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L’influenza dell’Inter, dalla cultura pop alla musica indie

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Per comprendere l’influenza che il calcio nel corso dei decenni ha avuto sulla società e sulla cultura bisognerebbe scrivere un libro: lo stesso calcio moderno è un prodotto della rivoluzione industriale inglese ed espressione dell’emancipazione operaia.

Quel pallone che rotola su un prato ha un significato che trascende il comprensibile per milioni di individui in tutto il mondo. Il filmFever Pitch‘, cult calcistico degli anni ’90, racconta di come l’Arsenal, con i suoi alti e bassi, fosse una sorta di metafora della vita, e di come alla lunga, finisse per sincronizzare il proprio andamento con la vita del protagonista, non più capace di capire se è triste perché l’Arsenal ha perso, o il contrario. È questo il calcio per chi non è in grado di trovare la felicità nel raggiungimento dei propri obiettivi. La vita è complessa, i fallimenti sempre dietro l’angolo, e così affidiamo il nostro umore a qualcosa fuori dal nostro controllo. Godiamo dei successi come se fossero nostri e piangiamo i fallimenti come fossero nostri, ma consci di non averne colpa. Quell’Arsenal dunque non era solo una squadra di calcio: era un concetto, un comportamento, un lato della nostra psiche.



In Italia esiste solo una squadra che è stata in grado di incarnare quella stessa poeticità, di evocare immagini romantiche in cantanti, attori e registi: l’Inter. Per essere cult non si può essere i più vincenti, no. L’Inter è l’espressione calcistica della subalternità, della pazienza e dell’umiliazione a cui tutto l’universale umano è potenzialmente esposto, come sapientemente postulato dai teorici della vulnerabilità relazionale. Così, essere interisti, diviene sempre più considerato un atteggiamento esistenziale, che un passatempo.

I tifosi avversari deridono l’interista, scrutandolo con pena, con arroganza e con superiorità. Si fregiano di avere in squadra i calciatori più forti o di aver vinto di più, ma nei loro occhi si intravede quella specie di compassione, mista a stima, quasi paura: e se fosse capitato a me? Già, perché essere interisti non è una scelta: è un obbligo etico. È un’esperienza differente, nel bene o nel male. Gli interisti sono gli eterni subalterni, non vogliono essere i migliori, vogliono batterli.

Dunque l’Inter è divenuta un concetto che sta ad indicare una sorta di malessere esistenziale misto a speranza e pazienza. Potrebbero passare ore a riguardare le immagini del Triplete o a ricordare agli amici quale sia l’unica squadra italiana che è riuscita nell’impresa, ma cosa rende davvero fiero un tifoso nerazzurro? Il non essere mai stati in B. Questo non dice nulla riguardo un’oggettiva superiorità calcistica, ben smentita dal numero di scudetti vinti dalla Juventus e di Champions vinte dal Milan, ma denota l’orgoglio di poter sfoggiare la propria moralità, perché in B gli altri non ci sarebbero mai finiti se non fosse stato per le vicende extra-campo.



In alcuni film del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo il “concetto Inter” è spesso utilizzato: il «ritorno della grande Inter» invocato da Giovanni nel celebre Italia-Marocco, l’iconica maglia di Sforza indossata da Giacomo perché quella di Ronaldo era finita e il 2 fisso a Inter-Cagliari sono solo esempi di come l’Inter sia entrata nella cultura popolare con un preciso significato.

Con lo sviluppo dei social network e con la sempre più massiccia diffusione dei meme, il film ‘Tre uomini e una gamba‘, da cui di fatto sono tratti tutti gli esempi sopracitati, conosce una nuova vita grazie alle numerose wave ad esso dedicate.

Nel 1997 la pellicola non ebbe un grande successo al botteghino – venne praticamente doppiata in spettatori e incassi da ‘Fuochi d’artificio‘ di Leonardo Pieraccioni, uscito nello stesso periodo – e furono dunque proprio le nuove generazioni, chi alla fine degli anni Novanta probabilmente ci nacque, a rivalutarne il fine realismo e la portata comica dello sceneggiato, rendendolo una sorta di ‘Pulp Fiction‘ italiano, a cui il trio renderà omaggio nella celebre scena del cheeseburger in ‘Così è la vita‘. Come nel film di Quentin Tarantino, a divenire cult non è tanto la trama in sé o, nel caso di specie, le battute più esilaranti, ma specifici dialoghi la cui genialità sta nell’irresistibile semplicità e realismo. Così anche i tifosi neutrali o avversari portano nel cuore queste immagini che trascendono il calcistico, straripando nel campo dell’esperienza umana.

Sebbene in parte ancora di nicchia, è innegabile che in Italia l’indie sia divenuto uno dei generi musicali prediletti dai “giovani adulti”. Essendo espressione di artisti e fan molto giovani, questo genere ricco di riferimenti più o meno culturali attinge la maggior parte dei suoi contenuti dalla cultura social e da quelle espressioni intellettuali e culturali diffusissime fra i primi esponenti della Generazione Z, restando allo stesso tempo di nicchia poiché inaccessibile a chi proviene da contesti anagrafici più datati, così come all’epoca la comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo, forse troppo avveniristica, in una società ancorata ai cinepanettoni e a mostri sacri come Lino Banfi o Jerry Calà.

Il trio ha radicato nella cultura social e popolare una struttura concettuale ormai inscindibile dall’immaginario collettivo intorno alla squadra di Milano, inevitabilmente poi assorbito nella nascente sottocultura indie. Il ‘2 fisso a Inter-Cagliari‘ diviene metafora del rischio nella canzone dei I miei migliori complimenti, e di conseguenza dell’amore come rischio, della condivisione della propria emotività come azzardo.

Tananai in ‘Calcutta‘ canta: «se potessi giocare un po’ meglio col pallone, adesso probabilmente sarei Esteban Cambiasso», in questo caso il riferimento è utilizzato come metafora della mediocrità, della difficoltà nel cogliere la propria vocazione, il proprio talento – sempre che esista –, di porre nelle proprie mani la propria esistenza, vivendo con quell’impressione di essere bravi in tutto, ma abbastanza in niente.

Infine, Mameli, che utilizza un’affascinante immagine quando, in ‘Non ci sei più‘, elenca svariate immagini nostalgiche fra cui «come Zanetti a destra, tu non ci sei». Anche qui per indicare il sentimento della nostalgia, dell’incompletezza e del ricordo il riferimento è chiaro. L’angoscia e la tristezza che comporta sopravvivere a una separazione è esplicata dal ricordo di un’immagine ricorrente e che esiste ormai solo nelle foto e nella memoria, come il proprio amore perduto.

Gli artisti indie del momento tendono a ricercare immagini che richiamino sentimenti quali la nostalgia, la malinconia, il malessere. Non è un caso che l’Inter sia associata così spesso a questa ricerca della raffinatezza emotiva ed artistica.

Forse è per questo che Antonio Conte, con la sua machiavelliana ed acclamata “mentalità vincente”, non è stato ancora in grado di entrare pienamente nei cuori dei suoi tifosi, figlio di un quadro etico-valoriale incompatibile con l’eredità culturale di Gigi Simoni, Héctor Cúper e José Mourinho.

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