Gonzalo Higuaín

Fonte immagine: Gutoprak23

Gonzalo Higuaín, fragilità e cattiveria

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Fragilità e cattiveria. Sono probabilmente queste le parole che descrivono in maniera migliore Gonzalo Higuaín, più di qualsiasi caratteristica calcistica, i suoi più grandi pregi e difetti temperamentali.

Figlio d’arte di Jorge Pipa Higuaín, da cui riprende il soprannome, Pipita, Gonzalo è un lottatore: ha una cattiveria particolare, non è la cattiveria da strada dell’Apache Tévez, ma una cattiveria lucida, ha un killer instinct formidabile. È un giocatore completamente diverso dagli altri, non ha le classiche caratteristiche dell’argentino puro, probabilmente perché lui, nato a Brest, in Francia, la realtà della strada tipica dell’America meridionale fortunatamente non l’ha mai vista.

A soli 10 mesi d’età è ricoverato in ospedale per una meningite fulminante ed è costretto dunque fin dalla tenera età a lottare, la metafora calcistica sorge spontanea. La carriera di Higuaín non è quella di un “figlio del pueblo“, ma non per questo è una carriera con meno difficoltà: Gonzalo è costantemente messo in discussione, e la sua fragilità caratteriale lo condiziona parecchio.

Tornato con la famiglia in Argentina, inizia la sua carriera calcistica tra le fila del River Plate, dove viene promosso in prima squadra appena maggiorenne. Nelle due stagioni con i Millonarios mette a segno 15 gol in 33 presenze, ma giocando soprattutto spezzoni di partita. In quelle poche apparizioni si toglie lo sfizio di decidere un Superclásico tra Boca e River con una doppietta ad appena 18 anni. Il destino nel grande calcio è segnato.




La pensa allo stesso modo il Real Madrid di Fabio Capello, che nel 2006 lo acquista per tredici milioni di euro. In maglia blancos non sarà facile imporsi inizialmente in mezzo a giocatori del calibro di Raúl, Ronaldo e van Nistelrooy, ma la concorrenza e la fiducia che gli allenatori ripongono in lui lo stimolano positivamente.

Nella stagione 2009/2010 al Real Madrid arrivano Cristiano Ronaldo e Karim Benzema, e proprio con il franco algerino arrivato da Lione inizierà una convivenza complicata, poiché riesce a togliergli minutaggio – e indirettamente fiducia – nel corso delle partite.

L’acqua, che colma il vaso, fuoriesce definitivamente quando in panchina a guidare le merengues si siede José Mourinho, che vede in Benzema il partner ideale per il fenomeno con il numero 7. Gonzalo è quasi ai margini per un periodo, poi i gol e le prestazioni obbligano il portoghese a schierarlo, alternandolo al compagno Karim.

Nell’annata 2011/2012 chiude il campionato realizzando 22 gol e forma con Benzema (21) e Cristiano Ronaldo (46) il tridente d’attacco più prolifico della storia del Real Madrid e della Liga in un singolo campionato. Per capire la grandezza di questo record: nel loro campionato più prolifico (2014/2015), la MSN – Messi, Suárez, Neymar – ha segnato 81 gol, 8 in meno rispetto al trio madrileno.

Terminato il ciclo Mourinho, Florentino Pérez gli fa capire chiaramente che uno tra lui e Benzema doveva lasciare spazio all’acquisto di Gareth Bale, che in quel momento era il più costoso della storia del calcio, ed essendo il francese da sempre un pallino del presidente dei blancos, il prescelto era lui. Gonzalo deve quindi andarsene, e per la prima volta si affaccia al campionato che più di qualunque altro gli cambierà la carriera: la Serie A, più precisamente al Napoli.



I numeri di Higuaín al Madrid non sono di certo negativi – 121 reti e 56 assist in 6 stagioni –, eppure arriva a Napoli come se al Real avesse fatto male, come se avesse deluso, come se tutto questo non bastasse.

Qui viene fuori la cattiveria di Gonzalo Higuaín, che possiede nel DNA lo spirito del lottatore. Troppo spesso snobbato da addetti ai lavori e tifosi, ha sempre risposto alle critiche sul campo, da professionista.

La sua esperienza napoletana è emotività allo stato puro. Il coinvolgimento emotivo che gli ha regalato questa piazza probabilmente non è mai stato eguagliato da nessun’altra. Napoli ama Higuaín e Higuaín ama Napoli. A estremizzare questo concetto arriva un’altra figura emotiva, probabilmente, anche qui, l’allenatore che gli ha dato di più: Maurizio Sarri.

Sotto la guida del tecnico toscano Higuaín segna, segna, segna, segna e segna ancora. Non mancano di certo i suoi caratteristici momenti di debolezza, di fragilità: spicca quello di Udine, quando arrivato ad un livello di stress incontenibile esplode definitivamente, si fa espellere ed esce in lacrime. Ma all’ultima giornata le lacrime per lui sono di gioia perché, contro il Frosinone, realizza tre gol, di cui l’ultimo, il trentaseiesimo stagionale, in rovesciata, e scrive definitivamente il suo nome nella storia del calcio italiano battendo il record di gol in una singola stagione in Serie A, che Nordahl deteneva da più di 60 anni.

C’è un problema, però. La stagione finisce, Higuaín ha disputato la più grande annata della sua carriera, ha messo a segno un record storico ed è uno degli attaccanti più forti del mondo, ma il Napoli è arrivato secondo, a 9 lunghezze della Juventus. Higuaín ha preso consapevolezza dei suoi mezzi, sa che è nel momento migliore della sua carriera, vuole vincere. La rosa che il Napoli costruisce intorno a lui non basta per battere la Juve, e lui non vuole sacrificare i suoi anni migliori inseguendo un miracolo. A Napoli ha vinto Coppa Italia e Supercoppa – da assoluto protagonista – sotto la guida di Rafa Benítez, ma successivamente ha raccolto solo delusioni dal punto di vista dei risultati e senza dei rinforzi era impossibile pensare ai grandi traguardi.

De Laurentiis non accontenta le richieste di Gonzalo, Higuaín passa al nemico. Già, proprio la Juventus, la squadra che nella stagione precedente aveva impedito a lui e a tutti i napoletani la gioia del tricolore. Non è una scelta legata al denaro, il Napoli gli offre un rinnovo con un ingaggio più alto di quello che percepirà a Torino. Viene messo di lato il cuore, entra in campo il professionista, e Higuaín si tinge di bianconero. L’amore puro dei tifosi partenopei si è trasformato in odio. Chissà se in futuro il rancore di questo trasferimento potrà essere accantonato, quel che è certo è che nessuna delle due parti potrà mai negare quanto siano state importanti l’una per l’altra, e quanto di bello ed emozionante abbiano fatto insieme.



In bianconero conferma la sua grandissima forma segnando a raffica e vincendo Coppa Italia e Scudetto alla prima stagione. Sfiora soltanto la Champions League, obiettivo comune con il club torinese. La finale del tracollo juventino è contro il Real Madrid: il primo tempo è equilibrato e termina 1-1, nel secondo tempo la Juventus non scende in campo, la partita finisce 4-1, e sul banco degli imputati ci finisce Gonzalo Higuaín, nonostante a sparire dal terreno di gioco fosse stata l’intera squadra.

La stagione successiva inizia come era finita, la Juve si avvia alla vittoria dello scudetto, ma a cinque giornate dalla fine avviene qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato: il Napoli di Sarri, che sta disputando la migliore stagione della propria storia – considerando i punti –, vince lo scontro diretto a Torino con un gol di Koulibaly negli ultimi minuti.

Nella giornata seguente la Juventus va a Milano, gioca contro l’Inter. La partita è un vero inferno, il vantaggio e la superiorità numerica per un’entrata scomposta di Vecino non bastano, l’Inter la ribalta, a 5 minuti dalla fine la Juventus è sotto e lo scudetto è più vicino a Napoli che a Torino, poi cambia qualcosa. Spalletti richiama in panchina Icardi per Santon, Allegri inserisce Dybala per Khedira. Questi cambi permettono di riscrivere la storia del match: l’Inter si schiaccia troppo in difesa e Dybala regala prima un gran pallone a Cuadrado che trova un gol fortunoso, poi, al 90′, mette in area un pallone velenosissimo su calcio di punizione che non poteva che finire sulla testa del Pipita, che sigla il 3-2 e porta la Juve ad una vittoria tanto difficile quanto importante.

Il giorno dopo il Napoli, probabilmente scosso psicologicamente dal risultato della Juve, crolla a Firenze con un clamoroso 3-0 firmato Simeone. La Juve e Higuaín hanno la strada spianata per lo Scudetto, che arriverà insieme alla Coppa Italia. Anche in questa stagione, però, per la Juve dici Champions dici danno, l’alieno CR7 ancora una volta spazza via i bianconeri, e le responsabilità, ancora una volta, cadono più di chiunque su Gonzalo Higuaín.

Tutte le colpe sono di Higuaín, già, non è la prima volta che se lo sente dire. Se la sua carriera con i club è tortuosa, con la Nazionale è un vero e proprio tormento. Brasile 2014, Cile 2015, Stati Uniti 2016: tre finali in tre anni con l’Albiceleste che si rivelano tre sconfitte. L’opinione della collettività è chiara: è colpa sua. Per anni è stato il capro espiatorio per i fallimenti di un’intera generazione. Immaginate come possa vivere una situazione del genere un giocatore come lui, estremamente emotivo, estremamente fragile.



Intanto a Torino si è trasferito CR7 e senza mezzi termini la società gli dice che non punta più su di lui, Gonzalo è spiazzato. In una trattativa tanto veloce quanto – probabilmente – sbagliata, la Juventus cede Higuaín al Milan. Milano lo accoglie con entusiasmo, ma il Pipita non ripagherà le speranze dei tifosi e della società, il progetto in cui ha creduto è un progetto destinato a fallire, e ancora una volta se il Milan va male la colpa è sua.

Gonzalo non riesce a gestire più questa situazione, vuole andare via, vuole andare dove può giocare con meno pressioni, al fianco di qualcuno che crede in lui a prescindere da tutto, vuole andare da Sarri, che nel frattempo si è trasferito al Chelsea.

In maglia blues si pensa possa riscattare il periodo buio che sta vivendo, ma il campo non la pensa allo stesso modo, 5 gol in Premier League che contribuiscono alla qualificazione in Champions dei londinesi e poco altro. La stagione è un no secco.

Il Chelsea non ha nemmeno deciso di riscattarlo, probabilmente perché l’unico motivo del legame tra i blues e Gonzalo sarebbe da lì a poco venuto meno: Sarri cambia squadra, e come Higuaín finisce alla corte dello storico nemico, seguendo la filosofia del «si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum».

Troppe persone hanno dimenticando la sua storia, la sua grandezza, quello che ha fatto e quello che è in grado di fare. Durante la sua carriera Higuaín è caduto tante volte, ma si è sempre rialzato. Molti credevano fosse finito, che fosse un vulcano definitivamente spento, ma Higuaín, se messo nelle giuste condizioni mentali, può trasformare la sua fragilità in cattiveria, ed esplodere da un momento all’altro.

Vive dei mesi estivi incerti, la Juventus conduce un mercato confusionario, si pensa possa cedere sia lui che Dybala, alla fine restano entrambi e per la prima parte della stagione sembra la non-scelta migliore che si potesse fare. I due sono infatti risultati decisivi, tra le altre gare, nello scontro diretto a San Siro, contro l’Inter di Antonio Conte, con il ruggito del Pipita che, a distanza di due anni, si alza di nuovo nel cielo di Milano.

La stagione e la vita di noi tutti, però, viene scossa dal COVID-19, che costringe l’Italia e il mondo a cambiare il nostro modo di agire, pensare e interagire con gli altri. A questo periodo, per il Pipita, si aggiunge soprattutto la disperazione per l’aggravamento delle condizioni di salute della madre, malata di tumore, che lo fanno volare in Argentina in piena quarantena.

Il ritorno in campo è complicato per Higuaín, che in una Juve di Sarri sempre meno coesa, e con una condizione fisica e soprattutto mentale non ottimale, trova appena 3 gol e 10 presenze.

Alla fine dell’annata, nonostante la vittoria dello scudetto, la panchina di Maurizio Sarri salta, e il debuttante Pirlo gli comunica chiaramente che è fuori dal progetto. Gonzalo, non senza rammarico, è costretto a lasciare nuovamente i bianconeri, con destinazione Miami, decidendo di chiudere la carriera affacciandosi ad un nuovo calcio, un calcio in cui possa giocare con la testa leggera.

Forse è questo quello che ha sempre desiderato Gonzalo, dopo una carriera di pressioni enormi, insulti – anche e soprattutto extracalcistici – da tifosi e stampa e responsabilità che non ha mai voluto: essere trattato da persona normale, da persona qualunque. I riflettori puntati su di lui non gli sono mai piaciuti, e una volta spenti ha potuto davvero essere felice.

La sua fragilità ha vinto sulla cattiveria agonistica, l’umano ha trionfato sulla macchina professionista che è richiesta a certi livelli, e forse, per quanto questo possa averlo limitato nella sua carriera, è la prevaricazione di questa debolezza ad averlo reso così amato e così passionalmente trascinante per i tifosi e gli appassionati che hanno potuto godere del suo calcio, dei suoi gol e della sua coinvolgente emotività.

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