capitano, chiedendo proprio che gli sia tolta la fascia.

Tornando a quella sfortunata domenica pomeriggio del 2015, nei giorni successivi, pochi sono a conoscenza delle minacce di Icardi rivolte contro i suoi tifosi, e pertanto l’aria tesa che si respira a San Siro nel giorno di Inter-Palermo è dovuta solo ad una normale contestazione, che segue un momento negativo della squadra, ed in particolare, la reazione spropositata di Icardi alle critiche dei suoi tifosi, sebbene appunto la maggior parte dei contestatori l’abbia potuta cogliere solo in parte. Mauro quel giorno segna una doppietta, esultando in modo rabbioso, polemico, ma tanto basta per mettere fine, momentaneamente, a quello strappo. Un paio di mesi dopo, quando decide al fotofinish un Inter-Roma tiratissimo, l’argentino si va a prendere l’abbraccio dei suoi tifosi, restando in bilico sui cartelloni pubblicitari. Quell’anno Icardi si prenderà il titolo di capocannoniere, a cui seguirà quello del 2017/2018, e una prelazione sulla fascia di capitano, che indossa per la prima volta nell’agosto del 2015.



La stagione 2015/2016, vede la conferma di Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter, che inizia molto bene in campionato, grazie all’arrivo di Jovetić e Ljajić, inizialmente in grande spolvero. Ad essere meno decisivo del solito però quell’anno, sembra proprio Mauro Icardi, autore complessivamente di soli 16 goal, vittima di una discutibile gestione del reparto offensivo da parte dell’attuale commissario tecnico della Nazionale campione d’Europa. Il suo momento negativo è fotografato dalla sconfitta contro il Napoli, a novembre, per 2 a 1. Dopo un primo tempo in cui risulta inesistente, come accade spesso in quel periodo, viene sostituito all’intervallo, e la squadra, nonostante sia in dieci, ne esce effettivamente rivitalizzata. Dopo la vittoria ad Empoli a gennaio, con goal proprio di Icardi, l’Inter perde quattro giorni dopo in casa contro il Sassuolo, per poi incappare in due deludenti pareggi contro Atalanta, e soprattutto Carpi. Mancini decide così di rivoluzionare il suo attacco, lasciando intendere che dietro le sue scelte vi sia più una volontà punitiva, che dettata da ragionamenti tecnici. È altrimenti difficile spiegare come Mancini abbia potuto praticamente dimenticarsi di avere Ljajić in rosa, non di certo nuovo a situazioni di questo genere, fino ad allora trascinatore della squadra nerazzurra. Icardi si ritrova così affiancato da Éder e Palacio, rispolverato per l’occasione, ma fra i tre non sembra scoccare mai una particolare scintilla tattica, e i risultati divengono sempre più altalenanti, fino a determinare lo scivolamento al quarto posto, all’epoca decisivo solo per partecipare all’Europa League. La doppia semifinale di Coppa Italia contro la Juventus è l’unica nota agrodolce di quella stagione, oltre al derby d’andata deciso da Guarín, seppure lo storico, dato il momento, 3 a 0 casalingo rifilato ai bianconeri, non sia stato sufficiente a garantire il passaggio del turno, infrantosi sulla traversa colpita da Palacio nei calci di rigore della gara di ritorno.

Dopo la tennistica sconfitta contro il Tottenham in amichevole, Mancini nell’estate del 2016 interrompe la sua seconda esperienza professionale in nerazzurro, e la dirigenza punta su Frank de Boer, che però non risulta all’altezza, venendo presto avvicendato prima temporaneamente da Vecchi, e poi da Pioli, a sua volta sostituito dallo stesso Vecchi a fine campionato. L’unico lascito positivo del tecnico olandese è la vittoria per 2 a 1 contro la Juventus, che in campionato non arrivava dal 2012 e in casa dal 2010. Icardi segna il goal del momentaneo 1 a 1, confermando un’indole particolarmente predatoria verso i bianconeri, colpiti, solo in maglia nerazzurra, per ben sei volte dal mamba argentino. Anche grazie a tale prolificità contro i torinesi, e a quella dimostrata in generale, è in questa stagione che Icardi e l’Inter si fondono definitivamente in una cosa sola, inducendo i tifosi a identificare l’Inter stessa in Icardi e a provare un legame interiore e personale verso l’allora capitano nerazzurro, i cui goal avevano un sapore diverso, più profondo – e tutto ciò, appunto, appena dopo aver superato un’annata complicata, in cui la sua scarsa mobilità ne aveva fatto un capro espiatorio per l’improvviso declino di metà stagione. Ciò che gli si contestava era un atteggiamento troppo passivo rispetto alla manovra, e dunque un baricentro eccessivamente rivolto verso l’area di rigore. Mauro però, soprattutto a cavallo fra il 2016 e il 2018, trasforma questo difetto in una caratteristica distintiva, confermandosi un predatore micidiale, e riuscendo, allo stesso tempo, a inserirsi maggiormente nel giro palla.

Quell’anno Icardi fu più che in altre occasioni una luce nel buio, un motivo per continuare a restare incollati domenica dopo domenica al divano, nonostante un campionato fallimentare e una campagna europea tragicomica. Mauro segnerà 24 goal in Serie A, fra cui una tripletta all’Atalanta e il suo primo goal in un derby. Non può razionalmente esistere un solo altro motivo per ricordare con nostalgia quei momenti, se non la presenza di Icardi in campo.



L’apice della sua esperienza nerazzurra fu però l’anno successivo, quello dell’agognato ritorno in Champions League, grazie alla folle e incredibile vittoria sulla Lazio, diretta concorrente per il quarto posto, all’ultima giornata. Partita, che per un discorso simile a quello qui affrontato su Icardi, sebbene per importanza e qualità sia imparagonabile alla semifinale di Champions vinta contro il Barcellona nel 2010, o alla finale stessa, per molti interisti nati a cavallo fra il secondo e il terzo millennio dopo Cristo, è probabilmente la partita dell’Inter che ne ha comportato il maggiore dispendio emotivo, e che più di ogni altra, ancora oggi ne provoca euforia al solo pensiero. Nel 2017/2018 Icardi si laurea nuovamente capocannoniere, con addirittura 29 goal, una tripletta in un derby e un goal splendido nella controversa sconfitta casalinga contro la Juventus, e in generale si mette in luce per una qualità e spettacolarità, sia dal punto di vista tattico, che del gesto tecnico, mai ammirata prima. Contro la Sampdoria, dapprima all’andata segna un goal al volo da posizione complicatissima, per poi ripetersi al ritorno con un gesto tecnico simile, e un colpo di tacco furbo quanto ben eseguito.

L’iconica tripletta nel Derby della Madonnina del 2017

Spalletti ne esalta evidentemente le qualità, rendendolo un centravanti letale, e allo stesso tempo capace di venire a legare la manovra sulla trequarti, fondamentale da sempre considerato la sua pecca, carenza che tra l’altro sembra essere tornata a caratterizzarne le prestazioni da quando è a Parigi, spesso fuori dal gioco, eppure, non per questo, meno decisivo quando chiamato in causa.

Di contro, il 2018/2019, l’ultimo anno di Icardi nell’Inter, è anche il peggiore. Non tanto dal punto di vista tecnico o emozionale, nel primo caso basti ricordare il tiro al volo con il quale segna il suo primo goal in Champions League, contro il Tottenham, e nel secondo il colpo di testa geniale con il quale decide all’ultimo minuto un derby d’andata tesissimo, condizionando l’uscita di Donnarumma.

Ciò che ha influenzato drasticamente il suo rapporto con la società quell’anno, fu la richiesta di un cospicuo aumento, forse però adeguato all’importanza che l’argentino aveva assunto nel mondo Inter.

I dubbi sulla veridicità dell’infortunio al ginocchio che lo ha tenuto lontano dai campi per settimane, in particolare dalla decisiva gara di ritorno contro il Francoforte, e le controverse e provocatorie dichiarazioni di Spalletti, hanno in modo inscindibile comportato la rottura anche con la tifoseria, e la perdita della fascia di capitano, in favore di Handanovič. Tristemente, anche a causa delle sue – discutibili – uscite mediatiche, l’ambiente individuò in Wanda Nara, moglie e agente del giocatore, la causa di quanto stava accadendo, additandole epiteti sessisti e offensivi, dando via a una campagna d’odio del tutto ingiustificata, se mai un atteggiamento di questo tipo, possa considerarsi giustificabile. Quanto accaduto, e il suo conseguente trasferimento in Francia, non può suscitare rancore e livore nell’interista profondamente innamorato di Icardi, ma solo profondo dispiacere e forte delusione. Anche se è inevitabile pensare che l’argentino abbia profondamente sbagliato in alcune scelte, nessuno di noi ha gli strumenti e le conoscenze per poter dire come andarono davvero le cose. Nonostante questo, la gran parte della tifoseria sembra avere una netta e chiara visione d’insieme, lasciando dubbi e rimasugli di nostalgico affetto solo in quei tifosi scherzosamente definiti “vedove d’Icardi”.

In ogni caso, le critiche calcistiche piovute su Icardi negli anni sono quantomeno ingenerose e frutto di una visione parziale della realtà. Il più delle volte gli si imputa di non essere stato all’altezza dei grandi attaccanti del passato, e nonostante questo con i suoi 124 goal è il giocatore dell’Inter ad aver segnato di più dai tempi di Altobelli. È ovvio che Icardi non sia Ronaldo, né Ibrahimovic, ma non erano queste le aspettative. L’Inter in cui ha giocato Icardi era ampiamente sotto quella che supportava i due campioni sopracitati, da Zanetti a Maicon, da Simeone a Stanković e così via. Quindi per quale ragione per il centravanti sarebbe dovuto essere diverso?

Allo stesso modo è ovvio ritenere l’arrivo di Lukaku un salto di qualità, ma l’Inter di Conte era in sé un passo in avanti, con gli exploit di Barella, Bastoni, Hakimi, Lautaro e compagni. Analogamente, ci si aspetta da Džeko che ricopra le orme del belga, in un circolo vizioso di aspettative impossibili da ripagare.



Importanza e significato

Agli occhi di un qualsiasi tifoso nerazzurro nato prima degli anni Novanta, approcciatosi al calcio magari grazie a Ronaldo, a Vieri o ad Adriano, o addirittura cresciuto con Rummenigge e Aldo Serena, Icardi è un giocatore come un altro, anzi un gradino sotto l’abituale, e questo è innegabile.

Nemmeno chi lo ha adorato può negarne i limiti tecnici rispetto, ad esempio, a Zlatan Ibrahimović, a Diego Milito, o ancora a Samuel Eto’o. A rendere dunque Icardi così speciale è il momento in cui è arrivato all’Inter e quanto tempo ci è rimasto.

Gran parte della Generazione Z di fatto può dire di esser cresciuta con Icardi. Quando si è bambini o preadolescenti è quasi tutto meraviglioso, e il calcio è stupendo, onirico ed epico. I calciatori ci sembrano dei giganti irraggiungibili e lontanissimi da noi, perché anche il più giovane ragazzetto ci precede di dieci anni. La loro umanità è più simile ad una natura divina, eroica. Ma questo infantilismo, rende le emozioni più sfumate, meno intense, anche guardare un derby è in fondo solo un gioco. Inoltre l’inevitabile incedere del tempo conferisce ai ricordi dei nostri giorni da bambino una patina di estraneità, come se si sia trattato di un’altra persona, morta con l’iscrizione alla scuola superiore. In altre parole, chi, come dicevamo all’inizio, si è approcciato al calcio con le vittorie degli scudetti e del Triplete del 2010, era di fatto troppo piccolo per poter associare l’impresa di Mourinho agli anni più limpidi della propria esistenza. Quando Mauro arriva a Milano, invece, è la fase della vita dove la mente è quasi quella di un adulto, capace di cogliere tutte le implicazioni di ciò che fa e osserva, e dunque di godere della realtà, anche sotto forma di una partita di calcio, meglio che in passato.

Allo stesso tempo però, chi più, chi meno, conserviamo ancora quella ingenua spensieratezza, che ci abbandonerà con l’incedere della vita universitaria o lavorativa. I problemi scolastici, amorosi o con i nostri amici, ci sembrano enormi, ma non sono ancora capaci di gettarci in uno stato di disillusione.

È il momento perfetto per essere tifoso. Una fase in cui l’amore per la tua squadra è viscerale, profondo, a tratti prioritario, e Icardi, per gli interisti, era l’antropomorfizzazione di questa ossessione passionale. Con il passare degli anni, si inizia a dedicare sempre meno tempo alla propria squadra, nei propri pensieri, nelle proprie priorità. Una vittoria o una sconfitta finiscono per condizionare meno l’umore e le scintille, i momenti di ricercata follia, divengono sempre meno, e meno intensi. L’amore resta, per sempre, certo, ma l’idolo diviene sempre più uomo, e l’entità astratta sempre più società.

Un giocatore come Romelu Lukaku, seppure immenso, non avrebbe mai potuto sostituire ciò che Icardi è stato per questa generazione, l’ultima certezza, l’ultimo filo con gli anni più belli e spensierati della propria vita. In pochi considerano più iconica la foto di Big Rom che bacia la bandierina dopo il 4 a 2 al Milan, di quella di Icardi che mostra a tutto San Siro la sua maglia, dopo aver demolito da solo i cugini.

Forse un giorno, raggiunte le tanto agognate stabilità economiche ed emotive, questa generazione troverà finalmente la sua nuova guida, capace di farla emozionare ancora come quando si scriveva ‘Mauro Icardi‘ sui banchi di scuola.

Leggi anche: L’influenza dell’Inter, dalla cultura pop alla musica indie



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