Napoli Mazzarri

Fonte immagine: Anders Henrikson, via Wikimedia Commons | CC BY 2.0 Generic

Il Napoli di Walter Mazzarri, la genesi della Partenope europea

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Il Napoli può essere definito come un club affermato in Europa, dato che, pur non vincendo un trofeo continentale dai tempi di Maradona, è sempre presente nel lotto delle partecipanti alle fasi finali di una delle due competizioni europee da oltre un decennio. Il lavoro per mantenere il proprio status è diventato in pianta stabile l’obiettivo principale di tutte le componenti azzurre, infatti, prima di ambire ad un qualcosa di grande, bisogna confermarsi.



Questa stabilità è una conquista enorme dopo un quinquennio di lotta per la sopravvivenza, fra scalate nelle serie minori dopo il fallimento e il rischio di retrocedere nel breve periodo di assestamento in Serie A, suggerendoci dunque un parallelismo con le condizioni odierne della stessa città di Napoli, la cui esistenza è turbata dalla sofferenza e dalla battaglia per riscattarsi e ritornare illustri.

La svolta arriva il 18 ottobre del 2009, in un Napoli-Bologna finito con il risultato di 2-1, con i gol di Quagliarella e Maggio davanti a 26.407 spettatori, cioè la partita che segna l’esordio di Walter Mazzarri sulla panchina partenopea. Dopo il suo avvento, la noiosa mediocrità dei risultati precedenti muta in tutt’altro, riuscendo nell’impresa di concludere la stagione sesti in classifica, qualificandosi in Europa League davanti alla Juventus – che dovrà invece disputare i preliminari –, distante ben 4 punti.

Lo scontro diretto con la Juve vinto dagli azzurri in terra partenopea

La stagione 2010/2011 è dunque più impegnativa per il team, visto l’aggiungersi di una nuova competizione caratterizzata da lunghi viaggi continentali. Oltre a ciò, si consuma il dramma di Quagliarella nell’agosto del 2010, svenduto per motivi che scopriremo dopo un bel po’ di tempo, ma sostituito sapientemente da Riccardo Bigon con un giocatore destinato a grandi cose dopo l’ottimo Mondiale disputato: Edinson Cavani.

La squadra è pronta ed agguerrita affinché si compia la scalata ai vertici della classifica, arrendendosi difficilmente, tant’è vero che molti dei trionfi sono rimonte o vittorie di misura nei minuti finali. Esempi calzanti della caparbia arte del ricavare la vittoria a tutti i costi sono la gara contro il Cagliari, quando il genio argentino Ezequiel Lavezzi segna negli ultimi istanti con la sua corsa da duecentometrista, oppure il clamoroso ribaltone ai danni della Lazio targata Cavani-Dossena, con il matador autore di una tripletta, tra cui spicca il gol in pallonetto. Quello non è l’unico hattrick del talento di Salto nella Serie A 2010/2011, ma i napoletani hanno ancora in mente l’annientamento della Juve di Delneri al San Paolo in gennaio, opera offerta gentilmente dalla testa del Matador.

Questi risultati sono dovuti all’atteggiamento trasmesso dall’allenatore toscano, profeta di un 3-4-3 perfetto per il contropiede, dove la velocità di Cavani e del Pocho Lavezzi viene esaltata, mentre Hamšík si scopre assistman assieme alle ali rapidissime Juan Camilo Zuñiga e Christian Maggio, il tutto sostenuto da una mediana dove si distingue l’uruguayo Walter Gargano, mediano molto veloce e dalle discrete doti di interdizione nonostante la minuta statura. In difesa ci sono la grinta di capitan Paolo Cannavaro e l’instancabile Hugo Campagnaro, difensore dalle frequenti velleità offensive, al servizio del mitico e storico Morgan De Sanctis, portiere che detiene ancora oggi il record per il maggior numero di minuti di imbattibilità con la maglia del Napoli nelle partite casalinghe.

La stagione finisce nel migliore dei modi, grazie al terzo posto in campionato dietro alle due milanesi e la conseguente qualificazione alla Champions League, con il rammarico però della prematura eliminazione dall’EL per mano del Villarreal – poi eliminato in semifinale dal Porto futuro vincitore.



Si giunge alla stagione 2011/2012 con il massimo dell’euforia per l’avventura in Champions League. Simbolo di questo entusiasmo è la catartica presentazione con la maschera da leone di Gökhan Inler, mediano dall’impressionante tiro da fuori, il quale riporta alla memoria dei napoletani il docilissimo re Ferdinando II, detto Re Bomba.

La campagna continentale di quell’annata mostra il primo Napoli di dimensione europea, una banda senza paura pronta a scontrarsi con chiunque. Lo sa bene il colosso Manchester City, anch’esso al debutto in Champions League, piegato 2-1 al San Paolo grazie alla doppietta del furente Cavani, o la finalista Bayern Monaco, provata dalla vittoria casalinga 3-2 in extremis, quando Federico Fernández fece impazzire i tifosi azzurri con due inaspettate marcature di testa. Ma il vero capolavoro sta nell’ottavo d’andata contro il Chelsea, finito 3-1, nella gara in cui Lavezzi è autore di una doppietta, Cavani compie un magnifico gol di spalla e Christian Maggio regala un momento da sliding doors, sbagliando a porta vuota un gol che avrebbe potuto chiudere il discorso qualificazione. Il ritorno a Londra è l’ultimo atto di una campagna esemplare per qualunque squadra poco attrezzata che si appresta a sfidare i top club. La partita si trascina ai tempi supplementari, Inler tiene a galla un Napoli stanco e vittima perenne di errori individuali, fino al gol di Ivanović, vero e proprio colpo di grazia.

Nella stessa annata, per gli azzurri arriva il primo trofeo nazionale dell’era De Laurentiis, nonché il primo da quel secondo scudetto targato Maradona del 1990: la Coppa Italia. Il cammino verso la finale è insolito, poiché gli azzurri soffrono con il Cesena agli ottavi – rimontando il gol iniziale di Popescu con Cavani e Pandev –, vincono senza troppo travaglio contro un’Inter in crisi – con doppietta del Matador – e rischiano l’uscita di scena in semifinale contro il Siena di Reginaldo, autore di una prestazione autorevole nella gara d’andata all’Artemio Franchi – gol suo e di D’Agostino per il 2-1 finale. Al ritorno, però, il team di Mazzarri ribalta tutto in 31 minuti di gioco con uno spietato Cavani – che chiuderà la stagione con 33 marcature – e accede alla fase conclusiva della competizione. All’Olimpico di Roma, il 20 maggio 2012, i partenopei vincono contro la Juve scudettata di Conte – all’ultima gara bianconera di Del Piero – la quarta Coppa Italia della loro storia, con i gol del solito Cavani e del futuro capitano Hamšík.

Il 2012 è dunque un’annata piena di soddisfazioni per il Napoli di Mazzarri, ma anche di rimpianti, dato l’esito della doppia sfida con i londinesi che andranno a vincere la competizione e l’inaspettato quinto posto in campionato, pagando la poca abitudine alla tripla competizione.



La stagione successiva non si apre al meglio: uno dei condottieri offensivi degli azzurri, il Pocho Lavezzi, lascia Napoli per il PSG. Mazzarri decide di puntare su Lorenzo Insigne – ultimo odierno superstite di quella squadra –, appena tornato dall’eccezionale stagione in Serie B con il Pescara di Zeman, pronto ad alternarsi con l’affidabile Goran Pandev al fianco di Cavani, voglioso di sfondare il muro delle 100 marcature con il Napoli – impresa riuscita da parte del fuoriclasse uruguayo, che disputa la sua migliore annata con gli azzurri dal punto di vista realizzativo.

La stagione 2012/2013 ci mostra ancora una volta un Napoli “bipolare”, capace di terminare al secondo posto in campionato ma di prendere cinque schiaffoni nella doppia sfida contro il Viktoria Plzeň in Europa League o perdere contro il Bologna privo di titolari in Coppa Italia, probabilmente con il principale problema che è quello dell’assenza di alternative di livello – con già molti titolari qualitativamente arrancanti.

Questa è anche l’ultima annata di Mazzarri sulla panchina del Napoli, sostituito da Rafa Benítez. Lo spagnolo dissolverà il gruppo formatosi nei tre anni precedenti, portando nuovi calciatori all’ombra del Vesuvio, diventati dei campioni di fama internazionale anche grazie alla successiva gestione di Maurizio Sarri, personaggio con delle idee opposte al calcio mazzarriano. Si può dire che Sarri abbia cancellato definitivamente l’eredità di Mazzarri, mettendo da parte il tanto amato contropiede portatore di gioie, così come Ancelotti, che preferì poggiarsi sui dettami tattici del suo predecessore. Gennaro Gattuso, invece, sembrerebbe aver timidamente rispolverato la classica ripartenza su ribaltamento di fronte, prediligendo comunque un calcio dalla manovra più elaborata e un possesso più ingente.

Possiamo quindi affermare che calcisticamente, a Napoli, Walter Mazzarri appartenga ad un passato quasi dimenticato, ma allo stesso tempo che è anche grazie a lui se oggi il Napoli è quello che conosciamo, essendo stato capace di ridare dignità calcistica ad una squadra che ormai non ne aveva da quasi 20 anni, riportandola in Europa e dando il là ad un percorso di crescita che ancora oggi raccoglie i suoi frutti.

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