Inter 2007

Fonte immagine: Luigi Inter, via Wikimedia Commons | CC BY 2.0 Generic

Storia dell’incontrastabile Inter del 2007

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La storia dell’Inter è senz’altro costellata da numerosi successi e una certa continuità, essendo, con un massimo di diciotto anni, la squadra ad aver impiegato meno tempo a ritornare al vertice del nostro campionato, fra un scudetto e l’altro. Tuttavia, a causa dei propri errori, di tragiche contingenze e di condizioni ambientali avverse, in seguito allo Scudetto dei record del 1989, i nerazzurri vanno incontro ad un lungo periodo di subalternità, che si allunga al punto da sembrare infinito. Lo Scudetto del 2007 e le vicende che lo precedono sono dunque la scintilla che riporta l’Inter in superficie, configurandosi come il primo vero spartiacque fra inferno e paradiso, il primo capitolo di un ciclo vincente durato fino al 2011.


La rivoluzione post-Calciopoli

L’Italia calcistica si avvicina all’inizio del campionato 2006/2007 dopo l’estate più turbolenta ed emozionante di sempre. Poche settimane prima la storia del nostro calcio cambiò in modo indelebile con ripercussioni ancora oggi visibili. In seguito allo scoppio dello scandalo di Calciopoli, numerose squadre italiane vengono accusate di aver influito sulle designazioni arbitrali e perfino sulle scelte arbitrali stesse, condizionando i risultati delle partite. A destare maggiore clamore è il coinvolgimento di Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina, che rischia di affondare il sistema calcio nazionale per anni. Alla fine si opta per una “linea morbida” volta a preservare la competitività internazionale della Serie A, che privata delle sue squadre maggiormente blasonate avrebbe chiaramente proposto in Europa realtà strutturalmente incapaci di ambire alla vittoria finale. Non a caso il Milan verrà penalizzato con un ammontare di punti in meno comunque sufficiente a garantirle la qualificazione alla Champions League dell’anno successivo, che i rossoneri vinceranno. La squadra che riceve la pena maggiore è la Juventus, che viene relegata in cadetteria, gravata da trenta punti di penalità – poi ridotti a nove –, per la prima volta nella sua storia. Lo Scudetto 2004/2005 le viene revocato, mentre quello del 2005/2006 viene per giunta assegnato d’ufficio all’Inter, che torna Campione d’Italia dopo diciotto anni.

Sulla scia di quegli eventi, come già accaduto in passato, l’Italia trova la forza di reagire e rialzare la testa, vincendo i Mondiali tedeschi del 2006, così da bilanciare le tonalità agrodolci di quell’estate – le sentenze arrivarono dopo il Mondiale, ma già prima della fine della stagione era emersa la vicenda.


È Inter contro sé stessa

Ai nastri di partenza del nuovo campionato la situazione è surreale. Una Serie A amputata della Juventus è difficile da immaginare, privata del Derby d’Italia e di tante altre sfide ricorrenti tanto quanto il giorno di Natale. Sul Milan pesano invece otto punti di penalità. In generale la gerarchia delle favorite alla vittoria finale è profondamente mutata dagli anni precedenti. Sono forse solo Roma e Palermo, in considerazione della penalità che affligge i rossoneri, ad avere un undici idealmente e lontanamente in grado di impensierire la squadra che più ha potuto trarre vantaggio da quanto accaduto: l’Inter.

I nerazzurri si presentano al nuovo campionato come una corazzata priva di rivali e dalla strada spianata, la cui unica vera minaccia è la storica capacità di farsi male da sola. L’immagine collettiva dell’Inter richiamata dalle barzellette dell’epoca, dall’autoironia dei suoi stessi tifosi e dalle prese in giro degli avversari è quella degli eterni secondi, come se la sconfitta fosse inevitabile, quasi vincolata da un maleficio. Percezione dovuta da diciotto anni di digiuno, con il palmarès bloccato a tredici scudetti, numero considerato sfortunato dalla tradizione popolare, e da veri e propri harakiri sportivi come la sconfitta contro la Juventus, il pareggio contro il Piacenza e la sconfitta contro il Bari nelle ultime quattro giornate del campionato 1997/1998 e lo Scudetto perso il 5 maggio del 2002 a Roma, nel celebre 4 a 2 incassato dalla Lazio.

Per scongiurare questa ricorrenza, l’Inter non punta ad essere più forte delle altre ma a condurre un campionato a parte. L’ambizione mai nascosta è in realtà quella di portare a Milano la Champions League dopo quarant’anni, e il perseguimento di tale obiettivo è evidente nel processo di costruzione della rosa.

Mister Roberto Mancini conferma tra i pali Júlio César, portiere brasiliano che, dopo un prestito al Chievo, inizia lentamente a guadagnare minuti nella stagione appena scorsa, fino a conquistare la titolarità, ai danni di Francesco Toldo, in una fisiologica fase di transizione. Non si è ancora rivelato come una certezza, ma l’attuale commissario tecnico della Nazionale italiana non sembra nutrire dubbi sulle sue qualità. A completare il reparto troviamo l’uruguaiano Fabián Carini e Paolo Orlandoni.

Il reparto difensivo è composto da Iván Ramiro Córdoba – centrale colombiano di soli 173 centimetri, ma che ha negli anni dimostrato di poter rivaleggiare con qualsiasi avversario –, Walter Samuel – difensore argentino soprannominato ‘The Wall‘ –, Marco Materazzi – fresco di un gol nella finale dei Mondiali –, l’argentino Nicolás Burdisso e il giovane Marco Andreolli, aggregato dalla Primavera. I terzini titolari nelle idee dell’allenatore provengono dal mercato. Si tratta di Maicon, un brasiliano pressoché sconosciuto al calcio italiano, e Fabio Grosso, che ha appena segnato il rigore decisivo a Berlino. Completa il reparto Maxwell, altro brasiliano molto tecnico e offensivo.

Il capitano, Javier Zanetti, può essere impiegato sia da terzino che da centrocampista, nell’angolo destro del rombo manciniano, di cui Esteban Cambiasso è invece la base, essendo un incontrista dall’ottimo senso della posizione, in una zona del campo che ne limita le possibilità d’inserimento ma di certo non il dinamismo e i tempi di gioco. Anche il nuovo arrivato Olivier Dacourt, quando impiegato, avrebbe dovuto assumere la posizione di vertice basso del rombo, in modo da arginare gli attacchi frontali degli avversari.

Sulla trequarti si staglia il giocatore di maggiore classe di tutta la rosa: Luís Figo. Il portoghese permette a Mancini di completare il suo rombo, reinventandosi in quel ruolo nonostante l’età avanzata. A dargli respiro sarà Mariano González, acquistato proprio per questo compito. Dejan Stanković è senz’altro l’elemento più duttile a disposizione del tecnico di Jesi, che può impiegarlo in qualsiasi zona del centrocampo. Il serbo, dotato di un tiro dalla distanza preciso e potente, dà sempre l’idea di poter tirare fuori il coniglio dal cilindro. Santiago Solari, ex madridista, è la riserva di lusso. Un reparto già di per sé completo e fortissimo, viene impreziosito dall’arrivo dalla Juventus di Patrick Vieira, esperto tuttofare francese, potente fisicamente e in grado di coprire zone di campo inaccessibili ai più.

La rivoluzione avviene in attacco, dove l’Inter conferma Julio Ricardo Cruz – ormai uno dei giocatori simbolo di questo club, sempre in grado di togliere le castagne dal fuoco con i suoi gol –, e Adriano – sulla carta uno dei centravanti più forti del pianeta, ma in una fase estremamente complessa della sua vita, che ne condizionerà tutto il resto della carriera. Torna in nerazzurro Hernán Crespo, classica punta argentina intelligente e letale, viene acquistato il greco Lampros Choutos e soprattutto arriva Zlatan Ibrahimović, l’uomo del momento, strappato ad una Juventus retrocessa e predata dal mercato. Il lato romantico è rappresentato da Álvaro Recoba, il fuoriclasse parzialmente inespresso e frenato dagli infortuni, pupillo di Massimo Moratti.


Il cammino dei nerazzurri

La stagione si apre il 26 agosto con un trofeo: la Supercoppa italiana. Tuttavia portare a casa la vittoria contro la Roma di Spalletti non fu affatto semplice, e i capitolini mostrarono che sarebbero potuti essere gli avversari principali dei nerazzurri nella corsa scudetto. L’Inter quella sera darà vita a una delle rimonte più clamorose della sua storia, ribaltando lo 0-3 iniziale dei giallorossi firmato da Amantino Mancini e dalla doppietta di Aquilani in poco più di mezzora, in un 4 a 3 finale, figlio di una reazione che la Roma non poteva essere capace di reggere. Vieira si presenta subito ai suoi nuovi tifosi con una doppietta, come Crespo con il gol del momentaneo 2 a 3. Quello che resta negli occhi dei tifosi è la ferocia con il quale il francese e l’argentino scagliano in porta i palloni che conducono l’Inter al pareggio. Riequilibrata la partita, nei supplementari l’agonismo fa spazio all’immensa eleganza di Figo, che con una punizione a foglia morta regala all’Inter la prima coppa della sua stagione.

Il campionato si apre all’Artemio Franchi di Firenze, il 9 settembre. La Fiorentina, anch’essa rallentata da una pesante penalizzazione, è comunque una delle compagini più ostiche del torneo. L’Inter ha così l’opportunità di dare il primo assaggio del suo strapotere, chiudendo la pratica nei primi quaranta minuti con una doppietta di Cambiasso. Dopo un’ora di match, Ibrahimović segna il suo primo gol dell’esperienza nerazzurra, con una girata sul secondo palo che lascia presagire l’unicità del suo bagaglio tecnico. Luca Toni, più volte accostato ai nerazzurri in estate, rimette la Fiorentina in partita nel giro di dieci minuti, ma non è sufficiente a riportare le cose in parità.

Dopo un difficile pareggio strappato in casa della Sampdoria grazie solo ad un autogol di Bonanni a dieci dalla fine, l’Inter vince il primo scontro diretto della stagione grazie a una serpentina di Crespo in area di rigore, che condanna la Roma alla sconfitta casalinga.

Il 28 ottobre, in occasione della nona di campionato, è il giorno del Derby di Milano. L’Inter arriva a quella partita non del tutto appagata dal percorso fino ad allora intrapreso, frenata da qualche pareggio di troppo. Dopo il 4 a 3 casalingo contro il Chievo, in cui i veneti sono stati capaci di tornare in partita dopo uno svantaggio iniziale di 4 a 0, l’Inter si ferma a Cagliari sull’1 a 1, batte il Catania in casa 2 a 1, grazie a una doppietta di Stanković, per poi essere nuovamente bloccata, in casa dell’Udinese, sullo 0 a 0. Una netta vittoria per 4 a 1 sul Livorno precede la sfida contro il Milan.

L’inizio dei nerazzurri è travolgente. Dopo soli 17 minuti, Crespo gira di testa la palla alle spalle di Dida su sviluppo di calcio di punizione. Passano pochi minuti e Stanković infila dalla distanza un bolide sotto l’incrocio che taglia le gambe agli avversari. All’inizio del secondo tempo Deki imbecca Ibrahimović in area di rigore, Nesta si getta in scivolata alla disperata, ma lo svedese lo supera con uno scavino fantascientifico per poi insaccare al volo il pallone in rete. Quando Seedorf riapre la partita tre minuti dopo, l’inerzia non sembra però essere mutata ed infatti Materazzi di testa segnerà l’1 a 4 che chiude virtualmente la partita. Solo che nell’esultanza si porta la maglietta sulla testa, scoprendo la scritta «auguri Davide» su una canottiera, sufficiente per l’arbitro per gravarlo della doppia ammonizione che gli costa il ritorno anticipato negli spogliatoi. La reazione del Milan è furente, e con Gilardino e Kakà si porta sul 3 a 4, ma è troppo tardi. Emblematica l’immagine di Maicon che scaglia via tutta la paura dopo aver sentito il triplice fischio.

Da quel momento l’Inter non si ferma più e dopo aver risolto le pratiche Ascoli, Parma e Reggina, grazie anche all’unico gol stagionale di Zanetti nella prima delle tre sfide, il 26 novembre è attesa al Barbera di Palermo, per il big match del campionato. Le due formazioni sono appaiate in testa alla classifica, e il compianto Maurizio Zamparini è certo: «4 a 1 per il Palermo». Le cose andranno però diversamente, e non poteva essere che così, quando in rosa hai Zlatan Ibrahimović, capace di bucare Fontana da 25 metri. Sarà Vieira a fissare il match sull’1 a 2 finale, dopo il gol rosanero di Amauri.

Quella sera l’Inter mette nero su bianco che né la Roma, né il Milan e né di certo il Palermo, avrebbero potuto pensare anche solo di contrastarne il cammino, e per chiarire il concetto saranno diciassette le vittorie consecutive. La striscia di successi si interrompe in casa contro l’Udinese, dove l’Inter non va oltre l’1 a 1 casalingo. Bisognerà invece aspettare il 18 aprile, nel recupero contro la Roma, per vedere i nerazzurri incappare nell’unica sconfitta di quel campionato, sul punteggio di 1 a 3. Nell’ordine prima dello stop contro i friulani, l’Inter spazzerà via Siena, Empoli, Messina, Lazio, Atalanta, Torino – in una partita che vedrà Ibrahimović segnare un gol al volo da posizione estremamente laterale –, Fiorentina, Sampdoria, Chievo – partita in cui Adriano, sebbene fosse già rientrato nelle gerarchie d’attacco e avesse già gonfiato la rete in un paio di occasioni, segna un gol di una tale bellezza che lo porta a commuoversi –, Cagliari e Catania.

A questo punto lo Scudetto è ormai cosa fatta, e infatti arriverà già alla trentatreesima giornata, nel 2 a 1 esterno a Siena, che finalmente darà via alla festa dopo tanti anni di attesa e tante delusioni. Se per l’Inter quello dell’anno prima era stato «lo scudetto della giustizia», quello del 2007 fu «lo scudetto del sudore», o almeno così definirà Mancini i suoi primi due campionati vinti da allenatore.

Nel mezzo l’Inter si toglie la soddisfazione di battere i cugini anche nel girone di ritorno, per 2 a 1, ribaltando il doloroso vantaggio iniziale di un Ronaldo sommerso dai fischi, uno dei momenti più atroci per chi, fra i tifosi nerazzurri, ha avuto la fortuna di sostenerlo e ammirarlo con i propri colori addosso.



Ingranaggi perfetti per una macchina perfetta

Quella costruita da Mancini è una macchina. A cominciare dalla porta, dove Júlio César che in futuro sarà rinominato ‘l’Acchiappasogni‘, inizia a destreggiarsi fra i migliori portieri del campionato. Il marchio dell’allenatore è il rombo, punto focale del 4-3-1-2 di Mancini, mutuato dal 4-4-2 iniziale e a volte ridefinito in un 4-2-3-1, in realtà leggere varianti di un sistema tattico ben determinato. Punto di forza della difesa è Marco Materazzi, galvanizzato dalla centralità guadagnatasi nei Mondiali, si prende il ruolo di rigorista e di anima dello spogliatoio, un senatore sporco e innamorato della maglia, che chiuderà la stagione con dieci gol all’attivo, richiamando la figura dell’appena scomparso Giacinto Facchetti.

Il gioco è rapido, verticale, finalizzato al totale annichilimento dell’avversario. Non è raro che l’Inter si sia ritrovata dopo non molto in vantaggio di due o tre reti, per poi vedersi rimontata quasi fino al punto di rischiare di chiudere la partita in pareggio, e il Derby d’andata ne è un esempio lampante. La sensazione è che Mancini chiedesse ai suoi di schiacciare gli avversari fin dall’inizio della partita, e questo non deve essere stato un particolare problema per i suoi interpreti, fisiologicamente poi meno efficienti e capaci di dominare la reazione dell’avversario nel corso del match. Il più delle volte però l’avversario la forza di reagire non l’ha avuta ed è anche complesso ricercare motivazioni tattiche nella superiorità dell’Inter, talmente evidente ad occhio nudo e in termini di valore complessivo.

Certamente la funzionalità del modulo prescelto è dipesa dalla enorme duttilità dei centrocampisti a disposizione di Mancini. Vieira, Cambiasso e Dacourt sono tutti giocatori in grado di spezzare l’offensiva avversaria e ribaltare la manovra, e giocando in media una ventina di partite a testa, hanno potuto dare mostra di queste loro qualità in diverse zone del campo, garantendosi anche occasioni di inserimento nella fase offensiva.

Maicon, Zanetti, Figo e Stanković sono i giocatori chiave. Il brasiliano è capace di qualsiasi cosa: difendere, crossare, fare gol, dribblare. Nel complesso ci sono voluti anni per ridare alla fascia destra nerazzurra la credibilità che Maicon garantiva. Zanetti non ha bisogno di presentazioni, centrocampista totale, impiegato spesso da terzino sinistro per permettere a Mancini di schierare insieme Cambiasso o Dacourt, Vieira, Stanković e Figo. E ciò significa che giocatori del livello di Maxwell e Grosso sono stati impiegati per poco più di venti partite. L’apporto di Dejan Stannković è ben visibile non solo dai sei gol segnati, ma dalla bellezza degli stessi, e in generale da un’attitudine che negli anni successivi al suo ritiro ha fatto sospirare i tifosi nerazzurri: «ci vorrebbe uno come Stanković».

Ci perdoneranno Crespo e i suoi quattrodici gol, la sua determinazione, la sua regia offensiva e la sua decisività, ma il simbolo incontrastato dell’Inter che nasce in quegli anni è Zlatan Ibrahimović. Il suo apporto non è riassumibile nei quindici gol con cui chiude la stagione. Zlatan gioca un calcio che fa innamorare ed è un divo, uno showman, in grado di non uscire mai dal personaggio e di trasmettere sempre l’idea che se lui è in rosa lo Scudetto è una formalità. E questo Zlatan è il primo Zlatan, quello autentico, che forse non era nemmeno tanto personaggio, ma un’onesta rappresentazione dell’arroganza vincente.

Ibra è alto, è potente, il suo tiro è forte, è preciso. È veloce, ha visione, segna e regala assist. A volte lo vedi raggiungere la palla in aria con colpi di tacco e uncinate, niente meno che mosse di taekwondo riadattate al calcio. Un giocatore infinito nella migliore fase della sua carriera, come lui stesso affermerà in futuro.


Bilancio di una stagione fuori dalla norma

L’Inter chiuderà la stagione con 97 punti, record per l’epoca, battuto solo dalla Juventus del 2014 che ne collezionò 102. Con 33 gare utili consecutive che sarà record assoluto nel campionato a venti squadre, fino al 2012, quando la Juventus di Antonio Conte sarà capace di chiudere il campionato senza perdere neanche una partita. Anche le 30 vittorie complessive e le 15 esterne saranno da record. Ma soprattutto quel campionato si ricorda per le 17 vittorie consecutive dei nerazzurri, record tuttora imbattuto in Serie A.

Tuttavia i nerazzurri non riuscirono a traslare il loro dominio interno in Europa. Già le sconfitte contro Sporting Lisbona e Bayern Monaco nei gironi avevano gettato ombra sulle ambizioni europee dell’Inter. Fu però qualcosa di molto più rocambolesco di una sconfitta a estrometterla, agli ottavi, dalla massima competizione europea: un doppio pareggio. Dopo lo 0 a 0 rimediato al Mestalla contro il Valencia, gli spagnoli strappano un 2 a 2 esterno che condanna l’Inter all’eliminazione per la regola del gol in trasferta. Quello che succede dopo è caos allo stato puro. Navarro, difensore dei valenciani, decide a fine partita di sferrare un pugno sul volto di Burdisso, inserendosi in una diatriba fra i giocatori in campo che sembrava gestibile, scatenando una caccia all’uomo senza precedenti, che sfocia in una rissa dalle proporzioni macroscopiche. Decisamente cult le immagini di giocatori solitamente pacati come Córdoba e Cruz decisi a rincorrere Navarro, tentando di atterrarlo in scivolata.

Quell’Inter stratosferica chiuderà quindi la stagione con due soli trofei, data anche la sconfitta clamorosa per 6 a 2 nell’andata della finale di Coppa Italia contro la Roma, ma getterà le basi per l’Inter che vincerà tutto solo tre stagioni dopo.

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