Arsenal invincibili

Arsenal 2003/2004, una squadra di Invincibili

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Il campionato inglese, ad oggi, è da molti considerato il migliore al mondo. I motivi sono tanti: la bellezza degli stadi, la storia, l’intensità e la qualità del calcio giocato; un mix irresistibile per gli appassionati. Tuttavia, il campionato inglese non è stato sempre così. Prima di diventare quello che è oggi, infatti, ha dovuto superare tante difficoltà. Il problema principale è stato quello degli hooligan e della violenza tra tifosi, ma anche il razzismo è stato un ostacolo difficile da superare – tra gli anni Ottanta e Novanta arrivavano i primi calciatori stranieri e per loro non era così facile disputare una normale partita di calcio. Poi, però, la Premier League – così chiamata dal 1992 – ha cominciato un processo di crescita che l’ha portata ad un grande miglioramento sia dal punto di vista economico che qualitativo, grazie soprattutto all’arrivo sempre più frequente di giocatori ed allenatori stranieri che scriveranno la storia del calcio inglese. Tra questi è sicuramente da annoverare il nome di Arsène Wenger, il primo allenatore non britannico della storia dell’Arsenal, che siede sulla panchina dei Gunners nel 1996. Questo è il primo, fondamentale mattone poggiato dalla dirigenza per creare quello che poi passerà alla storia come l’Arsenal degli Invincibili.


L’Arsenal degli Invincibili – Le premesse

La scelta di Wenger non è stata una scelta facile per il club, che si è trovato a dover combattere con l’opposizione di chi era annebbiato dalla visione tradizionalistica. L’approdo del tecnico francese è stato supportato da David Dein, a quei tempi vicepresidente dei Gunners. Quest’ultimo aveva invitato a cena Wenger nel 1989, anni dopo Dein ha dichiarato: «Ero convinto che Arsène sarebbe diventato il nostro allenatore dal primo giorno in cui l’ho incontrato». In quella cena, l’allora allenatore del Monaco, avrebbe conquistato le grazie di Dein con una frase in particolare: «Ieri ho provato a guardare la partita del Tottenham in televisione nel mio hotel, ma mi sono addormentato». Wenger viene accolto con scetticismo anche dai giocatori, il francese rivoluziona i metodi di allenamento e impartisce un diverso tipo di alimentazione. Inoltre, arrivano moltissimi giocatori stranieri e in particolare francesi, mantenendo comunque una buona base di giocatori inglesi che erano già parte della precedente gestione di Graham. Alla seconda annata del manager francese, l’Arsenal conquista il secondo Double – Premier League ed FA Cup – della sua storia, a quasi trent’anni di distanza dal primo.

In quegli anni tra i vertici del club si comincia inoltre a discutere della possibilità di dare alla squadra una nuova casa, lo stadio di Highbury, per quanto iconico e ricco di storia, non permetteva di tenere testa agli altri grandi club inglesi, che stavano costruendo stadi moderni e molto più capienti. Anche in questo caso la società si trova a prendere una decisione storica, Highbury, fondato nel 1913, nasce da un’idea di Sir Henry Norris che a quei tempi era anche proprietario del Fulham. Il magnate londinese, dopo aver provato a unire il Fulham e l’Arsenal – che era ancora Woolwich Arsenal – senza riuscirci, decise di trasferire l’Arsenal a Highbury, nel quartiere di Islington, e la mossa fu risolutrice. Lo stadio precedente, il Manor Ground, era isolato e non permetteva una numerosa presenza di spettatori, Higbury, invece, era vicino alla fermata della metropolitana di Gillespie Road – rinominata nel 1932 ‘Arsenal station‘ -, e Islington era un quartiere molto affollato. Scegliere di lasciare uno stadio che raccoglie più di ottantacinque anni di Arsenal non è quindi facile, ma alla fine Hill Wood approva, nel 2006 l’Arsenal si trasferirà all’Emirates Stadium, che dista solo 500 metri dalla vecchia costruzione. L’allora presidente dei Gunners fece arrivare forte e chiaro il messaggio a Wenger: «Avremo una nuova casa a partire dal 2006. Questo significa che ci toccherà vincere il titolo il prima possibile, Highbury deve vedere per l’ultima volta il trofeo e voglio che sia l’annata migliore che questo club abbia mai visto».

In quegli anni l’ostacolo più grande che divideva l’Arsenal dal titolo si chiamava Manchester United, sotto la guida di Sir Alex Ferguson, i Red Devils avevano cominciato a vincere la maggior parte delle edizioni del campionato inglese. Lo United è forte di una potenza finanziaria superiore ai Gunners, e anche per questo non è facile tenergli testa, ma, nonostante tutto, l’Arsenal riuscì a vincere la Premier già nella stagione 2001/2002, la squadra di Wenger chiuse il campionato con ottantasette punti, dieci in più dello United che, in realtà, arrivò terzo, dietro anche al Liverpool. Quel successo, però, fu solamente il preludio al vero Arsenal di Wenger. Nell’annata successiva il Manchester United si riprende la Premier, con l’Arsenal che dovrà accontentarsi del secondo posto, ma Wenger aveva già intuito che i Gunners stavano diventando un macchina perfetta, i meccanismi cominciavano a funzionare e a soddisfare il tecnico alsaziano che, durante la stagione 2002/2003, dichiara: «Questa squadra può pensare di non perdere neanche una partita in campionato». Le aspettative quell’anno non furono rispettate, un mese dopo quelle parole l’Arsenal cadde sotto i colpi di Wayne Rooney e dell’Everton, ma, l’odore della gloria, diventa più forte con l’avvicinarsi dell’edizione seguente.

La vittoria decisiva della Premier League 2001/2002 arrivò proprio contro il Manchester United, all’Old Trafford



L’Arsenal degli Invincibili – La stagione

Nell’estate del 2003 il Manchester United aveva ceduto pedine importanti come David Beckham e Juan Sebastián Verón, ma aveva accolto un giovane Cristiano Ronaldo, il promettente Louis Saha, oltre al centrocampista brasiliano Kléberson che, nel 2002, era diventato campione del mondo con la sua Nazionale. Al duopolio Arsenal-Manchester United, minacciava di aggiungersi una terza forza, il Chelsea, appena acquistato da Roman Abramovich per 140 milioni di sterline. Il nuovo patron volle subito regalare ai suoi tifosi un mercato estivo da sogno, furono spesi quasi 170 milioni, che portarono a Stamford Bridge gente del calibro di Hernán Crespo, Claude Makélélé e proprio da Manchester il già citato Verón. L’Arsenal doveva quindi tener testa a rivali sempre più forti e ricchi di campioni, e doveva farlo soprattutto con un progetto e con delle idee, la maggior parte delle quali contenute nella testa di Arsène Wenger.

La stagione non inizia benissimo, la prima partita dell’anno coincide con la sconfitta nella finale del Community Shield, giocata al Millenium Stadium contro il Manchester United – destino simile alle altre competizioni, dove i Gunners non brilleranno come in Premier. In campionato, invece, nelle prime cinque partite, l’Arsenal ottiene quattro vittorie e un pareggio. Nonostante i buoni risultati, però, la squadra di Wenger non convince del tutto.

Il 21 settembre 2003 si gioca il primo grande appuntamento, Manchester United-Arsenal. I Gunners arrivano al match da primi in classifica con tredici punti, davanti allo United con dodici. La partita è da tipico calcio inglese, sarà ricordata come ‘Battle of Old Trafford‘, un mix di gomitate, spinte, tackle e entrate a palla lontana, ma il peggio viene alla fine. A dieci minuti dal termine van Nistelrooij, nel tentativo di raggiungere il pallone, salta appoggiando le ginocchia sulle spalle di Vieira, che da terra reagisce allungando il piede e provando a colpire l’avversario, l’episodio viene colto dall’arbitro che punisce il francese con la seconda ammonizione della sua partita, lasciando l’Arsenal in dieci e scatenando una rissa tra i giocatori. Prima del termine della gara c’è un altro episodio da perdere il fiato: un calcio di rigore a favore degli uomini di Ferguson nei minuti di recupero, per fallo di Martin Keown ai danni di Diego Forlán. Sul dischetto si presenta proprio Ruud van Nistelrooij, il cui tiro però sbatte contro la traversa, con Keown che gli esulta in faccia – gli ricapiterà qualche anno dopo in una gara tra Paesi Bassi e Andorra, ma lì avrà la possibilità di vendicarsi qualche minuto dopo, ripagando l’andorrano Lima con la stessa moneta. Un minuto dopo la partita termina e Keown, a cui evidentemente non bastava la bravata precedente, torna ad esultare davanti all’attaccante orange, e questa volta lo colpisce. A questo si aggiungono la spinta di Lauren e gli insulti di Cole e Touré, che scatenano la furia dei Reds – i suoi compagni, non i cartellini, che inspiegabilmente rimangono nel taschino del direttore di gara. Insomma, è chiarissimo il motivo per il quale questa partita si è guadagnata il soprannome che porta.

A ottobre arrivano due grandi vittorie, in trasferta contro il Liverpool e poi in casa contro il Chelsea, ma alla fine del girone d’andata l’Arsenal è secondo a quarantacinque punti, uno in meno dello United e solo tre in più dei cugini blues. La vera fuga si ha con una strisce di nove vittorie consecutive tra il 10 gennaio e il 20 marzo 2004, prima del pareggio per 1-1 contro il Manchester United alla trentesima giornata. A questo punto la classifica dice: Arsenal 74, Chelsea 67, Manchester United 62; la tavola è apparecchiata per il gran finale. La successiva partita casalinga contro il Liverpool, vinta per 4-2 con una meravigliosa tripletta di uno scatenato Thierry Henry, può essere considerata la migliore espressione calcistica dell’Arsenal di quell’anno.

Il titolo verrà festeggiato alla quint’ultima giornata, contro gli storici rivali del Tottenham, poi due pareggi e due vittorie nelle restanti quattro partite, che permetteranno all’Arsenal di chiudere il campionato da imbattuta, diventando la prima ed al momento unica squadra a riuscirci nella storia della Premier League, e la prima dopo il Preston del 1889 – che giocò però 16 gare in meno – in tutta la storia del campionato inglese, guadagnandosi per questo il soprannome di ‘Invincibles‘, ‘Invincibili‘.


L’Arsenal degli Invincibili – La squadra

Arsène Wenger basava il gioco del suo Arsenal degli Invincibili su un 4-4-2. La forza della squadra si basava sul ritmo, la fluidità, la creatività e i movimenti delle due punte, Thierry Henry e Dennis Bergkamp, e degli esterni di centrocampo, Robert Pirès a sinistra e Fredrik Ljungberg a destra, il tutto coordinato anche agli inserimenti dei due centrali di centrocampo, Patrick Vieira in particolare, e dei due terzini, Ashley Cole e il camerunense Lauren, i quali sfruttavano il movimento a rientrare degli esterni di centrocampo per sovrapporsi, specialmente Pirès lasciava tanto campo da attaccare ad Ashley Cole. Al fianco di Vieira agiva Gilberto Silva, il quale aveva compiti maggiormente difensivi, restava, infatti, più a copertura dei due centrali di difesa e aveva compiti importanti anche in costruzione, spesso era il primo riferimento cercato dai difensori per risalire il campo. I due centrali di difesa erano Kolo Touré e Sol Campbell, il primo spesso si alzava al fianco di Gilberto Silva per favorire l’uscita dal basso. La difesa era composta da giocatori molto veloci che permettevano alla squadra di alzare leggermente il proprio baricentro, anche perché il portiere Jens Lehmann era bravo a farsi trovare un po’ più avanti per intercettare i lanci verso le punte degli avversari. Contribuirono, chi più chi meno, anche giocatori come Ray Parlour, Edu, Pascal Cygan, Gaël Clichy, José Antonio Reyes, Sylvain Wiltord, Nwankwo Kanu, Martin Keown, Jérémie Aliadière e David Bentley.

In fase di non possesso, Bergkamp e Henry andavano in pressione sui due centrali difensivi avversari ma, saltata la prima linea, i due attaccanti si disponevano in modo da favorire possibili contropiedi, e intanto la squadra proteggeva la propria porta con due linee da quattro. Pirès e Ljunberg, insieme a Vieira, andavano maggiormente in pressione per portare all’errore o costringere al lancio lungo gli avversari, mentre Gilberto Silva restava maggiormente in copertura, così come i due terzini. Conquistata palla, l’Arsenal poteva diventare micidiale in contropiede, con Lehmann bravissimo a trovare o Henry che intanto rimaneva in posizione avanzata per sfruttare l’uno contro uno o Bergkamp, che poteva ricevere tra le linee e organizzare la transizione. Inoltre, altra arma micidiale per i contropiedi era Patrick Vieira, il quale, infatti, oltre ad avere ottime capacità di intercetto e copertura in fase di non possesso, riusciva a rendersi pericoloso guidando la palla verso le zone offensive o inserendosi senza palla. L’uomo simbolo della squadra è ovviamente Therry Henry: il francese spesso si defilava sulla sinistra per poi inserirsi centralmente, o poteva abbassarsi tra le linee e favorire la circolazione del pallone, provare il tiro dalla distanza o ricevere in corsa i cross dall’esterno verso l’area di rigore. Wenger aveva dato all’Arsenal tanto equilibrio in tutte le fasi di gioco, organizzazione e armonia di movimenti, e un sistema adatto alle caratteristiche dei calciatori, sono questi gli ingredienti per la creazione di una squadra di Invincibili.

Trentotto partite, ventisei vittorie, dodici pareggi e zero sconfitte, miglior attacco e miglior difesa. Henry chiude la stagione da capocannoniere con trenta reti, Pirès da miglior assistman con dodici passaggi vincenti per i compagni.

Missione riuscita, l’Arsenal ha onorato Highbury come meglio non poteva, Wenger è riuscito nella strepitosa impresa di creare una delle squadre più forti della storia della Premier League, una squadra che non sapeva perdere, una squadra di Invincibili.

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