Top 11 Ancelotti

La Top 11 allenata da Carlo Ancelotti

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È nel gotha degli allenatori più vincenti della storia del calcio, alcune delle meraviglie della sua bacheca da manager sono: tre Champions League, una Serie A, una Bundesliga, una Ligue 1; per un totale di 19 trofei conquistati allenando supercorazzate europee tra cui Milan, Chelsea, PSG, Real Madrid e Bayern Monaco. Carlo Ancelotti ha scritto la storia tra i tecnici calcistici degli ultimi 20 anni. La sua trionfante traversata europea e mondiale è partita da Reggio Emilia, al timone della Reggiana nel 1995 in Serie B, poi due anni sempre in Emilia a Parma. Nel 1999 l’approdo alla Juventus, in un’avventura con qualche scelta tattica sbagliata – su tutte la posizione da esterno fluidificante di Titì Henry – e soprattutto chiusa con nessun titolo. Dopodiché, nel novembre 2001, avviene la svolta: il Milan ha bisogno di una scossa per svegliarsi dal torpore, va via l’imperatore turco Fatih Terim, e il manico dei rossoneri passa ad Ancelotti, da lì sarà un crescendo impressionante di successi per le squadre del manager di Reggiolo. Carletto così ha avuto la possibilità di svezzare decine di talenti acerbi rendendoli campioni navigati, ha guidato truppe di fuoriclasse facendo affidamento alle sue grandi abilità umane, instaurando rapporti sinceri e duraturi con buona parte delle superstar gestite negli spogliatoi. Sfruttando al massimo la qualità tecnica dei giocatori delle sue talentuosissime rose. Oggi, dopo la recente avventura in chiaroscuro al Napoli, il mister plurititolato ha accettato una nuova avventura nella terra d’Albione, nello specifico all’Everton, la sponda blu di Liverpool. Un Ancelotti che qualche settimana fa ha pure deciso di stilare la Top 11 dei calciatori da lui allenati in queste due decadi. Un undici ricco di fenomeni, ma con qualche esclusione a sorpresa. Scopriamo insieme, schierata in un 4-3-1-2, la formazione ancelottiana per eccellenza.

 


Gianluigi Buffon
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Il primo giocatore inserito da Ancelotti nella propria Top 11 non ha di certo bisogno di presentazioni, essendo Gigi Buffon, uno dei portieri più forti della storia mondiale, se non forse il migliore del secondo millennio ancora in corso. Il portiere dell’Italia campione del mondo nel 2006 ha avuto in panchina Carlo Ancelotti quando appena maggiorenne militava nel Parma, precisamente dal ’96 al ’98. Nell’estate del 2001 Buffon si è poi spostato alla Juventus per circa 53 milioni di euro, mentre Ancelotti abbandonava la panchina bianconera. Ad ogni modo, nonostante al Tardini Carletto e Buffon non abbiano alzato alcun trofeo insieme, Ancelotti ha dato piena fiducia al diciottenne Buffon, fatto esordire precocemente da mister Scala al Parma durante la stagione precedente. L’allenatore di Reggiolo ha quindi contribuito in maniera importante all’ascesa del portierone di Carrara nei palcoscenici europei più importanti, facendolo infatti debuttare in Coppa Uefa nel ’96 e in Champions League nel ’97, quando i Ducali viaggiavano fortissimo in Serie A.


Cafu

Nella difesa a 4 della Top 11 designata da Ancelotti – tra i giocatori allenati dallo stesso tecnico – come terzino destro sta il Pendolino Cafu. Piedi da trequartista brasiliano, corsa da maratoneta, gomma da masticare e sorriso stampato sulla faccia. Il fluidificante destro ha percorso migliaia e migliaia di km lungo le corsie destre dei campi di tutto il mondo, fornendo assist deliziosi in quantità industriale e segnando qualche gol. Ancelotti ha potuto allenare il verdeoro durante il regno milanista, dal luglio 2003 al maggio 2008, data di ritiro del capitano del Brasile che ha conquistato il Mondiale del 2002. Cafu durante le sue annate al Milan ha vinto tutto: una Serie A, una Supercoppa Italiana, una Champions League, due Supercoppe europee, una Coppa Intercontinentale; l’unica mancanza è la Coppa Italia, ma diciamo che può farsene una ragione.

John Terry

La zona destra del centro di difesa è occupata da JT, il roccioso centrale inglese dotato di grande fisicità e di prestanza atletica che faceva del gioco aereo, dell’abilità nel tackle e dell’anticipo le sue qualità migliori. Alle eccezionali doti tecniche, Terry univa una riconosciuta capacità di leadership, difatti era il capitano di quel Chelsea che con Ancelotti nella stagione 2009/2010 ottenne inizialmente la Community Shield, e poi, per la prima volta nella storia del club londinese, giunse la fantastica gioia del double, l’accoppiata Premier League-FA Cup. Terry segnò 3 reti stagionali e fu il perno della retroguardia. La presenza di Ancelotti ai Blues si protrasse per un’altra stagione, quando nell’estate del 2011 abbandonò la torre di controllo londinese.

Thiago Silva
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La seconda colonna della difesa è edificata da Thiago Silva. Abile nel gioco aereo, buonissima velocità di base, senso della posizione con pochi eguali ed ottimo negli interventi in anticipo e in chiusura, il brasiliano negli ultimi anni è stato tormentato da problematiche fisiche, ma nel suo prime ha rivestito con tutta probabilità il ruolo di centrale difensivo migliore del globo. Thiago Silva ha conosciuto Carlo Ancelotti nell’estate del 2012, al momento del suo trasferimento dal Milan al Paris Saint-Germain per 39 milioni di euro. Nella capitale francese il tecnico di fama planetaria era sbarcato durante il mese di gennaio di quell’anno, non riuscendo subito a vincere la Ligue 1. Tuttavia, nella stagione 2012/2013, con l’apporto fondamentale di Thiago Silva nella metà campo parigina, Ancelotti e il brasiliano hanno potuto celebrare il titolo del campionato transalpino e della Supercoppa francese.

Paolo Maldini
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A completare la magnifica difesa c’è Paolo Maldini. Il suo curriculum parla da solo: dozzine di trofei arpionati, più di mille presenze in carriera, capitano della nazionale italiana, circa 25 anni di permanenza al Milan, di cui era capitano dal 1997. Il lascito dal calcio di Maldini è di portata vastissima, tanto da essere diventato, forse, il difensore più forte di sempre. Ancelotti, che da giocatore aveva militato nei rossoneri dal 1987 al 1992 proprio in squadra con Maldini, dominando tutta Europa nella fenomenale formazione di Sacchi e trionfando due volte in Coppa dei Campioni, ha avuto il privilegio di allenare il leggendario figlio di Cesare dal 2001 al 2009, per l’intero arco temporale del suo regno rossonero. Maldini, durante l’impero di Ancelotti sulla panchina milanista, ha forse provato le emozioni più incredibili, alzando da capitano ben due Champions League – nel 2003 e nel 2007 – uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, due Supercoppe europee e una Intercontinentale. Indimenticabile, in negativo, pure l’avventura di Istanbul nel 2005, quando in finale di Champions il Milan fu rimontato in modo assurdo dal Liverpool.


Zinédine Zidane
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Lo spumeggiante centrocampo a tre della Top 11 nominata da Ancelotti vede come mezz’ala destra Zinédine Zidane. Zizou è stato uno dei fruitori del gioco più incantevoli da vedere, una sorta di inno alla bellezza per come trattava la palla, per i dribbling, per la superiorità tecnica rispetto a tantissimi suoi pari ruolo. Il 10 francese è stato allenato da Carletto – anche se uno come Zidane non aveva troppo bisogno di educazione calcistica – nella sua esperienza alla Juventus dal febbraio del 1999 al giugno 2001, data di separazione di entrambi dalla Vecchia Signora. Nel biennio bianconero – poco prima nel ’98 Zizou venne insignito del Pallone d’Oro – nessuno dei due riuscì ad impossessarsi di un trofeo con la Juventus, seppure il francese di origini berbere nel 2000 vinse l’Europeo con la Francia. Ma il binomio Ancelotti-Zidane si consolidò ben più tardi, nell’estate del 2013, quando il tecnico di Reggiolo venne selezionato come capo allenatore del Real Madrid, con Zidane che era il suo vice, e lo accompagnò nel percorso che ha condotto le Merengues ad ottenere la tanto agognata Decima nel 2014. Carletto lasciò il timone del Real nell’estate del 2015, il transalpino se ne appropriò nel gennaio 2016 e cominciò da primo allenatore dei Blancos la sua era d’oro, ancora attualmente in corso.

Andrea Pirlo
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Il regista della speciale formazione non può che essere Andrea Pirlo, il maestro, il nocchiere delle formazioni in cui ha militato. Il faro bresciano si accasò al Milan nell’estate del 2001 proveniente dai cugini dell’Inter, dopo una stagione in prestito al Brescia. Nell’annata alle Rondinelle, il mitico Carletto Mazzone fu il tecnico che per primo spostò i piedi fatati di Pirlo dalla trequarti campo alla zona davanti la difesa, difatti divenne il precursore tecnico-tattico di quel giovane numero 21 che da lì a poco avrebbe disegnato calcio con le maglie di Milan e Juventus. Ancelotti incontrò Pirlo appena terminato il tutorato del bresciano con Mazzone. Al Diavolo il mister di Reggiolo fu fondamentale per lo sviluppo della maturità calcistica di Pirlo, dandogli definitivamente in mano le chiavi di gioco della fuoriserie rossonera. Così il direttore d’orchestra della formazione milanista, durante il regno di Ancelotti, alzò due Champions League, uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, due Supercoppe europee e una Intercontinentale. Pirlo fu il cervello pulsante del luccicante Milan ancelottiano, ricco di fasti e trofei.

Frank Lampard

La mezz’ala sinistra perfetta, dell’incantevole centrocampo a tre, si sublima in Frank Lampard, un centrocampista a dir poco totale. Mediano, interno, trequartista. Il numero 8 leggenda del Chelsea sapeva ricoprire egregiamente e indistintamente tutti i ruoli del centrocampo. Prima dell’arrivo di Ancelotti sulla panchina londinese nell’estate 2009, Lampard occupava con maggior preferenza l’abito del trequartista, ma lo storico allenatore del Milan, nei due anni alla direzione del Chelsea, aveva leggermente arretrato il raggio d’azione dell’inglese nel predefinito 4-3-3, posizionando Frankie fra i tre della mediana, mentre il trio offensivo si poggiava sulle spalle di Malouda, Drogba e Anelka. Tuttavia, Lampard non ne ha per nulla risentito: soprattutto nella prima stagione di Sir Carletto ai Blues, Lampard fu devastante: segnò 22 gol in Premier League – record personale – e 27 reti in 51 partite totali; numeri a dir poco fantascientifici per uno che di mestiere farebbe il centrocampista. Tra le infinite marcature vi rientrano anche i quattro timbri del 27 marzo 2010, realizzati nell’affermazione per 7-1 del Chelsea ai danni dell’Aston Villa, nella quale oltretutto Lampard raggiunse il terzo posto nella classifica dei marcatori all-time dei Blues con 151 reti, superando Peter Osgood, classifica della quale è primatista ancora oggi.


Kaká
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«Quando lo vidi la prima volta mi misi le mani nei capelli: occhialini, pettinatissimo, faccia da bravo ragazzo, solo non vedevo la cartella con i libri e la merendina. Benvenuto all’Erasmus. Finalmente un bel giorno si presentò da noi per allenarsi, è sceso in campo e… apriti cielo. Ma apriti per davvero. Con il pallone tra i piedi era mostruoso. Uno dei giocatori più forti che abbia mai allenato». Il simpatico aneddoto raccontato da Carlo Ancelotti nel suo libro basta per descrivere la grandezza di Kaká, il trequartista ideale nell’esclusiva Top 11. Il brasiliano, che è giunto al Milan nell’estate del 2003, è stato allenato fino al 2009 da Ancelotti, che ne ha esaltato al massimo livello le sue qualità impareggiabili. Accelerazione palla al piede, dribbling, tiro da fuori, visione di gioco, velocità di base. Tutte caratteristiche straordinarie elevate all’ennesima potenza nei 186 cm di Ricardo Izecson dos Santos Leite, in arte Kaká, che nella trequarti dei rossoneri di Ancelotti ha dominato il mondo conquistando una Champions League nel 2007, due Supercoppe europee, un Mondiale per club, una Serie A nel 2004 e una Supercoppa italiana. Ed in ogni trofeo c’è la griffe indelebile di Kaká, protagonista assoluto in particolare nella Champions alzata dal Diavolo nel 2007, quando nella rispettiva competizione continentale siglò 10 reti; annata ancor più santa per il verdeoro in seguito al raggiungimento del pregiato Pallone d’Oro.


Zlatan Ibrahimović
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Niente Didier Drogba, niente Cristiano Ronaldo, niente Robert Lewandowski. Carletto Ancelotti nella meravigliosa coppia d’attacco della sua Top 11 inserisce Zlatan Ibrahimović. E mica cade male come scelta del centravanti, perché Ibra è stato nell’ultimo ventennio uno dei migliori attaccanti della Terra. Fisicità straripante, tecnica individuale impareggiabile, senso del gol implacabile, potenza e precisione di tiri strabilianti, insomma, l’identikit del numero 9 perfetto, per uno Zlatan Ibrahimović che ha incontrato Carlo Ancelotti quando ha scollinato i 30 anni, precisamente nell’estate del 2012, quando si è trasferito al Paris Saint-Germain. Il PSG che dall’arrivo dello svedese ha cominciato a inanellare vittorie su vittorie in territorio nazionale, difatti, Monsieur Carletto, nell’unica stagione parigina in cui ha potuto sfoderare l’arma letale Ibrahimović – prima di intraprendere una nuova tappa della carriera da allenatore al Real Madrid – ha ottenuto due trofei: la Ligue 1 e la Supercoppa francese. E Ibra ha ripagato la stima e la fiducia totale ricevuta da Ancelotti, troneggiando contro tutte le difese della Francia e marcando la modica cifra, si fa per dire, di 30 gol in campionato. 

Andrij Shevchenko
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A rifinire la meravigliosa formazione ci pensa Andrij Shevchenko. Rispetto agli altri quattro milanisti della Top 11 di Ancelotti, Sheva è stato allenato dal tecnico di Reggiolo in due intervalli temporali diversi, ma entrambi al Milan. Il primo, più lungo e ricco di trofei, dal novembre 2001 al giugno 2006, con il Re dell’Est che quell’estate lasciò la nave rossonera per sbarcare nel lido londinese del Chelsea. La seconda parabola milanista di Sheva alla corte di Ancelotti, ben più scarna di successi personali e di squadra, avvenne nell’annata 2008/2009: un ritorno di fiamma dell’ucraino a San Siro poco proficuo. Paradossale poi come Ancelotti, approdato alla guida dei Blues nel giugno 2009, abbia visto il Re dell’Est – rientrato a Londra dal prestito al Milan – salutarlo un’altra volta, in questo caso definitivamente, tornando nella sua culla calcistica alla Dinamo Kiev. Ad ogni modo nel primo mandato milanista di Shevchenko agli ordini di Ancelotti, il numero 7 fu letteralmente un’iradiddio. Attaccante a dir poco completo sotto ogni punto di vista tecnico-tattico, l’usignolo ucraino realizzò più di 70 reti in Serie A e 23 marcature in Champions League. Resterà scolpito nella pietra il rigore decisivo realizzato da Sheva nella finale di Champions conquistata a Manchester dal Milan nel 2003, senza dimenticare le conquiste di una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, una Supercoppa europea e la Serie A vinta nel 2004, anno in cui il Re dell’Est fu capocannoniere del campionato italiano con 24 gol e s’impossessò dell’ambitissimo Pallone d’Oro.


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