indice di liquidità

L’indice di liquidità nel calcio, spiegato semplicemente

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Negli ultimi tempi, all’interno del mondo del calcio, si è sentito parlare ampiamente della questione riguardante l’indice di liquidità, ma di cosa si tratta? Proviamo a spiegarlo semplicemente.

L’indice di liquidità è un indicatore finanziario che stima il rapporto fra attività correnti e passività correnti; in parole povere, dimostra la solvibilità nel breve termine di una determinata azienda, ovvero se riesce a pagare i suoi debiti, di qualsiasi natura, entro la fine dell’esercizio.

Perché è così importante? Poiché, in presenza di indice di liquidità particolarmente basso, si potrebbero creare situazioni particolarmente spiacevoli, in primis il mancato pagamento di alcuni stipendi – in passato si vociferava molto di stipendi arretrati nella Lazio, voci che però non hanno mai trovato conferma. Inoltre, la Covisoc (Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche), per due volte all’anno interviene a controllo delle società di Serie A, e in caso di mancato soddisfacimento dei parametri, blocca il calciomercato alle società in questione.

Le modalità di sblocco dell’indice – quindi di incremento delle attività, o decremento delle passività – sono due: aumenti di capitale da parte degli azionisti – presidenti o azionisti di maggioranza delle società che immettono di tasca propria denaro liquido, un iter tipico di Roma e Juventus ultimamente –, o cessioni sul mercato di qualsiasi tipo – contrariamente a quanto spesso si dice, anche i prestiti, nel momento in cui questi costituiscano un risparmio sugli stipendi.

Molti si interrogano sul perché l’indice di liquidità sia sovrastimato così tanto dalla Lega Calcio, mentre si permettano indicatori di debiti di medio/lungo termine – per capirci, un mutuo è un debito a medio/lungo termine, un debito verso i dipendenti è un debito a breve termine – a molteplici società, fra tutte Juventus, Inter e Roma – stando agli ultimi bilanci del 2021. La motivazione principale è che un’esposizione finanziaria elevata nel medio/lungo termine – in soldoni, elevati debiti spalmati in più anni – non corrisponde necessariamente a una situazione non sostenibile. Questo perché le banche, e in generale i creditori delle squadre, sono interessati principalmente al fatto che quando ci si avvicina al momento di solvenza del debito, le aziende abbiano abbastanza denaro in cassa per coprire tali debiti – proprio quello che indica il nostro celeberrimo indice di liquidità. Oltre a ciò, spesso le squadre di calcio possiedono anche importanti beni da concedere in ipoteca, come gli enormi centri sportivi di cui dispongono. Quindi, no: queste squadre non falliranno nel giro di pochi anni, come spesso si sente dire quando si guarda con superficialità i bilanci, o almeno non per questo motivo necessariamente.

Questo significa che le squadre devono indebitarsi quanto vogliono? Ovviamente no – come insegna il caso del Barcellona – ma non significa, dall’altro lato, che debiti di 300, 400 o addirittura 500 milioni siano sempre propri di una situazione disastrosa.

In aggiunta a quanto detto, vi sono delle regole di rispetto dei parametri finanziari in generale, che risiedono nel Fair Play Finanziario, anche se post-pandemia i parametri di questo strumento sono stati alleggeriti, e in generale conosciamo la sua scarsa applicazione.


Il caso della Lazio

Ma ora veniamo alla questione dei nostri giorni: la Lega starebbe decidendo per inserire l’indice di liquidità pari a 1 – anche se è probabile che si medierà per un numero più contenuto – come requisito di accesso al nostro campionato, e questo costituisce un problema per alcune squadre, fra cui Lazio, Sassuolo, Genoa, Sampdoria e così via. Se per le società finanziariamente più deboli le motivazioni di questo discorso risultano abbastanza intuibili – ricavi relativamente bassi con un numero ridotto di cessioni nell’ultimo periodo –, la Lazio costituisce un unicum nel nostro calcio.

Come è possibile che la Lazio, una squadra di certo non di vertice, ma nemmeno – finanziariamente – paragonabile ad altre società come Sassuolo ed Empoli, abbia di questi problemi? Perché è stato un problema comparso solamente negli ultimi anni?

Il primo motivo è tristemente noto a tutti: il COVID. La crisi indotta dalla pandemia è stata tanto più grande per la Lazio, in quanto società che tipicamente opera nel breve termine – anche a causa di una rata annuale da pagare al fisco pari a 5,2 milioni –, e che quindi fa grande affidamento sui ricavi stagionali: biglietti, sponsorship, merchandising e via dicendo.

Il secondo motivo risiede nel fatto che il modus operandi del management della Lazio sia lievemente cambiato negli ultimi anni. Fino al 2013/2014, la Lazio era una squadra che coltivava talenti e che lottava stabilmente per l’Europa, ma manteneva un monte ingaggi altamente ridotto; negli ultimi 6/7 anni, l’aver scovato talenti particolarmente rilevanti come Milinković-Savić o Luis Alberto, ha determinato un cambiamento radicale nella gestione degli acquisti e soprattutto degli stipendi – basti pensare che negli ultimi 4 anni il costo del personale è stato sempre superiore ai 100 milioni di euro, fatta eccezione per il 2020, mentre tra il 2012 e il 2017 non ha superato tale cifra. Per capirci, basta fare un parallelismo tra le due situazioni: nel 2014 Antonio Candreva – punta di diamante della squadra prima di Petković e poi di Pioli –, fresco di rinnovo, vedeva il suo stipendio incrementato a 2 milioni di euro, all’incirca quanto Miroslav Klose al tempo. Oggi, Felipe Anderson, non di certo un titolare fisso, guadagna 2,2 milioni di euro. Il fatto che le ambizioni di questa squadra siano cambiate – relativamente secondo alcuni, visto che raramente si è dato seguito a quanto fatto con acquisti rilevanti –, ha determinato un peggioramento netto della posizione finanziaria, visto che ad un incremento sostanziale degli stipendi, non si è associato un incremento di pari valore nei ricavi – nel 2013 il valore della produzione è stato pari a 143 milioni, mentre nel 2019 a 170 milioni circa.

L’ultimo motivo, risiede nel fatto che Lotito, abile gestore finanziario, non ha dalla sua parte un patrimonio consistente che gli permetta di compiere sostanziali aumenti di capitale – la prima volta è accaduto questa estate, ma solo perché era conscio del fatto che sarebbero poi entrati i soldi di Correa, con cui avrebbe compensato il saldo.

Nonostante tutto questo, pensare che la Lazio non possa iscriversi al prossimo campionato è uno scenario abbastanza lontano dalla realtà. La situazione dei biancocelesti è senz’altro delicata, ma potrebbe essere sbloccata e risolta anche solo dagli eventuali riscatti di Vavro e Muriqi – al momento in prestito rispettivamente al Copenaghen e al Mallorca –, oltre che dalla seconda rata del pagamento di Correa. Se questo non dovesse bastare, o se qualcosa dovesse andare storto con i riscatti, la Lazio potrebbe dover sacrificare uno dei suoi due top player del centrocampo, che comunque potrebbero lasciare Roma nella prossima sessione di mercato a prescindere dalle questioni finanziarie.

Leggi anche: Come funziona il Fair Play Finanziario?



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