Perugia dei miracoli

Fonte immagine: Pubblico dominio

Il Perugia dei miracoli

Calcio Italiano Le Squadre PSS Slider

Come raccontava poeticamente Federico Buffa in uno dei suoi documentari, gli anziani di Budapest, e dell’Ungheria intera, sono in grado tutt’oggi di ripetere a memoria la formazione dell’Aranycsapat – la grande Ungheria degli anni Cinquanta. Una scena simile potrebbe facilmente ripetersi a Perugia, con la loro versione della Squadra d’Oro: la formazione perugina della stagione 1978/1979, il cosiddetto Perugia dei miracoli, la prima squadra della storia del campionato di Serie A a girone unico a rimanere imbattuta per tutto il torneo.



La storia del Perugia in Serie A inizia qualche anno prima, nella stagione 1975/1976. Gli umbri, nel loro primo anno nella massima categoria, sorprendono tutti: da squadra candidata alla retrocessione, il Grifo riesce a piazzarsi all’ottavo posto. In questa prima annata spiccarono giocatori come Paolo Sollier – diventato iconico per la sua militanza in gruppi di estrema sinistra come Avaguardia Operaia e per il saluto ai tifosi con il pugno chiuso – e soprattutto Renato Curi, che grazie ad un suo gol contro la Juventus all’ultima giornata decise le sorti del campionato, regalando lo scudetto al Torino. La vita di Curi si legherà a doppio filo con la Juventus: un anno e mezzo dopo, il 30 ottobre 1977, nel corso della partita tra il suo Perugia e i bianconeri, valida per la sesta giornata del campionato, il giovane centrocampista si accascia a terra e muore sul prato del Comunale di Pian di Massiano a causa di un arresto cardiaco. La tragedia spinse la comunità perugina e le sue istituzioni ad intitolare lo stadio allo stesso Curi, in memoria di un talento stroncato troppo presto di cui il ricordo è vivido ancora oggi nella tifoseria biancorossa.

Nonostante il dramma dell’annata precedente, il Perugia si presenta ai blocchi di partenza della stagione 1978/1979 forte di un gruppo e di una guida tecnica ormai consolidata nella figura di Ilario Castagner, artefice della promozione dalla serie cadetta e delle prime stagioni positive nella massima serie. La squadra era schierata con un 1-3-2-3-1 ispirato dal calcio totale degli olandesi, con Nello Malizia in porta, Pierluigi Frosio come libero e con linea di difesa a tre composta da Michele Nappi, Mauro Della Martira e Antonio Ceccarini – soprannominato ‘Tigre‘ per la grinta che metteva in campo. Il centrocampo a due vedeva titolare il neoacquisto dal Parma Cesare Butti e Paolo Dal Fiume, mentre il reparto offensivo – il punto di forza della formazione umbra – era composto da Salvatore Bagni, Walter Speggiorin e Franco Vannini, con Gianfranco Casarsa come unica punta.

Il cammino in campionato inizia con una bella vittoria per 2-0 in casa contro la Lanerossi Vicenza, a cui seguono il pareggio a San Siro con l’Inter e la vittoria interna contro la Fiorentina. È però alla quarta giornata che il Perugia inizia ad assumere la consapevolezza che quella potesse rivelarsi una stagione importante. A Torino il Perugia affronta i campioni in carica della Juventus e riesce ad ottenere la prima storica vittoria in casa dei bianconeri. I perugini seppero approfittare anche del ritardo nella preparazione fisica delle big del campionato dati i Mondiali in Argentina dell’estate precedente, che fecero slittare l’avvio del campionato al primo ottobre.



Il rivale per lo Scudetto si rivelò essere il Milan, con cui si susseguirono numerosi sorpassi – con lo scontro diretto a San Siro finito 1-1. Il Perugia conclude il proprio girone d’andata con 7 vittorie e 8 pareggi, a 3 punti di distacco dai rossoneri, ma l’inizio del girone di ritorno coincise anche con il momento più difficile per i perugini. Il 4 febbraio 1979 al Curi va in scena Perugia-Inter, partita che si rivelerà di importanza capitale per il cammino degli umbri. Oltre ad aver corso il serio rischio di veder interrotta la striscia d’imbattibilità – la partita finì 2-2 con un gol di Ceccarini al 90′ –, un intervento del terzino interista Adriano Fedele ruppe tibia e perone a Franco Vannini, probabilmente il miglior giocatore del Grifo. Il Perugia risentirà molto dell’infortunio di Vannini, a cui si aggiungerà quello di Frosio. La squadra incappa in cinque pareggi nelle successive sette partite, prima di arrivare allo scontro diretto decisivo contro il Milan. In un Curi gremito all’inverosimile, la partita si risolve in due minuti, dal 15′ al 17′, durante i quali viene trasformato un rigore per parte. Il primo dal rossonero Stefano Chiodi, mentre il secondo da Casarsa. Il risultato finale di 1-1 regala di fatto lo scudetto della stella ai rossoneri.

Si infranse così il sogno tricolore, ma rimane vivo l’obiettivo l’imbattibilità e, soprattutto, una prima storica qualificazione in Coppa UEFA da centrare. Il Perugia dei miracoli riesce a completare entrambi questi obiettivi nell’ultima giornata di campionato allo Stadio Dall’Ara contro il Bologna, grazie ad un 2-2 che cala il sipario su una delle stagioni più incredibili nella storia del calcio italiano. Mai prima di allora una squadra aveva concluso il campionato senza perdere neanche una partita, e che la prima a riuscirci fosse una provinciale al suo quarto anno nella massima serie destò e desta ancora meraviglia.



Quella squadra venne soprannominata ‘Perugia dei miracoli‘, ma dietro alla favola vi era il lavoro di una società estremamente competente. Sono due le figure principali che costruirono questa realtà, il direttore sportivo Silvano Ramaccioni e il presidente Franco D’Attoma.

Ramaccioni, umbro di nascita, si distinse come ottimo talent scout. L’esempio più illustre tra i suoi colpi è quello di Salvatore Bagni, prelevato dal Carpi – all’epoca in Serie D – e lanciato direttamente nella massima serie dal Perugia, rampa di lancio di un’ottima carriera chiusa con la vittoria dello scudetto con il Napoli di Maradona.

La menzione d’onore, però, va al presidente D’Attoma. Spesso si abusa dell’espressione «avanti di vent’anni», ma in questo caso si tratta veramente di un pioniere del calcio italiano. Pugliese di nascita, si trasferisce a Perugia per frequentare la rinomata università cittadina, diventando presidente della squadra del capoluogo umbro nella prima metà degli anni Settanta. Oltre ad aver creato il Perugia dei miracoli, un’altra sua intuizione fu la sponsorizzazione delle maglie. I biancorossi, infatti, dalla stagione successiva a quella dell’imbattibilità, avrebbero avuto sotto lo stemma con il Grifo il logo del Pastificio Ponte – uno stabilimento che si trovava a Ponte San Giovanni, una frazione del capoluogo umbro –, inserito per una cifra stimata sui 500 milioni di lire. La sponsorizzazione si rivelò utile per finanziare l’acquisto di Paolo Rossi, verosimilmente il miglior attaccante della Serie A di quegli anni.

Paradossalmente però, l’arrivo di Rossi segnò anche l’inizio della fine del Perugia dei miracoli. Nonostante la positiva stagione 1979/1980, il Grifo non riuscì a ripetere i risultati dell’annata precedente, e la squalifica per lo scandalo calcioscommesse dello stesso Rossi segnò il rapido declino della compagine umbra, che retrocesse nella stagione 1980/1981.

Gli umbri tornarono nella massima serie durante gli anni della vulcanica presidenza di Luciano Gaucci, che seppe riportare il Perugia in Coppa UEFA nella stagione 2003/2004 grazie alla vittoria dell’Intertoto, ma che non fu mai in grado di emulare i risultati del suo predecessore.

Oggi, in memoria di quell’annata straordinaria, restano i documenti presenti nel Museo del Perugia Calcio all’interno dello stadio Renato Curi, e il viale che porta all’ingresso della Curva Nord – cuore pulsante del tifo perugino – intitolato al presidente D’Attoma. Ma ciò che rimane maggiormente di quel periodo è il segno lasciato in una comunità spesso dimenticata come quella umbra, che per un anno sognò concretamente di poter conquistare un qualcosa di inimmaginabile, in un campionato che consegnò comunque a quella squadra e a quella città un primato che solo il Milan nel 1991/1992 e la Juventus nel 2011/2012 riuscirono a eguagliare, quello dell’invincibilità.

Leggi anche: Renato Curi e la Juventus, storia di un vincolo insolubile