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Manchester United-Chelsea 2008, scivolare sul più bello

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Come si gestisce la pressione, la foga, la fame di vincere? Come ci si comporta sul dischetto, quando arriva il momento di cambiare la storia? Come si combatte la sfortuna, il campo, la pioggia? La scienza parla chiaro: per tirare un rigore perfetto bisogna prendere cinque o sei passi di rincorsa, calcolare un angolo di trenta gradi e tirare nell’angolo alto, circa cinquanta centimetri più in basso dell’incrocio. Ma la scienza, con il calcio, ha ben poco a che fare, e il 21 maggio 2008, allo stadio Lužniki di Mosca, qualcuno l’ha imparato a sue spese.



Quella sera di maggio va in scena l’atto finale della cinquantatreesima edizione della Champions League. Una partita tutta inglese, dopo la finale spagnola del 2000 e quella italiana del 2003. Ad affrontarsi sono il Manchester United di Sir Alex Ferguson e il Chelsea, guidato dall’allenatore israeliano Avraham Grant. Per i Red Devils questa è un’occasione per incrementare il proprio palmarès internazionale, per i Blues, invece, rappresenta la possibilità di affermarsi nel panorama calcistico europeo alla loro prima finale di Champions.

Il Manchester United ha già in tasca la Premier, conquistata con un vantaggio di due punti proprio sugli uomini di Grant, mentre il Chelsea, nonostante una stagione positiva e il secondo posto in campionato, si presenta in Russia a mani vuote.

Ferguson schiera un 4-2-2-2: in porta Edwin van der Sar, Rio Ferdinand e Nemanja Vidić formano l’arcigna coppia difensiva, coadiuvata da due terzini di spinta, Wes Brown e Patrice Evra. A centrocampo Michael Carrick e Paul Scholes compongono la linea mediana, mentre un giovanissimo Cristiano Ronaldo si affianca al veterano Owen Hargreaves in posizione più larga ed avanzata. Davanti, il tandem offensivo vede schierati Carlos Tévez e Wayne Rooney.

Il Chelsea, dal canto suo, può contare altri grandissimi nomi: nel 4-3-3 londinese in porta si colloca Petr Čech, in difesa, da destra verso sinistra, Michael Essien, Ricardo Carvalho, John Terry ed Ashley Cole. Claude Makélélé fa da centrocampista difensivo, le mezzali sono Michael Ballack e Frank Lampard. Il tridente è costituito da Joe Cole, Florent Malouda e Didier Drogba.



La partita promette spettacolo, e la promessa viene mantenuta. Nei primi minuti tanto agonismo e tanta grinta, con sprazzi di qualità continui. Ad esempio, la giocata con cui Ronaldo al 15’ salta il più esperto Essien e mette dentro un cross pericoloso, ma un po’ troppo alto per Hargreaves. Dall’altra parte, un lungo lancio di Lampard costringe Vidić ad un intervento arrischiato, che lo fa quasi andare in autorete. Al 26’, la partita si sblocca: uno scambio di altissima qualità tra Brown e Paul Scholes porta il terzino destro dello United a crossare dal vertice dell’area di mancino, sul pallone si avventa come un falco Cristiano Ronaldo, che sovrasta un disattento Essien e spedisce la palla alla destra di Čech, firmando così il suo quarantaduesimo gol stagionale. Vantaggio rosso e palla al centro.

La reazione non si fa attendere, e già al minuto 34 il Chelsea avrebbe l’occasione giusta per pareggiare: un lancio lungo verso Drogba viene deviato dall’attaccante ivoriano al centro, dove si lancia Ballack, ma van der Sar para con un riflesso felino, e la palla rotola sul fondo. Non passano nemmeno sessanta secondi e il Manchester United ha la possibilità di raddoppiare: un Ronaldo indemoniato mette in mezzo un cross meraviglioso per Tévez, che schiaccia verso la porta ma trova l’eccezionale risposta del portiere del Chelsea, la palla rimane lì, Terry spazza via male e serve l’accorrente Carrick, che a botta sicura fallisce il match point, complice un Čech nuovamente strepitoso per reattività e posizionamento.

Il monologo della squadra di Manchester non si ferma e, al 43’, Rooney piazza una palla pericolosissima a centro area, dove Tévez fa cilecca in scivolata. Il contrattacco dei Blues consiste in una punizione di Ballack al 44’, con la palla che finisce alta sopra la traversa. Poi, quando la prima frazione di gioco sembra ormai finita e ci si sta già addentrando nei minuti di recupero, il campo del Lužniki miete la sua prima vittima: un tiraccio di Makélélé si abbatte su Nemanja Vidić, la palla schizza sulla schiena di Ferdinand che involontariamente serve Frank Lampard, van der Sar, nel tentativo di cambiare direzione dopo la seconda deviazione, scivola clamorosamente sul terreno di gioco viscido e lascia un gol facile al numero otto del Chelsea, che non sbaglia. Il tempo di festeggiare e arriva il duplice fischio, che manda tutti negli spogliatoi sul risultato di 1-1.



Dopo la pausa il Manchester United rientra in campo un po’ più opaco, e il Chelsea tiene il pallino del gioco. Al 55’ una scorribanda offensiva di Michael Essien culmina con un tiro a giro di sinistro che si spegne in curva. Da notare, comunque, un altro scivolone di van der Sar proprio sul tiro del centrocampista ghanese, segno della non trascurabile insidiosità dell’erba. Il Chelsea si rende ancora pericoloso con un tiro da fuori di Ballack, di poco a lato. Poi il ritmo si abbassa, le squadre lottano principalmente in mezzo al campo e le occasioni da gol diminuiscono, almeno fino al 78’, quando entra prepotentemente in gioco l’estro di Didier Drogba: l’attaccante ivoriano riceve una palla a circa 25 metri dalla porta avversaria, si gira in modo fulmineo e inventa un tiro a giro di velocità e potenza terrificanti. Sembra l’attimo perfetto per sigillare il match, ma il pallone stellato si stampa sul palo, graziando i diavoli rossi.

C’è tempo ancora per uno squillo di Tévez, un tiro da fuori forzato ed impreciso, e per il primo cambio della partita, con Giggs che rileva Scholes, prima della fine dei tempi regolamentari.

Nel primo tempo supplementare gli allenatori mettono mano alle loro rispettive formazioni. Il primo a farlo è Grant, che al 92’ sostituisce Malouda con Kalou. Due minuti dopo il primo avvicendamento tra le file dei Blues, la stupefacente lucidità di Frank Lampard rischia di portare i londinesi in vantaggio. Il centrocampista inglese riceve in area, spalle alla porta, si gira e con il sinistro prende in pieno la traversa. Le compagini ora sono lunghe e soggette a continui ribaltamenti di fronte. Per approfittarne, al 99’, Grant schiera Anelka e richiama in panchina Joe Cole.

Al 100’ è il Manchester ad avere la possibilità di colpire l’avversario fatalmente: Evra scende sulla fascia come un treno, prendendo il fondo, Čech esce su di lui, lasciando la porta sguarnita, il francese scarica dietro su Giggs, che colpisce col mancino, ma, fortunatamente per il Chelsea, John Terry è posizionato molto bene e, con un colpo di frusta, riesce a spedire la palla sopra la sbarra orizzontale.

Al 101’ Rooney lascia il posto a Nani. Nulla di rilevante accade poi, nemmeno nel secondo tempo supplementare, fino al 116’, minuto in cui, da un’infrazione piuttosto trascurabile, si scatena una rissa. I primi ad essere coinvolti sono Terry e Tévez, poi ci si mettono anche Drogba e Vidić. In un momento di follia sportiva, l’attaccante Blues colpisce il gigante serbo in faccia con una manata, gesto che gli costa l’espulsione ed un inevitabile vortice di rimpianti. La partita prosegue con un ampio recupero, in cui i meno abili coi piedi lasciano posto ai rigoristi scelti: Ferguson fa entrare Anderson per Wes Brown, mentre Grant inserisce Belletti per Makélélé.



Dopo tanti sforzi ed innumerevoli emozioni, arriva il momento più temuto: l’arbitro fa risuonare il triplice fischio, e la lotteria comincia. Ferguson e Grant scelgono i loro biglietti fortunati, cinque a testa. I numeri del Manchester United sono Tévez, Carrick, Ronaldo, Hargreaves e Nani, mentre nella lista del Chelsea figurano Ballack, Belletti, Lampard, Ashley Cole e John Terry.

Il tempo di riposare le gambe, rilassare i muscoli e ascoltare le ultime parole ispiratrici, e la partita arriva al suo atto conclusivo.

Il primo tiro dal dischetto è quello di Carlos Tévez, che spiazza Čech con un piazzato sulla sua destra. Ballack sceglie lo stesso angolo, van der Sar intuisce ma non intercetta, e il pareggio viene ristabilito. Il secondo duello vede come protagonisti Carrick e Belletti, entrambi implacabili dagli undici metri, il primo incrociando alla sua sinistra, l’altro aprendo il piattone sulla destra. Dopo quattro rigori, situazione invariata.

Tocca all’uomo più atteso, capocannoniere stagionale dello United e già candidato principale alla vittoria del Pallone d’Oro – il primo di una lunga serie. Cristiano Ronaldo si avvicina al pallone, lo bacia, lo posiziona e si prepara al tiro. L’arbitro fischia e il portoghese mette in scena una rincorsa che dovrebbe ingannare Čech, ma che si rivela un’arma a doppio taglio: la sua corsetta rallenta dopo pochi passi, per poi riprendere più veloce, per poi fermarsi del tutto. A quel punto Ronaldo guarda l’estremo difensore ceco negli occhi, sperando di notare un cenno di disorientamento o di spostamento. Petr Čech gli risponde con statuaria concentrazione ed incredibile freddezza, rimanendo piantato sui suoi piedi, fermo nella posizione migliore. Dopo un interminabile secondo di contatto visivo il numero 7 continua e calcia di forza, ma il suo diretto avversario ha già capito tutto e vola a disinnescare la bomba. Dopo qualche millisecondo di incredulità generale, Ronaldo si avvia sconsolato verso i suoi compagni, mentre sulla panchina di Grant si festeggia. Non c’è bisogno di studi scientifici per capire che è stato appena calciato un gran brutto rigore.

Il tiratore successivo è Frank Lampard, che sbriga la pratica con una rasoiata di potenza terrificante che non passa lontanissima dalla mano sinistra di van der Sar. Il Chelsea si porta quindi in vantaggio dopo la terza serie di tiri dal dischetto, e tutta la pressione in casa Manchester United ricade sul destro di Owen Hargreaves. Il centrocampista inglese risponde con una realizzazione al limite del perfetto, scaricando il pallone sotto l’incrocio, alla destra di Čech, comunque bravo ad intuire la direzione. I Blues si affidano ad Ashley Cole per mantenere lo scarto di una rete. Il suo mancino rischia di spegnersi sulle mani di van der Sar, ma il portiere della nazionale olandese riesce solo a sfiorare e la palla si insacca in rete. Stessa cosa accade per il tiro ad incrociare di Nani, intuito e deviato da Čech, ma dal risultato soddisfacente.



Con un Manchester ferito, ma ancora in vita, John Terry si avvicina a lunghi passi al pallone. Il capitano dei londinesi si sistema la fascia, come a sottolineare l’importanza del momento e la responsabilità che lo coinvolge. Terry sa che il suo rigore può significare il paradiso oppure un altro po’ di limbo, di pericolosa vicinanza all’inferno. Il suo sguardo è deciso. Non ha intenzione di sbagliare, vuole prendersi una rivincita sui rivali. Prende una rincorsa breve, come direbbe la scienza. Angola il tiro di circa trenta gradi, come direbbe la scienza. Carica un destro potente e piuttosto alto, come direbbe la scienza. Comincia la corsa e, un attimo prima di impattare il pallone, vede Edwin van der Sar gettarsi alla sua sinistra. Bene, ha il tempo di tirare a destra. Sembra tutto fatto, ma il campo, il pallone, la fortuna, sono tutti fattori assai volubili. Il calcio è volubile. Nel momento esatto in cui il piede sinistro del capitano si appoggia accanto al pallone, l’insidiosità del Lužniki decide di colpire ancora: John Terry scivola, il pallone si stampa sul palo ed esce. Il mondo intero si fissa sull’istantanea del difensore inglese che si tiene il viso tra le mani. Qualcuno esulta, qualcuno colpevolizza, qualcuno compiange, come in tutti i grandi errori sportivi. Nessuno davvero comprende l’insieme di sentimenti che turbina nell’anima del 26, perché nessuno può.

L’insperata salvezza in extremis rivitalizza gli uomini di Ferguson. Anderson tira e non fallisce, Kalou risponde spiazzando van der Sar, il mancino di Giggs non ammette repliche. È il turno di Anelka. Il francese non ci pensa troppo dopo il fischio dell’arbitro e sceglie di tirare a sinistra. Sfortunatamente per il Chelsea, quello è l’angolo scelto anche dal portiere del Manchester United, che mette fuori. Serve il tempo di realizzare che lo United è campione d’Europa, prima che un tremendo boato di esultanza si levi dai settori dei suoi tifosi. Le immagini che seguono alternano, come in ogni finale, il dramma alla gioia più assoluta.

Eppure, il fotogramma che rimane più impresso di quella confusa miscela di colori e rumori che viene propinata alla fine di ogni partita non è Rio Ferdinand che alza la coppa, ma la folle disperazione di Terry, in preda ad un dolore devastante. La rappresentazione perfetta del tipico sconforto tragico di chi aveva tutto a portata di mano e ora si ritrova con niente tra le dita, dopo aver subito la fatalità dello scivolare sul più bello.


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