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Il calcio prima dei rigori

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L’impressione che si ha, analizzando le scelte di chi governa il calcio, è che si faccia il più possibile per evitare che una partita venga decisa ai rigori – in particolare Joseph Blatter, presidente della FIFA dall’8 giugno 1998 al 21 dicembre 2015, ha più volte dichiarato apertamente di non apprezzarli. Nelle partite che prevedono l’eliminazione di una delle due squadre, quando la gara finisce in parità, si va prima ai tempi supplementari, ovvero si aggiungono 30 minuti – ed eventuale recupero – ai già 90 giocati, ma non è sempre così, basti pensare alla regola dei gol in trasferta, piuttosto che – tornando indietro nel tempo – a regole come il golden gol e il silver gol – valide fino al 2004, approvate rispettivamente nel 1996 e nel 2003 – che noi italiani ricordiamo bene, dato che ci costarono la finale degli Europei del 2000 e gli ottavi di finale del Mondiale 2002.



Non sono pochi quelli che non apprezzano questo modo di decidere le gare – alcuni perché lo reputano anacronistico, altri perché troppo crudele –, ma la maggior parte degli appassionati di calcio provano le maggiori emozioni – positive e negative che siano – proprio quando le partite sono decise ai rigori, motivo per il quale non approvano particolarmente l’atteggiamento di cui parlavamo precedentemente. Quello che non tutti sanno è che, nel calcio, prima degli anni Settanta, per i pareggi nelle gare ad eliminazione diretta, i rigori non erano previsti – per le competizioni UEFA e FIFA, nel resto del mondo vi erano già negli anni Cinquanta alcuni prototipi di partite decise ai rigori per come le conosciamo oggi, in particolare nella Coppa di Jugoslavia del 1952 ma anche nella nostra Coppa Italia, nel 1958.

Prima dei rigori

Le soluzioni che si utilizzavano nel calcio prima che fossero introdotti i rigori erano fondamentalmente due: la ripetizione della gara o, in alternativa, l’affidamento al caso. In altre parole, quando non vi erano le tempistiche per ripetere la gara o quando, dopo la ripetizione, si verificava un altro pareggio, la vittoria spettava alla squadra più fortunata, che veniva decretata tramite lancio di monetina o sorteggio.

Queste metodologie, ormai abolite da UEFA e FIFA, sono però ancora in uso in alcune competizioni: esempio più famoso per quanto concerne la ripetizione del match è l’FA Cup, nella quale proprio a tal riguardo vi sono state negli ultimi anni molte polemiche, causate dall’eccessiva mole di gare che una squadra è tenuta a disputare nel corso di una stagione, basti pensare a Jürgen Klopp che in un recente turno della competizione, dopo aver pareggiato la prima gara e quindi fatto scattare il meccanismo della ripetizione, ha schierato l’Under-23 in campo per garantire al suo Liverpool un po’ di riposo; mentre il sorteggio è ancora in uso in competizioni come la Coppa d’Africa.


I casi più famosi

Il caso vuole che i due episodi più famosi in questo ambito abbiano in qualche modo a che fare con l’Italia. Il primo risale all’inverno del 1954, quando la Spagna dovette giocarsi la qualificazione al Mondiale contro la Turchia. La formula prevedeva due partite, una in Spagna e una in terra turca. L’andata terminò 4-1 per gli spagnoli, il ritorno lo vinsero 1-0 i turchi, risultato sufficiente per decidere la qualificazione con uno spareggio in campo neutro, non si considerava infatti la differenza reti. La partita di spareggio si disputò a Roma e terminò con un clamoroso 2-2, anche dopo i tempi supplementari. In assenza dei rigori ci si affidò dunque al caso, che in questa occasione aveva un nome e un cognome, o meglio, due nomi ed un cognome: Luigi Franco Gemma, un bambino italiano di tredici anni, che fu scelto per pescare, dopo esser stato bendato, uno dei due bigliettini presenti dentro un’urna, decretando così chi, tra Turchia e Spagna, avrebbe partecipato al Mondiale e chi sarebbe rimasto a casa. Il bigliettino pescato dal bambino recitava «Turchia», e furono dunque le stelle crescenti ad andare al Mondiale del 1954. Ah, già che ci siamo, volete sapere come andò a finire quel Mondiale per i turchi? Beh, non troppo bene, in realtà. Se la fortuna li aveva aiutati, ad aiutarli di certo non sarebbe stata anche la Germania Ovest, che nello spareggio per accedere ai quarti di finale – dopo averli già battuti 4-1 nel girone –, gli rifilò un sonoro e non proprio clemente 7-2, e in questo caso nemmeno il piccolo Luigi avrebbe potuto fare qualcosa.

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Il secondo, invece, è quello che vide l’Italia non solo come il luogo nel quale venne effettuato il sorteggio, bensì come protagonista dello stesso. Il 5 giugno del 1968 si gioca, allo Stadio San Paolo di Napoli, la semifinale dell’Europeo tra l’Italia di Ferruccio Valcareggi e l’Unione Sovietica di Mikhail Yakushin. Le due squadre non riescono a sbloccare il punteggio e alla voglia di fare l’impresa subentra la paura di perdere, e anche per questa ragione la partita termina 0-0. Il lancio della monetina che decreterà il vincitore della partita avviene nello spogliatoio del direttore di gara, dove sono presenti l’arbitro tedesco Tschenscher, il capitano italiano Giacinto Facchetti e quello sovietico Albert Shesternyov. Alla domanda dell’arbitro «testa o croce?» Facchetti rispose scegliendo testa, e fu proprio testa ad uscire dal lancio di quella monetina di 100 lire, che significava finale per gli azzurri. Una finale che per altro l’Italia riuscì a vincere solo dopo la ripetizione della prima gara finita in pareggio, battendo dunque alla seconda occasione la Jugoslavia e vincendo per la prima – e ad oggi ultima – volta nella propria storia l’Europeo.

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