Chelsea Di Matteo

Fonte immagine: Rayand, via Wikimedia Commons | CC BY 2.0 Generic

L’inatteso trionfo del Chelsea di Roberto Di Matteo

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Nell’estate del 2003, Roman Abramovič acquisisce la proprietà del Chelsea, cambiando per sempre la storia del club londinese. Gli ingenti investimenti dell’oligarca russo portano immediatamente dei risultati: nel giro di poche stagioni, infatti, i blues riescono a vincere più volte la Premier League – che prima dell’inizio dell’era Abramovič erano riusciti a conquistare una sola volta, nel 1955 –, oltre ad FA Cup, Coppa di Lega e Community Shield. Arrivati però al quasi decennale della proprietà, nonostante sia riuscito a conquistare il titolo di campione d’Inghilterra in tre delle ultime sei stagioni, il Chelsea si trova ogni anno in continua lotta con la sfortuna e l’inesperienza in Champions League, competizione mai vinta dal club inglese: lo scivolone di Terry, il disastro arbitrale di Ovrebo e il gol/non gol di García sono solo alcuni degli esempi.

Finita l’era Ancelotti, il club decide di puntare su André Villas-Boas, che l’anno prima aveva vinto l’Europa League con il Porto, e che era considerato da molti, almeno all’epoca, il ‘nuovo Mourinho‘, uno che da quelle parti aveva lasciato un bel ricordo. Le cose, però, non vanno bene: in campionato i blues sono fuori dalla zona Champions, e, dopo l’1-3 rimediato al San Paolo contro il Napoli di Walter Mazzarri, hanno pure un piede fuori dalla Champions. Il portoghese viene esonerato, al suo posto, con pochissime aspettative reali e la sola voglia di portare a termine il prima possibile la disastrosa stagione, viene incaricato il suo secondo: inizia la favola europea del Chelsea di Roberto Di Matteo.



L’allenatore italiano – che fino a quel momento vantava sul curriculum solo una stagione in terza divisione inglese con l’MK Dons, metà in seconda con il West Bromwich e un’altra metà in prima sempre con i Baggies, prima di essere esonerato – ridisegna il Chelsea, affidandosi alla vecchia guardia e al 4-2-3-1.

Nella gara di ritorno degli ottavi di finale della Champions League avviene la prima delle incredibili vittorie europee, e non è una semplice vittoria, è un 4-1 che ribalta clamorosamente la partita con il Napoli. Allo Stamford Bridge, con due bellissimi colpi di testa di Didier Drogba e di capitan John Terry, un rigore di Frank Lampard e un tiro di potenza di Branislav Ivanović ai supplementari, Di Matteo mette il primo pesantissimo mattone di quella che sarà l’incredibile cavalcata europea del Chelsea. Il gran gol di Inler nel secondo tempo rinvia solamente la sentenza: i blues riescono ad accedere ai quarti di finale, dove affronteranno il Benfica.

Contro i portoghesi, il tecnico, un po’ a sorpresa, lascia fuori Didier Drogba in favore del niño Torres, che ripaga la fiducia servendo a Salomon Kalou l’assist per il gol decisivo dell’andata: 0-1 a Lisbona e semifinali più vicine. Al ritorno i padroni di casa vanno in vantaggio subito con un gol del solito Lampard dal dischetto, ma rischiano dopo il pareggio di Javi García a cinque minuti dalla fine. Ultimi istanti di gara infuocati, con i portoghesi riversati tutti in avanti nonostante l’uomo in meno – erano rimasti in dieci dal 40′ per l’espulsione di Maxi Pereira –, ma Raul Meireles trasforma una delle ultimissime azioni da difensiva ad offensiva, recuperando il pallone e involandosi verso la porta avversaria, dove riesce a trafiggere il portiere con un gran destro. Il sogno continua, il Chelsea in semifinale affronterà il Barcellona di Pep Guardiola campione in carica, che ai quarti aveva eliminato il Milan di Max Allegri.

Due anni dopo l’assurda sfida che vide Ovrebo protagonista, lo Stamford Bridge torna ad ospitare i blaugrana. Di Matteo cuce una partita iper-difensiva sul suo Chelsea, per contrastare e rendere meno efficace il tiki-taka avversario cerca di creare più densità a centrocampo aggiungendo un terzo uomo – Meireles – alla classica mediana a due formata da Lampard e Mikel, e punta sulle ripartenze veloci per bucare la difesa degli spagnoli. Il Barça si rivela sfortunato – coglie una traversa con Alexis Sánchez e un palo con Pedro – e sprecone. La vendetta è, come sempre, un piatto che va servito freddo, e il cameriere che si occupa di questa mansione è Didier Drogba, che proprio su un contropiede iniziato da un lancio di Lampard e condotto da Ramires, decide il match con una zampata delle sue. Il Chelsea e Di Matteo riescono a cogliere il massimo, la gara d’andata si chiude sull’1-0 per i blues.

Il momento di gioire, però, dura davvero poco: dopo 44 minuti, al Camp Nou, nella gara di ritorno, il Barcellona ha già ribaltato il risultato dell’andata, con i gol di Sergio Busquets su assist di Isaac Cuenca e Don Andrés Iniesta su assist di Messi, con il Chelsea che ha anche perso Cahill per infortunio e che si ritrova in 10 uomini a causa di una irresponsabile e sciocca ginocchiata di John Terry ai danni di Sánchez.

Proprio quando il primo tempo si avviava verso lo scadere, una geniale imbucata di Lampard premia il solito e instancabile attacco della profondità di Ramires, che con un tocco sotto riesce a segnare un grande gol, riportando i blues al vantaggio complessivo per la regola dei gol in trasferta. Nel secondo tempo il Chelsea si prepara ad una vera e propria guerra, i dieci di mister Di Matteo mettono l’elmetto e si rifugiano in trincea, consapevoli dell’autentico miracolo sportivo che serve per fermare quel Barcellona in quelle condizioni. Messi stampa un calcio di rigore sulla traversa, e il Chelsea resiste. Sánchez segna, ma in fuorigioco, e il Chelsea resiste. Messi calcia da fuori e trova il palo, e il Chelsea resiste. Poi qualcosa cambia, la resistenza del catenaccio si trasforma nella prepotenza rivoluzionaria del contropiede, con Fernando Torres che riparte veloce in solitaria, c’è solo Víctor Valdés a separarlo dal gol, ma il portiere spagnolo viene saltato e al niño non resta altro che firmare la certezza dell’impresa: il Chelsea è in finale di Champions League.




La finale, come il resto del percorso dei londinesi, è un accumulo continuo di sofferenze: all’Allianz Arena c’è una squadra più forte dell’altra in campo, e sono i padroni di casa del Bayern Monaco – guidati da Jupp Heynckes –, che escluso qualche sprazzo di Drogba, dominano in lungo e in largo, e riescono a raccogliere i frutti del proprio gioco all’83’ minuto, con il colpo di testa schiacciato di Thomas Müller su meraviglioso assist di un appena ventiduenne Toni Kroos. Ma, così come è avvenuto durante il resto del percorso, anche stavolta l’accumulo di sofferenza porta a un’esplosione di gioia, che arriva a due minuti dalla fine, con il gol, tanto per cambiare, di Didier Drogba, che chiude i tempi regolamentari sul risultato di 1-1.

Nei primissimi minuti del primo tempo supplementare, Drogba atterra ingenuamente in area Ribéry, causando il rigore per il Bayern Monaco. Proprio l’uomo che ha trascinato più e più volte il Chelsea, potrebbe consegnare virtualmente la coppa ai tedeschi. Sarebbe un pessimo finale per una favola, ed è proprio per questo motivo – oltre che per il suo straordinario talento – che Petr Čech riesce a ipnotizzare Arjen Robben dagli 11 metri, e mantenere vive le speranze dei blues. I tempi supplementari non sono bastati per sancire un vincitore, si va ai calci di rigore.

Davanti a un vero e proprio muro rosso, ancora una volta, le cose partono male per il Chelsea. Neuer para subito un rigore a Mata, ma la squadra di Di Matteo non si scompone e mette a segno tutti i tiri dal dischetto, nella speranza di un errore degli avversari o una parata di Čech. La speranza di quest’ultima si concretizza al quarto rigore, sul tiro di Ivica Olić, e ad essa si aggiunge, nel successivo tiro dei tedeschi, un palo colpito da Bastian Schweinsteiger, che permette a Didier Drogba, «sempre lui, meravigliosamente lui», di calciare il rigore decisivo: rincorsa corta, palla da una parte, portiere dall’altra. Di Matteo ce l’ha fatta davvero, il Chelsea è Campione d’Europa per la prima volta nella sua storia.

A volte il destino fa degli scherzi, e questo, per il Chelsea, è il miglior scherzo della sua storia: tutti gli allenatori scelti per vincere la Coppa dalle Grandi Orecchie non ce l’hanno fatta, e il destino ha voluto che a riuscirci fosse il traghettatore che avrebbe dovuto solamente concludere una stagione ormai irrecuperabile, creando un’ossatura granitica e arrivando ai risultati con un gioco esteticamente non conforme ai canoni moderni, ma che si è rivelato maledettamente efficace, e questo basta per finire dritti nella storia.

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