Arsenal invincibili

Arsenal 2003/2004, una squadra di Invincibili

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Oggi, per moltissimi aspetti, possiamo considerare il campionato inglese come il migliore al mondo, ma non è sempre stato così. Prima di diventare quello che è adesso, infatti, ha dovuto superare tante difficoltà che lo hanno falcidiato in maniera evidente almeno fino agli anni Novanta. Poi, però, la Premier League – così chiamata dal 1992 – ha iniziato un processo di crescita che l’ha portata a un grande miglioramento sia dal punto di vista economico che qualitativo, grazie soprattutto all’arrivo sempre più frequente di giocatori e allenatori stranieri. Tra questi è sicuramente da annoverare il nome di Arsène Wenger, il primo allenatore non britannico della storia dell’Arsenal, autore di uno dei più iconici cicli calcistici nella storia del football. Il suo arrivo nel nord di Londra rappresenta infatti il primo, fondamentale mattone poggiato dalla dirigenza per creare quello che poi passerà alla storia come l’Arsenal degli Invincibili.


L’Arsenal degli Invincibili – Le premesse

La decisione di affidare la panchina a Wenger non è stata facile per il club, che si è trovato a dover combattere con l’opposizione di chi era annebbiato da una visione più tradizionalista. L’approdo del tecnico francese nel 1996 è stato supportato soprattutto da David Dein, a quei tempi vicepresidente dei Gunners. Quest’ultimo, qualche anno prima del suo ingaggio, aveva invitato Wenger a cena, durante la quale l’allora allenatore del Monaco avrebbe conquistato le grazie del londinese con una frase in particolare: «Ieri ho provato a guardare la partita del Tottenham in televisione nel mio hotel, ma mi sono addormentato».

Wenger viene accolto con scetticismo anche da molti giocatori, poiché rivoluziona i metodi di allenamento e impartisce un diverso tipo di alimentazione. Il manager francese, subentrato a fine settembre, riesce però a conquistare la fiducia dei suoi ragazzi e del pubblico con i risultati, portando degli evidenti miglioramenti fin da subito. Le basi poste nella prima stagione danno i loro frutti nella seconda annata, la prima vissuta per intero, durante la quale l’Arsenal conquista il secondo Double – Premier League ed FA Cup – della propria storia, a quasi trent’anni di distanza dal primo.

E le rivoluzioni non si limitano ai soli aspetti di campo. In quegli anni tra i vertici del club si comincia infatti a discutere della possibilità di dare alla squadra una nuova casa. Lo stadio di Highbury, per quanto iconico e ricco di storia, non permetteva di tenere testa agli altri grandi club della terra d’Albione, che stavano costruendo impianti moderni e molto più capienti.

Scegliere di lasciare uno stadio che raccoglie quasi un secolo di storia non è facile, ma alla fine Hill Wood approva. Nel 2006 l’Arsenal si trasferirà all’Emirates Stadium, che dista solo 500 metri dalla vecchia costruzione. L’allora presidente dei Gunners fece arrivare forte e chiaro il messaggio a Wenger: «Avremo una nuova casa a partire dal 2006. Questo significa che ci toccherà vincere il titolo il prima possibile. Highbury deve vedere per l’ultima volta il trofeo e voglio che sia l’annata migliore che questo club abbia mai visto».

In quel periodo l’ostacolo più grande che divideva l’Arsenal dal titolo si chiamava Manchester United. La squadra guidata da Sir Alex Ferguson è forte di una potenza economica superiore alle avversarie, e anche per questo non è facile competerci. Nonostante tutto, però, l’Arsenal riuscì a vincere la Premier già nella stagione 2001/2002 – la dodicesima della propria storia, la seconda di Wenger.

La vittoria decisiva della Premier League 2001/2002 arrivò proprio contro il Manchester United, ad Old Trafford

Quel successo, però, fu solamente il preludio del miglior Arsenal di sempre. Nell’annata successiva il Manchester United si riprende la Premier, con i Gunners che dovranno accontentarsi del secondo posto, ma Wenger aveva già intuito di star allestendo un macchina perfetta. I meccanismi cominciavano a funzionare e a soddisfare sempre di più il tecnico alsaziano che, durante la stagione 2002/2003, dichiara: «Questa squadra può pensare di non perdere neanche una partita in campionato». Le aspettative quell’anno non furono rispettate, dato che un mese dopo quelle parole l’Arsenal cadde sotto i colpi di un giovane Wayne Rooney e del suo Everton, ma l’odore della gloria diventa più forte con l’avvicinarsi dell’edizione seguente.


L’Arsenal degli Invincibili – La stagione

Nell’estate del 2003 il Manchester United aveva ceduto pedine importanti come David Beckham e Juan Sebastián Verón, ma aveva accolto un giovane Cristiano Ronaldo e il promettente Louis Saha, oltre al centrocampista brasiliano Kléberson che, nel 2002, era diventato campione del mondo con la sua Nazionale. Al duopolio Arsenal-Manchester United minacciava di aggiungersi una terza forza, il Chelsea, appena acquistato dall’imprenditore russo Roman Abramovich. Il nuovo patron volle subito regalare ai suoi tifosi un mercato estivo da sogno, durante il quale furono spesi oltre 150 milioni di euro, che portarono a Stamford Bridge calciatori del calibro di Hernán Crespo, Claude Makélélé e proprio da Manchester il già citato Verón. L’Arsenal doveva quindi tener testa a rivali sempre più forti e ricchi di campioni, e doveva farlo soprattutto con un progetto e con delle idee, la maggior parte delle quali contenute nella testa di Wenger.

La stagione non inizia benissimo. La prima partita dell’anno coincide con la sconfitta ai calci di rigore nel Community Shield, giocato al Millenium Stadium di Cardiff contro il Manchester United – destino simile alle altre competizioni, dove i Gunners non brilleranno come in Premier. In campionato, invece, nelle prime cinque partite, l’Arsenal ottiene quattro vittorie e un pareggio ma senza brillare particolarmente.

Il 21 settembre 2003 si gioca il primo grande appuntamento del campionato, proprio contro i Red Devils. Gli uomini di Wenger arrivano al match da primi in classifica, con un punto in più dei mancuniani. La partita è da tipico calcio d’oltremanica, e sarà ricordata come ‘Battle of Old Trafford‘. Un mix di gomitate, spinte, tackle ed entrate a palla lontana, ma il peggio viene alla fine.

A dieci minuti dal termine Ruud van Nistelrooij, nel tentativo di raggiungere il pallone, salta appoggiando le ginocchia sulle spalle di Vieira, che da terra reagisce allungando il piede e provando a colpire l’avversario. L’episodio viene colto dall’arbitro che punisce il francese con la seconda ammonizione della sua partita, lasciando l’Arsenal in dieci e scatenando una rissa tra i giocatori.

Prima del termine della gara c’è un altro episodio da perdere il fiato: un calcio di rigore a favore degli uomini di Ferguson nei minuti di recupero, per fallo di Martin Keown ai danni di Diego Forlán. Sul dischetto si presenta proprio van Nistelrooij, il cui tiro però sbatte contro la traversa, con Keown che gli esulta in faccia – gli ricapiterà qualche anno dopo in una gara tra Paesi Bassi e Andorra, ma lì avrà la possibilità di vendicarsi qualche minuto dopo, ripagando l’andorrano Lima con la stessa moneta.

Un minuto dopo la partita termina e Keown, a cui evidentemente non bastava la bravata precedente, torna a esultare davanti all’attaccante orange, e questa volta lo colpisce. A questo si aggiungono la spinta di Lauren e gli insulti di Cole e Touré, che scatenano la furia dei Reds – i suoi compagni, non i cartellini, che inspiegabilmente rimangono nel taschino del direttore di gara. Insomma, è chiarissimo il motivo per il quale questa partita si è guadagnata il soprannome che porta.

A ottobre arrivano due fondamentali vittorie consecutive per 2-1: la prima in rimonta, in casa del Liverpool, decisa da un meraviglioso destro a giro di Robert Pirès; l’altra ad Highbury, nello scontro diretto con il Chelsea di Claudio Ranieri, risolta dal solito Henry che approfitta di un disastro di Carlo Cudicini. Alla fine del girone d’andata, però, l’Arsenal è secondo a 45 punti, a -1 da un dominante United e solo a +3 dai cugini Blues.

La vera fuga arriva con una striscia di nove vittorie consecutive – tra le quali troviamo un altro fondamentale 2-1 in rimonta contro il Chelsea, questa volta a Stamford Bridge – tra il 10 gennaio e il 20 marzo 2004, prima del pareggio per 1-1 nel secondo scontro diretto con il Manchester United, con fucilata da fuori area di Titì Herny, alla trentesima giornata. A quel punto la classifica vede l’Arsenal a +7 dal Chelsea e addirittura +12 dai grandi rivali del Manchester United – che avevano perso la vetta dopo la sconfitta al Molineux di gennaio, e non l’avevano più ripresa. La tavola è apparecchiata per il gran finale.

La successiva partita casalinga contro il Liverpool, vinta per 4-2, può essere considerata la migliore espressione calcistica dell’Arsenal di quell’anno. I Gunners vanno due volte sotto, ma riescono a ribaltarla mostrando a tutti il loro strapotere. Sugli scudi la prestazione del solito scatenato Thierry Henry, che mette a segno una meravigliosa tripletta – il primo con un sinistro a incrociare, il secondo passando attraverso la difesa avversaria, il terzo dopo un controllo volante perfetto.

Il titolo arriva con quattro giornate d’anticipo, in casa degli storici rivali del Tottenham. Basta un pareggio per 2-2 firmato Vieira e Pirès per poter festeggiare il campionato in faccia ai cugini del nord di Londra. Non si poteva chiedere di meglio, probabilmente. L’Arsenal conquista così il tredicesimo e finora ultimo campionato inglese della propria storia, il terzo con Wenger in panchina.

Fatta la storia, c’è ancora la possibilità di andare oltre, ed entrare nella leggenda, e i Gunners ci riescono. Nelle restanti quattro partite arrivano due pareggi e due vittorie, che permetteranno all’Arsenal di chiudere il campionato da imbattuto, diventando la prima e al momento unica squadra a riuscirci nella storia della Premier League, e la prima dopo il Preston del 1889 – che giocò però ben 16 gare in meno – in tutta la storia del campionato inglese, guadagnandosi per questo il soprannome di ‘Invincibles‘, ‘Invincibili‘.


L’Arsenal degli Invincibili – La squadra

Arsène Wenger basava il gioco del suo Arsenal degli Invincibili su un 4-4-2. La forza della squadra si basava sul ritmo, la fluidità, la creatività e i movimenti delle due punte – Thierry Henry e Dennis Bergkamp – e degli esterni – Robert Pirès a sinistra e Fredrik Ljungberg a destra. Il tutto era coordinato anche dagli inserimenti dei due centrali di centrocampo – Patrick Vieira in particolare –, e dei due terzini – Ashley Cole e il camerunense Lauren –, i quali sfruttavano il movimento a rientrare degli esterni per sovrapporsi – Pirès, in particolare, lasciava tanto campo da attaccare ad Ashley Cole.

Al fianco di Vieira giocava Gilberto Silva, il quale aveva compiti maggiormente difensivi. Il brasiliano agiva infatti più a copertura dei due centrali di difesa, ma era anche importante in fase di costruzione – spesso era il primo riferimento cercato dai difensori per risalire il campo.

I due difensori centrali erano Kolo Touré e Sol Campbell, con il primo che spesso si alzava al fianco di Gilberto Silva per favorire l’uscita dal basso. La difesa era composta da giocatori molto veloci che permettevano alla squadra di alzare il proprio baricentro, anche perché il portiere Jens Lehmann era bravo a farsi trovare un po’ più avanti di quanto abituale, per intercettare i lanci verso le punte degli avversari.

Contribuirono, chi più chi meno, anche giocatori come Ray Parlour, il giovane spagnolo José Antonio Reyes, Edu – oggi direttore sportivo della squadra –, Pascal Cygan, l’ancora minorenne Gaël Clichy, il campione d’Europa Sylvain Wiltord, Nwankwo Kanu, Martin Keown, Jérémie Aliadière, David Bentley e Justin Hoyte.

In fase di non possesso, Bergkamp e Henry andavano in pressione sui due centrali difensivi avversari ma, saltata la prima linea, i due attaccanti si disponevano in modo da favorire possibili contropiedi, e intanto la squadra proteggeva la propria porta con due linee da quattro. Pirès e Ljunberg, insieme a Vieira, andavano maggiormente in pressione per portare all’errore o costringere al lancio lungo gli avversari, mentre Gilberto Silva restava maggiormente in copertura, così come i due terzini.

Conquistata palla, l’Arsenal poteva diventare micidiale in contropiede, con Lehmann bravissimo a trovare Henry, che intanto rimaneva in posizione avanzata per sfruttare l’uno contro uno, o Bergkamp, che poteva ricevere tra le linee e organizzare la transizione. Inoltre, altra arma micidiale per i contropiedi era capitan Patrick Vieira, il quale, infatti, oltre ad avere ottime capacità di intercetto e copertura in fase di non possesso, riusciva a rendersi pericoloso guidando la palla verso le zone offensive o inserendosi senza palla.

Il trascinatore della squadra è però Therry Henry, che chiuse la stagione da capocannoniere con 30 reti. Il francese spesso si defilava sulla sinistra per poi inserirsi centralmente, o poteva abbassarsi tra le linee e favorire la circolazione del pallone, provare il tiro dalla distanza o ricevere in corsa i cross dall’esterno verso l’area di rigore.

Wenger aveva dato all’Arsenal tanto equilibrio in tutte le fasi di gioco, organizzazione e armonia di movimenti, e un sistema adatto alle caratteristiche dei calciatori: sono questi gli ingredienti per la creazione di una squadra di Invincibili.

Lo score parla chiaro: 38 partite, 26 vittorie, 12 pareggi e 0 sconfitte. Miglior attacco – 73 gol realizzati – e miglior difesa – 26 gol subiti – del torneo. È il campionato perfetto.

I dieci migliori gol dell’Arsenal degli Invincibili

Missione completa. L’Arsenal ha onorato Highbury come meglio non poteva e Arsène Wenger è stato in grado di creare una delle squadre più forti della storia della Premier League, una squadra di Invincibili. Talmente invincibile che nessuno è più riuscito a conquistare un campionato con la maglia dei Gunners, forse anche perché spaventati dall’idea di dover replicare un’impresa probabilmente irripetibile, per sempre imbattuta.

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