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Fonte immagine: Granada, via Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International

Strani calciatori dalle strane carriere

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Il mestiere del calciatore, si sa, è peculiare. Sono tante le cose che lo rendono tale, ma forse la più assurda rispetto ai lavori più comuni – grazie al calciomercato – è quella che lo vede costantemente cambiare i propri colleghi, il suo boss, a volte anche il luogo di lavoro. Al solo prezzo di depersonalizzarsi e collimare con una figurina, ha l’opportunità di essere altrove, essere ovunque, a volte semplicemente non essere dov’era prima. «Dove vuoi andare?»: l’edificazione della sua immagine da calciatore, la scrittura della sua storia passa inevitabilmente da questo quesito, perché le persone sono fatte anche di posti. I cinque giocatori che seguono sono accumunati tutti da una semplice cosa: hanno dato risposte piuttosto originali a quella domanda.


Odion Ighalo

«Viva Ighalo, viva Ighalo, coming from Shangai, hope we all don’t die, viva Ighalo» è forse il coro migliore che il calcio è riuscito a donare a Odion Jude Ighalo, riservatogli dai tifosi del Manchester United la sera del 5 marzo 2020, quando il nigeriano segna nella gara di FA Cup contro il Derby County la sua prima doppietta per il club. Ighalo è arrivato in prestito circa un mese prima dallo Shangai Shenua, esportando dalla Cina un po’ di ansia e preoccupazione per la pandemia che si appresta ad abbattersi sul resto del mondo, e non a caso lo stesso United accoglie il giocatore spedendolo in quarantena.

Come si è guadagnato un posto nei Red Devils? Che domande. È stato uno dei migliori giocatori delle precedenti tre Chinese Super League, segnando 46 gol in 74 presenze tra Changchun Yatai e appunto Shangai Shenua, non prima di diventare il quinto miglior marcatore della storia del Watford, non prima di aver contribuito alla promozione e alla permanenza in Liga del Granada, non prima di aver segnato 0 gol in 3 presenze al Cesena, non prima di aver portato con 17 reti il Granada in Segunda División, non prima di aver segnato all’ottantanovesimo dell’ultima giornata della Serie A 2007/2008 il primo e unico gol con la maglia dell’Udinese, non prima di aver catturato l’interesse della dirigenza friulana segnando 9 gol in 20 presenze al suo debutto europeo con i norvegesi del Lyn Oslo, non prima di aver mosso i primi passi in patria nel Prime e poi nel Julius Berger, non prima di essere nato. Non mi ricordo più che vuol dire “non prima”.

Senza dubbio Ighalo va classificato tra i pionieri della trinità pozziana, paradigma del fatto che a volte il problema non è essere scarsi, ma l’esser capitati nella squadra sbagliata del presidente friulano. Dopo aver segnato 5 gol – di cui nessuno in Premier – con lo United, oggi il ragazzo di Lagos continua a mantenere medie gol-partita molto alte in Arabia Saudita, all’Al-Shabab. L’intermittenza della sua carriera è certificata dal suo rapporto con la sua nazionale: ritiratosene nel 2019, è tornato a novembre 2021 nella sfida – proprio nella sua città natale – contro Capo Verde. Non abbastanza per ottenere una convocazione per le gare della successiva Coppa d’Africa, nonostante l’assenza di Osimhen.


Burak Yilmaz

Kral. Re. Quando parliamo di Burak Yilmaz, il Baggio turco, parliamo di un uomo che ha giocato nel Beşiktaş, nel Fenerbahçe, nel Trabzonspor e nel Galatasaray, ha segnato 178 gol mentre era in queste squadre ed è riuscito a non farsi odiare dalla maggior parte dei suoi tifosi-ex tifosi, prendendosi anzi il titolo di monarca, un po’ come il suo attuale presidente.

Dopo aver debuttato nel 2002 con i grandi dell’Antalyaspor – club della sua città natale Adalia – e aver contribuito alla promozione in Süper Lig con 17 gol in due stagioni, nell’estate del 2006 Burak spicca il volo per la città bi-continentale, la città di Costantino e Hakan Şükür: Istanbul. La prima squadra della metropoli ad accaparrarselo è il Beşiktaş, dove a una prima annata interessante segue un inizio di stagione 2007/2008 in ombra, che viene a sua volta oscurato da un ottimo semestre al Manisaspor: con la maglia dei Tarzan – già, dallo pseudonimo del probabile primo ambientalista della storia della Turchia, nativo di Magnesia, Manisa in turco – mette in saccoccia 9 reti in 16 partite, che permettono il ritorno a Istanbul, ma non dove aveva iniziato la stagione. Dalle pendici dell’Europa del quartiere omonimo alla squadra bianconera, Yilmaz finisce per affacciarsi alla linguetta acquatica che introduce al Bosforo chiamata Corno d’Oro, dove giace il quartiere Fener, nel quale gioca il Fenerbahçe, l’unica squadra che può vantare il non aver mai esultato ad un gol del futuro bi-capocannoniere del campionato: 16 presenze, 0 reti. Dopo un dimenticabile prestito semestrale all’Eskişehirspor, la carriera del ragazzo è tutta da decifrare, ma a Trebisonda qualcuno vede in lui un potenziale ancora inespresso, e l’allora venticinquenne si accasa al Trabzonspor. Con i colori Bordo-Mavililer, Yilmaz segna 58 gol in 3 anni, nel 2011/2012 ne fa 33 nelle 34 partite disponibili e l’anno dopo è di nuovo nella città bizantina, per chiudere il cerchio – o forse è meglio dire il quadrato – delle big turche, passato al Galatasaray. Con il Cimbom continua a bullizzare le difese della Süper Lig, ma nella prima stagione non risparmia nemmeno quelle che incontra in Champions, risultando il terzo miglior marcatore con 8 reti in 9 partite, dietro Lewandowski e Cristiano Ronaldo.

Nel febbraio 2016, 82 gol per il Galatasaray in rassegna, 31 anni all’anagrafe, per Burak è finalmente arrivato il momento di uscire dalla comfort zone chiamata Turchia. Si trasferisce al Beijing Guoan. Ah. Peraltro l’avventura non dura, perché un anno e mezzo – e comunque svariati gol – dopo è malvolentieri costretto ad abbandonare l’aspirante Eldorado del calcio per non perdere la custodia dei figli nei confronti della ex moglie, che qualche mese prima, nel pieno dell’europeo francese, aveva chiesto il divorzio con l’accusa di maltrattamento.

Risistematosi al Trabzonspor, riprende da dove aveva lasciato: 32 partite di campionato, 28 gol, che rendono paradossalmente i Karadeniz Firtinasi, la “più piccola” delle grandi, la squadra in cui ha segnato di più. Ma la voce di Istanbul chiama come una sirena omerica, e tocca di nuovo al Beşiktaş, nel gennaio 2019, accaparrarselo e garantirsi tanti palloni in fondo alla rete. L’obiettivo a questo punto è di sistemarsi con la maglia delle Aquile nere e chiudere lì la carriera, ma poi arriva la pandemia: in piena crisi economica è di nuovo costretto al trasferimento, e – forse confondendola per il Lillespor – firma per i francesi del Lille, che erano alla ricerca di un rimpiazzo, date le perdite di Osimhen e Rémy. Inutile dire che è il preludio di una stagione leggendaria, in cui con Jonathan David forma una coppia tanto strana quanto funzionale che incide enormemente sulla vittoria della Ligue 1 ai danni del colosso miliardario PSG.

È lecito chiedersi cosa sarebbe stato Burak Yilmaz, nel fiore degli anni, come giocatore in uno dei top 5 campionati, tanto più considerando che le possibilità di un suo approdo sono state molteplici, dal West Ham alla Lazio, dal Liverpool al Lecce – quest’ultimo rifiutato dopo una telenovela estenuante nell’estate 2020. Anche il suo tempo in Nazionale turca non è stato esente da sliding doors, basti pensare che si è concluso con una di queste, e gigantesca. Al minuto 85 del play-off per Qatar 2022 tra Portogallo e Turchia, l’Estádio do Dragão è pronto a vedere il passaggio del turno portoghese scivolare via, o quantomeno allontanarsi. Yilmaz ha riaperto la partita al 65′ e ha sul dischetto il pallone del 2-2. Ma forse quel soprannome, Baggio turco, non è solo una mia stupida invenzione per quest’articolo. Il pallone schizza più in alto di quanto dovrebbe, la Turchia non va ai Mondiali per la quarta volta di fila, Burak, cadaverico, a fine partita annuncia il ritiro dalla squadra e dichiara che quel rigore ora lo sognerà per sempre. Il Re è morto, lunga vita al Re.


Paulinho

Vi ricordate di Paulinho? Sì? Strano sinceramente, non me lo aspettavo. In fondo cos’ha dato al calcio, in particolare al calcio europeo, per lasciare traccia di sé? Senza dubbio un sogno, più che una solida realtà, parafrasando Roberto Carlino, per i tifosi del Tottenham, che nell’estate del 2013 accolgono entusiasticamente un vincitore, da protagonista e tra le altre cose, di Copa Libertadores e Mondiale per club con il Corinthians e Confederations Cup con il Brasile; hype incrementato anche da una spiccata vena realizzativa per un centrocampista come lui.

Parrebbe la classica storia del sudamericano che potrebbe giocare scalzo nel proprio campionato domestico e che in Europa dimentica come si usano gli arti inferiori, ed effettivamente Paulinho dopo una prima stagione britannica discreta, impreziosita da 8 gol, esce mestamente dai radar nella seconda; ma c’è un piccolo dettaglio ad insaporire la cosa: prima di stravincere con il Corinthians, in Europa lui c’è già stato. Dove? Ma ovviamente in Lituania, al Vilnius, squadra omonima della capitale. La prima esperienza nel professionismo è infatti proprio nel vecchio continente, visto che in patria ha soltanto modo di farsi notare nel settore giovanile del Pão de Açúcar; in un’intervista al quotidiano spagnolo AS, Paulinho ha raccontato le difficoltà del suo primo viaggio europeo, colmo di razzismo nel paese baltico e mancato rispetto degli accordi contrattuali in Polonia, dove si era in seguito trasferito per giocare nel ŁKS Łódź: «Il club non ha rispettato quanto promesso, quindi ho deciso di tornare [in Brasile, ndr]. […] Sono tornato, ma con un’idea molto chiara: ‘Non giocherò più a calcio! Mai!’ Perché? Ho vissuto situazioni in Polonia che mi hanno lasciato disilluso da tutto».

E invece, come si è visto, il brasiliano a calcio ci giocherà eccome. La sua storia è una storia di rimonte. Dopo il flop londinese passa, prima ancora di Ighalo e Yilmaz, in Cina, al Guangzhou Evergrande, e mette in mostra un livello troppo alto per gli standard locali; torna in nazionale, dopo 2 anni, nel settembre del 2016: l’ultima presenza era stata la finale terzo-quarto posto del mondiale casalingo. E nell’agosto del 2017, uno dei trasferimenti più allucinanti della storia ha luogo: il Barcellona paga la sua clausola rescissoria di 40 milioni e se lo porta a casa, quasi che un Dio del calcio gli abbia offerto un risarcimento alle sofferenze patite in precedenza: giocare in un club blaugrana ancora tutto sommato di altissimo livello. Non è questa la parte più sorprendente, che è invece che Paulinho gioca una grande stagione in Catalogna, risultando cruciale nella vittoria della Liga, in cui segna meno solo di Messi e Suárez, e mancando nell’unica vera disfatta stagionale, ovviamente lo 0-3 subito all’Olimpico dalla Roma.

Un libro autobiografico chiamato ‘Storia del mio insperato successo‘ potrebbe chiudersi qui per il ragazzo di San Paolo, se non fosse che il dannato capitalismo debba rovinare sempre tutto. Realizzando un’incredibile plusvalenza di 10 milioni, il Barça lo restituisce al Guangzhou la stagione seguente. Per citare una proverbiale battuta di The Office, «Parkour!». Dopo aver fatto la controfigura cinese di Pelé ai New York Cosmos – nel 2019 segna 22 gol in 42 partite – e aver rescisso dopo 4 partite e 2 gol il contratto con l’Al-Ahli, a fine 2021 Paulinho è tornato al Corinthians. Ora, non vorrei fare della retorica insopportabile come Sandro Curzi, ma bisogna ammettere che quest’uomo ha lasciato davvero qualcosa al calcio europeo: la lezione che tutto può succedere.


Müller

Lo vedo il vostro sguardo interdetto dopo aver letto il nome, ma no, non si tratta di un errore di battitura. Non stiamo ovviamente parlando della leggenda del Bayern Monaco, né della leggenda del Bayern Monaco, né di un gerarca nazista scampato a Norimberga, bensì di Luiz Antônio Correia da Costa, attaccante carioca particolarmente alla ribalta tra anni ‘80 e ‘90. Il nome-soprannome, è attribuito a lui e al fratello dal padre, in riferimento al fenomenale Gerd, non è la sola cosa insolita che ha accompagnato la vita da calciatore del classe ’66.

Distintosi nelle giovanili dell’Operário, squadra della città natale Campo Grande, Müller si afferma come uno dei più grandi talenti sudamericani con la camiseta del San Paolo, dove segna 25 gol in 60 partite. Nell’estate del 1988, per 3 miliardi di lire, il ragazzo approda in Serie A, al Torino del patron Gerbi che cerca un rimpiazzo dell’austriaco Anton Polster; con sé porta letteralmente qualsiasi stereotipo attribuibile a un talento latino: dribblomane, agile, tecnico, fantasioso, difficile, festaiolo. Dà fede ad ognuno di questi aggettivi, alternando a serate in discoteca nell’Italia lussuriosa di quegli anni, classe e gol ad intermittenza. «Sono qui per vincere lo Scudetto», dice appena arrivato in Piemonte: a fine campionato il Torino è retrocesso in Serie B. Torna in A dopo un solo anno, ma dopo 7 presenze e 2 gol le strade del club granata e di Müller si separano.

Tornato da dov’era venuto, il San Paolo, marca la sua seconda avventura al Tricolor Paulista con due successi a Tokyo nell’Intercontinentale: nel 1992, contro il Barcellona, fornisce l’assist per il momentaneo 1-1 a Raí – finirà 2-1 con doppietta di quest’ultimo; nell’edizione seguente decide la partita segnando il definitivo 3-2 contro il Milan. Non esattamente il suo gol più bello, un rimpallo fortuito su un’uscita di Sebastiano Rossi, ma di un’importanza rara.

Consiglio a tutti la visione degli highlights della finale, un po’ per ammirare brevi sprazzi di talento da una serie di campioni, un po’ per la cronaca anglo-nipponica – anche se il commentatore giapponese non pare molto entusiasta.

Nell’estate 1994 passa da campione del mondo per club a campione del mondo per nazionali: fa parte dei 22 trionfatori di Pasadena selezionati dal CT Parreira, pur non contribuendo allo stesso modo rispetto alle due rassegne mondiali precedenti – gioca in tutto un quarto d’ora scarso nei gironi contro il Camerun. Poi, forse memore della fortuna che la terra giapponese gli ha portato, si trasferisce proprio nel Sol Levante al Kashiwa Reysol; segna 8 gol in 24 presenze, bello, buono, ma poi torna ancora in Brasile, prima al Palmeiras, poi per la terza volta al San Paolo. Sembra che il nastro si riavvolga, dato che le prestazioni gli permettono un nuovo approdo in Italia, stavolta al Perugia dell’estroso ed estroverso Luciano Gaucci; il tesseramento si rivela particolarmente arduo per via di una legge del ministro straordinario dello sport Pelé – nessuna omonimia – per cui al San Paolo non spetterebbe alcun indennizzo per giocatori oltre i 30 anni. Alla fine la bellezza dell’intuizione di Gaucci supera la sua utilità, e dopo 6 presenze a secco in due mesi è tempo di rimpatrio.

Santos, Cruzeiro, Corinthians, São Caetano, Tupi, Portuguesa e Ipatinga sono i nomi delle squadre in cui milita Müller fino ad appendere gli scarpini al chiodo nel 2004. Si dà alla carriera da allenatore in squadre minori brasiliane, senza grande successo, anche perché, oltre a qualche partita, perde più o meno tutto, anche la casa; riesce a riprendersi grazie a vari aiuti e a 49 anni ottiene la qualifica di “Müller” più longevo della storia del calcio – almeno per ora – giocando una partita a scopo benefico con il Fernandopolis, militante in quarta serie paulista, segnando anche. Oggi fa il commentatore per un’emittente sportiva privata brasiliana, è felicemente sposato con la sua terza moglie e nel tempo libero è predicatore evangelico. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene, vero Thomas? Ecco, alla fine mi sono confuso.


Mbaye Diagne

Nella stagione 2012/2013, i campi di Prima categoria del torinese condividono lo stesso incubo. Un ragazzo arrivato da lontano terrorizza le difese piemontesi con la maglia verde-bianca del Brandizzo, il suo nome è Mbaye Diagne, ha poco più di 19 anni, è nato a Dakar e si è trasferito da giovane nello Stivale con la famiglia. In quel campionato Diagne segna 27 gol in 30 partite, poi compie un passaggio di 3 categorie e 6 lettere, accasandosi in Serie D al Bra; la storia non cambia, le marcature sono 23 in 29 partite, e la Juventus, sorniona, fa suo quello che sembra un futuro gioiello.

Beh, insomma. I bianconeri scarrozzano da una parte all’altra il senegalese in una serie di prestiti stravaganti – dai corsi dell’Ajaccio ai belgi Lierse, dai sauditi dell’Al-Shabab ai belgi del Westerlo – in cui pure mette in mostra buone doti realizzative quando ne ha l’occasione, ma mai sfiorando la possibilità di avere un futuro da titolare nella Vecchia Signora; nell’agosto del 2015 si trasferisce pertanto per 200.000 euro agli ungheresi dell’Újpest. Ma Diagne pare un personaggio dell’Orlando furioso adattato al calcio, e da buon ariosteo vaga da un luogo all’altro in cerca di qualcosa che effettivamente non conosce. Forse essere sistemato a vita, se anche lui dopo un buon anno ungherese prende la via della Cina, al Tianjin Teda; sicuramente per maggiore visibilità verso la nazionale, lo dice lui stesso, quando dopo un anno lascia comunque il Tianjin per il Kasimpaşa, ennesimo club di Istanbul.

I numeri con la nuova squadra sono clamorosi, sulle medie dei tempi italiani: 12 gol in 17 presenze nella prima mezza-stagione; 20 in 19 nella seconda mezza-stagione, mezza perché ovviamente è tempo ancora di spostarsi per il senegalese, questa volta non di molto in realtà, neanche da una città all’altra: il gong del calciomercato invernale è del Galatasaray, con cui semplicemente riprende il suo unfinished business: 12 presenze, 10 gol, totale 30 marcature in 31 partite. Sono statistiche che in primis gli danno il secondo titolo di capocannoniere in carriera, dopo quello del Girone A di Serie D che aveva ottenuto 6 anni prima, e che in secondo luogo lo piazzano quinto nella classifica della Scarpa d’oro 2019, precedendo ad esempio Lewandowski, Salah e Mané.

Al termine di una stagione quindi straordinaria, Mbaye viene ripagato con il benservito, un prestito con diritto di riscatto al Club Brugge, dove passa una stagione giocando pochissimo – 9 apparizioni – e segnando il giusto – 4 gol –, trovando comunque il tempo di farsi sospendere per aver sottratto un rigore al tiratore designato contro il PSG – indovinate se lo segna o no. I belgi non esercitano l’opzione di riscatto, e all’inizio della stagione 2020/2021 i giallorossi se lo ritrovano davanti col fagotto in mano. «Ok, teniamocelo», pensano probabilmente i turchi, e la fiducia ritrovata è ricambiata da una nuova buona media realizzativa, fino alla venuta dell’ineluttabile calciomercato invernale; stavolta a prenderlo in prestito secco è il West Bromwich, alla disperata ricerca di un eroe che salvi un ritorno in Premier League disastroso. Mbaye Diagne non è quell’eroe, la squadra retrocede e, come Boe con Barney nel famoso meme dei Simpson, il Galatasaray se lo ritrova ancora una volta alle spalle mentre crede di averlo cacciato dal portone principale.

La relazione tossica tra le due parti ha raggiunto un nuovo livello nell’inverno 2021/2022, quando l’attaccante di Dakar si è svincolato per finta, cioè ha rescisso il contratto per permettere l’ingresso di nuovi acquisti nella lista UEFA, e dovrebbe quindi far ritorno per la stagione successiva. Per il momento quindi la sua carriera ricorda i flussi migratori di un uccello che al variare delle stagioni – soprattutto in quella invernale – sente il naturale bisogno di spostarsi in cerca di habitat a lui più ospitali. Unico mai davvero accogliente il Senegal: con la maglia dei Leoni della Teranga non ha ancora mai segnato.

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