Edu Vargas

La sindrome di Edu Vargas

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«Gooooool! Universidad de Chile Romantico Viajero! El fenómeno, el fenómeno Eduardo Vargas!», grida il telecronista di Chilevisión. Non sono passati neanche tre minuti e il suddetto fenómeno ha già sbloccato la finale di ritorno di Copa Sudamericana e sta praticamente consegnando agli Azules il loro primo trofeo internazionale. Nella squadra leggendaria che quell’Universidad è – miglior difesa della storia e primo club a concludere invicto, imbattuto –, Edu Vargas è la punta di diamante, ragazzo che a 22 anni ha realizzato il record di gol segnati nel torneo – 11 – e si appresta ad essere eletto prima miglior giocatore del campionato cileno, e poi addirittura ‘Giocatore più popolare del continente’.



Eduardo Jesús Vargas Rojas nasce a Santiago – nel cuore del Cile – e cresce in un modesto barrio di una frazione della capitale. Le umili origini non rappresentano di certo una novità quando si parla di calcio sudamericano, molto più peculiare è il fatto che la carriera di Edu riceva un importante impulso grazie a un reality show chiamato Adidas Selection Team, organizzato appunto da Adidas nel 2005. In questo programma cileno, che è una specie di mix dei nostri ‘Calciatori – Giovani Promesse‘ e ‘Campioni, il sogno‘, per capirci, Vargas non vince il primo premio – un mese di allenamenti con il Real di Zidane, Figo, Ronaldo, non male – ma ottiene abbastanza riconoscimento da procurarsi un provino e – 10 giorni dopo – un contratto con il Cobreloa, che poi lascerà per vincere tutto all’Universidad.

Otto giorni dopo quella finale inizialmente narrata, che ad oggi rappresenta il punto più alto della sua carriera nei club, Vargas diventa un giocatore del Napoli. All’epoca in Italia in pochissimi lo conoscevano, e a quanto pare nemmeno il suo nuovo allenatore Mazzarri, che lo dichiara – forse in maniera non troppo furba – in conferenza stampa. Per l’occasione, la testata locale PianetaNapoli intervista lo zio del nuovo acquisto, Marco Vargas. Marco presenta il nipote come un calciatore quasi ambidestro, che preferisce partire dall’esterno per poi accentrarsi, amante del dribbling, forte di testa nonostante la bassa statura e – ah però – più veloce e altruista di Alexis Sánchez. Edu invece presenta sé stesso con il soprannome di Turboman, affibbiatogli in patria, ma l’unica cosa in cui sarà un turbo è il farsi dimenticare dei suoi nuovi tifosi: nella prima mezza-stagione in azzurro colleziona 13 presenze impreziosite da 0 gol, nella seconda scende in campo 15 volte e realizza 3 reti, frutto però di una solitaria notte di gloria in Europa League contro il modesto AIK Solna.

È difficile capire cosa abbia veramente impedito all’aspirante sostituto di Lavezzi di imporsi con la maglia azzurra – forse lo scarso ambientamento, forse l’assenza di fiducia da parte di Mazzarri e il rapporto non idilliaco di quest’ultimo con i giovani –, quel che è certo è che la carriera di Vargas comincia a prendere una piega storta: il Napoli lo spedisce in prestito secco al Grêmio, poi a gennaio al Valencia; tra Brasile e Spagna segna 14 gol, che – al ritorno al Napoli – non bastano per una seconda chance: i partenopei hanno smesso di crederci, anche perché adesso hanno in casa un discreto attaccante di nome Gonzalo Higuaín. E così altro prestito – stavolta con diritto di riscatto – al QPR neopromosso in Premier, dove fa in tempo a segnare 3 gol, infortunarsi al ginocchio e retrocedere in Championship.



Ma il filo divisore tra la carriera di un talento sprecato qualunque e quella di Edu Vargas è la trasformazione in un calciatore di livello superiore quando indossa la sua seconda pelle: la camiseta della Roja, della Nazionale cilena.

Già nel 2010, Marcelo Bielsa fa debuttare all’82esimo il ragazzino – appena trasferitosi all’Universidad – in un’anonima amichevole col Panama; nel settembre 2011 – stavolta con Claudio Borghi come CT – colleziona la terza presenza e soprattutto il primo gol, contro la Spagna campione del mondo. No está mal, Edu. Ma è nel ciclo Sampaoli-Pizzi che Vargas viene investito dall’aura leggendaria che – insieme ad altri compagni – lo coprirà a vita.

Un ciclo forgiato in primis da Bielsa – e chi sennò – e poi proseguito dal suo discepolo numero uno – arrivato dopo la dimenticabile parentesi Borghi – e dall’ex-attaccante spagnolo, un ciclo che ha restituito dignità ma sopratutto identità calcistica alla Nazione spalmata sull’Oceano Pacifico.

Nella buona esperienza mondiale del 2014 l’attaccante fa ancora male alla Spagna, segnando il gol che praticamente elimina gli ormai ex-campioni del mondo, ma è l’anno successivo che Vargas e la sua nazionale raggiungono le porte del paradiso.

Copa América 2015, 24 anni dopo si ri-gioca in Cile, en casa. Gli uomini di Sampaoli hanno dalla loro la spinta del pubblico e una generazione per niente negativa, ma non abbastanza per partire tra i favoriti. Eppure, la Roja viene trascinata dai vari Sánchez, Aránguiz, Vidal, Valdivia e naturalmente Vargas – che segna 4 gol, 2 nella tiratissima semifinale contro il Perù –, in finale contro l’Argentina, mai battuta in Copa América dai padroni di casa. Ma qui capiamo una delle poche cose dell’incomprensibile carriera di Edu Vargas: se deve festeggiare una grande vittoria, è molto probabile che lo faccia nell’Estadio Nacional de Chile, casa dell’Universidad, casa del Cile campione.

Il secondo meraviglioso gol nella sfida contro il Perù




Ma il primo trofeo internazionale nella storia del suo Paese e un altro titolo di capocannoniere – di quella Copa América – non sembrano colmare le delusioni di una carriera tra club sempre più anonima, sempre più insignificante. Dopo il trionfo, Vargas lascia – finalmente – Napoli a titolo definitivo, passando all’Hoffenheim, ma la sostanza non cambia: le presenze sono poche, i gol rarissimi.

Per fortuna che – in occasione del centenario dalla prima edizione – la COMNEBOL ha organizzato un’edizione statunitense della Copa América, da giocare giusto l’anno dopo la precedente, e Edu – di comune accordo con i compagni – decide di ri-mettere a ferro e fuoco il Sud America, regalando un epilogo colmo di déjà-vu: finale Cile-Argentina, trionfo della Roja ai rigori e Vargas miglior marcatore, non solo della competizione, ma della storia della Nazionale cilena – record poi superato e al momento detenuto da Sánchez, ma la sfida è ancora in corso e la distanza non è grande, inoltre, se vogliamo spezzare una lancia a favore di Vargas, Alexis ha giocato quasi 50 partite in più, giustamente – grazie a una doppietta al Panama e un poker al Messico in un clamoroso 0-7. Poker decisamente speciale, dedicato alla mamma che prima della partita venne colpita da un infarto: Eduardo vuole tornare a casa, la madre invece lo tranquillizza e gli chiede magari di segnare un gol per lei. Lui – siccome non guasta – ne segna 3 in più del richiesto.

Ma la festa prima o poi deve finire, e così il ragazzo di Santiago torna all’Hoffenheim, dove la sua presenza in campo è ormai episodica; a gennaio 2017 c’è il passaggio ai messicani del Tigres, ergo la pugnalata definitiva al sogno di una carriera di alto livello.

Paradossalmente, questi ultimi anni di carriera di Vargas hanno seguito un sentiero opposto a quello che i primi avevano percorso: nei Los Felinos Edu è tornato a segnare con continuità come non faceva dai tempi dell’Universidad, ma con la maglia del Cile le gioie si sono trasformate in delusioni, con la mancata qualificazione al Mondiale e l’uscita in semifinale nell’ennesima Copa América.

A causa di una rarissima sindrome, Eduardo Jesús Vargas Rojas è stato condannato ad un costante dualismo, costretto come tanti supereroi a vivere da Clark Kent il più delle volte in cambio di poche occasioni in cui ha potuto mostrarsi Turboman. Non sapremo mai quale delle due identità fosse davvero, possiamo solo accontentarci del fatto che, col costume da Turboman, quel ragazzo ha regalato tante emozioni.

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