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Matías Vecino, l’ultima parola agli uruguagi

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Nonostante Matías Vecino abbia passato la seconda metà della sua esperienza nerazzurra lontano dal campo, l’annuncio del suo addio all’Inter – nel quale ringrazia i tifosi e biasima Simone Inzaghi per averlo costretto a prendere la scelta calcistica più dolorosa della sua carriera – rappresenta un pugno al cuore per una grossa fetta del tifo nerazzurro. Razionalmente, liberare il sudamericano è la scelta più saggia, sia per il ragazzo che per il club, ma si sa, il calcio di razionale ha davvero poco.



Vecino nell’ultima stagione ha svolto il triste ruolo di esubero, in un centrocampo ampiamente collaudato e stacanovista. Il trio Barella-Brozović-Çalhanoğlu è parso per larghi tratti della stagione intoccabile, se non dai tentativi di Vidal e Gagliardini, più o meno floridi, di risicare minuti e gerarchie. L’uruguayano, arrivato nel 2017, è ciò che restava di quell’Inter costruita per raggiungere la zona Champions, un calciatore di livello europeo e di grande duttilità, di indubbie capacità di inserimento, ma, ad onor del vero, un gradino sotto i compagni che nel tempo, hanno indotto, se non costretto, Antonio Conte, e poi Simone Inzaghi a declassarlo a riserva.

A prescindere dall’infortunio clamoroso che lo ha tenuto lontano dai campi praticamente per un anno intero, l’exploit oltre ogni più rosea immaginazione di Nicolò Barella è stato per la titolarità del Vecio il colpo di grazia. A differenza di altri compagni di squadra, giunti alla Pinetina in periodi coevi, come Milan Škriniar, o addirittura precedenti, come Marcelo Brozović, per Vecino le possibilità di mantenere un ruolo centrale in una squadra così diversa erano scarse, le contingenze negative hanno fatto il resto.

Eppure quanti dei leader, dei fuoriclasse e degli indiscussi senatori oggi in forza all’Inter possono vantare la sua iconicità? La sua decisività? La sua capacità di plasmare momenti magici, unici e indimenticabili?

È vero, l’Inter non perde né un fenomeno, né una pedina insostituibile: l’Inter perde il simbolo della ripartenza, del suo ritorno prepotente nel calcio che conta. Un simbolo che, giustamente, non vuole regredire in mascotte.

La storia della sua iconicità inizia il 28 aprile del 2018, uno dei giorni più neri della storia recente nerazzurra. L’Inter in un colpo solo compromette seriamente le possibilità di qualificarsi per la Champions League dell’anno successivo, dopo mezza stagione in testa alla classifica, e spreca la chance di tagliare fuori gli odiati rivali bianconeri dalla corsa scudetto. Una partita maledetta in cui va in inferiorità numerica – proprio per un intervento in ritardo di Vecino su Mandžukić –, ribalta uno svantaggio iniziale e poi viene colpita nel finale dal gol di Gonzalo Higuaín, che fissa il match sul 2 a 3.

La seconda sliding door risale al 12 maggio dello stesso anno, quando l’Inter perde ancor più clamorosamente in casa, contro il Sassuolo, alla penultima giornata di campionato. La Lazio, unica concorrente al quarto posto ancora in corsa, non va oltre il 2 a 2 in casa del Crotone, sciupando la ghiotta occasione di chiudere i discorsi quella stessa domenica pomeriggio. In ogni caso quello operato dall’Inter è un harakiri a tutti gli effetti, che la lascia a tre punti dalla Lazio e fuori dalla Champions ad una giornata dalla fine. Coincidenza vuole, però, che ai nerazzurri venga concessa un’ultima disperata possibilità di redenzione. L’ultima giornata mette contro, all’Olimpico, proprio Lazio e Inter, in una sfida che assume i contorni di un play-off. Lo 0 a 0 dell’andata permette all’Inter di sperare in un sorpasso. Infatti, con una vittoria, e l’arrivo a pari punti, la regola degli scontri diretti premierebbe proprio i milanesi.

Dunque una combinazione folle e paradossale di scherzi del caso, porta le due squadre al 20 maggio, in un Olimpico infuocato al punto da mettere lo storico gemellaggio fra le due tifoserie a dura prova. Forse fu il karma a definire quella spinosa situazione, in ricordo dello «scansamose» di otto anni prima. In questo giorno c’è poco da scansarsi: o è Lazio o è Inter.

I laziali trovano il vantaggio dopo nove minuti, grazie a una rete che ha dell’incredibile. Adam Marušić svirgola un tiro diretto ampiamente a lato della porta difesa da Handanovič, che incappa con una violenza inaudita sulla faccia di un impotente Perišić e si insacca nell’angolino basso opposto. Servono venti minuti all’Inter per digerire lo sfortunato episodio e trovare la rete del pareggio, con una girata di D’Ambrosio a pochi centimetri dalla testa di un incolpevole Strakosha. La Lazio però gioca meglio nel primo tempo. L’Inter sembra bloccata, impaurita e sono i biancocelesti a dare di più l’impressione di poter andare a rete, come accadrà al 40’, con un’azione ben orchestrata e finalizzata da Felipe Anderson.

Il gol del brasiliano taglia le gambe all’Inter, che ora ha solo una frazione di gara per trovare le due reti necessarie all’obiettivo. Il secondo tempo scivola via teso, bloccato e tutto a vantaggio della Lazio, quasi perfetta. Quasi, perché a dodici minuti dalla fine, de Vrij, alla sua ultima partita in maglia biancoceleste e già certo del suo passaggio all’Inter, atterra ingenuamente in area Mauro Icardi, che trasforma il 2 a 2 dal dischetto, riaprendo una partita che sarebbe con ogni probabilità scivolata via senza appello. Il fallo dell’olandese è un’altra di quelle coincidenze assurde tipiche di questo sport, quelle che ti fanno dire «lo sapevo che andava così», come se la volontà di milioni di persone di assistere a qualcosa di surreale, finisca per renderlo scontato.

Passano tre minuti. Quell’Inter brutta e frustrata è ormai rinvigorita e determinata a provarci fino all’ultimo. Tre minuti in cui la Lazio, dopo aver regalato a Icardi la possibilità di riaprire la partita e raggiungere Ciro Immobile in testa alla classifica marcatori con 29 reti – e già, un’altra coincidenza –, trova anche il tempo di finire in dieci, per demerito di Senad Lulić, che stende Brozović e spinge Rocchi a sventolargli il cartellino rosso in faccia.

Calcio d’angolo. Brozović dalla bandierina lascia partire un piatto destro che muore sulla testa di Vecino, appostatosi sul primo palo e bravo a schiacciare e incrociare alle spalle di un immobile Strakosha. Quello che succede dopo è delirio allo stato puro: l’imponderabile è realtà.

La panchina impazzisce, lo stadio trema, i tifosi sperimentano la sintomatologia di un infarto, ma più di tutto, ciò che resta scolpito, indelebile, nella memoria collettiva di quella notte è la telecronaca del duo Trevisani-Adani, divenuta cult nel mondo nerazzurro. Nel momento in cui la palla varca la rete, il primo urla «la prende Vecino!», frase tormentone fra i tifosi nerazzurri. Adani si lascia andare a un sillogismo apparentemente senza senso, in seguito spunto di parodie e brevi lezioni di storia: «la garra charrua!».

Adani, grande fan e conoscitore del calcio sudamericano, gioca sulle origini di Vecino per ricollegare l’impresa appena compiuta ad un’atavica e genetica capacità di non mollare mai, di resistere e combattere, la garra racchiusa nel DNA dei calciatori uruguayani, idealmente discendenti dei popoli indios che popolavano nei secoli scorsi le sponde del Rìo de la Plata, come appunto i charrua.

Che nel sangue di Vecino, più latino che creolo ad occhio, scorra o meno una forza e una determinazione superiore, o che, come ancora lo stesso Adani terrà a precisare in un’altra occasione, «abbia un cuore differente» non ci è dato saperlo, ma di certo quella notte, per molti, è divenuto un eroe. Quel gol rimanda l’Inter nell’Europa che conta dopo sei stagioni di agonia, ne cambia le prospettive e le ambizioni, e forse getta le basi per l’arrivo di Antonio Conte e lo scudetto del 2021. La storia non si fa con i se e con i ma, ma è molto probabile che l’Inter l’abbia fatta con Vecino.



Vecino e il suo colpo di testa sono la prova che nel calcio, non è fondamentale essere dei fenomeni o vincere la Coppa del Mondo per fare le gioie di un popolo, ma trovarsi al posto giusto al momento giusto. Un quarto posto che in quel preciso contesto ha il sapore di uno scudetto.

A voler essere precisi Vecino poi l’ha anche «ripresa», per siglare a pochi minuti dal termine, il 2 a 1 che ha permesso all’Inter di battere il Tottenham in rimonta l’anno successivo, nella prima uscita europea. E questa volta la telecronaca di Trevisani e Adani, accuratamente scelti per l’occasione, è folle magia. Un giorno che di certo neanche loro dimenticheranno facilmente. Dapprima Trevisani si ricollega a Lazio-Inter urlando «l’ha ripresa! L’ha ripresa Vecino!», e poi, mentre Trevi cerca di farfugliare ulteriori considerazioni, viene sovrastato dalle urla di Adani, l’unico commentatore tecnico in Italia che avrebbe potuto partorire frasi come «l’ultima parola agli uruguagi!»; «l’artiglio che graffia»; e un già noto, ma arricchito dall’aumento dei decibel «la garra charrua». Un ruggito. «Ma non lo vedi?» insiste. «Non lo vedi che hanno un cuore differente?!». Corsi e ricorsi che hanno inciso in modo indelebile il nome di Vecino nei cuori nerazzurri.

Un po’ come Forrest Gump, in punta di piedi, eccolo lì che compare, al momento giusto, negli istanti decisivi, riuscendo anche a divenire protagonista di ben due derby, sbloccandone uno, nel 2019, poi finito 2 a 3, e trovando il pareggio in quello terminato 4 a 2 nel 2020.

Se ne va così, si sfoga, si libera del suo peso. Vuole l’ultima parola, e d’altronde, a voler credere a Lele Adani, l’ultima parola è la loro. L’ultima parola è degli uruguagi.

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