de Jong

Frenkie de Jong, principe libero

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La carriera di un giocatore non si può racchiudere in un singolo momento iconico. Passa troppa acqua sotto i ponti dal momento dell’esordio a quello del ritiro per poter ridurre tutto ad un’azione, ad un gol o ad una parata, a una vittoria importante o a una finale persa. Perché l’inizio e la fine racchiudono tanto altro, perle e detriti in quantità industriale. Tante, nel caso dei fuoriclasse, così tante che il sol pensiero di sceglierne una lasciando sparire nella corrente le altre ci sembra quasi un delitto. Eppure qualche volta, non sempre, attraverso la scelta di un singolo momento riusciamo a intercettare qualcosa di più di una carriera, qualche volta riusciamo a catturare l’essenza stessa di un giocatore.



L’essenza è fondamentale, non solo perché influenza la carriera del calciatore, ma anche perché plasma la memoria collettiva di coloro che lo hanno visto giocare: il ricordo che abbiamo di Inzaghi è legato ai continui scatti sulla linea del fuorigioco, il ricordo di Cannavaro non può prescindere da quella galoppata palla al piede ai Mondiali nel 2006. Ognuno di questi momenti non ci dà informazioni sui trofei vinti o sul livello della carriera di un calciatore, ma ci dà un’idea precisa del suo modo di giocare, addirittura del suo modo di stare in campo e del suo atteggiamento.

Trovare un momento che ci restituisca l’essenza di un giocatore di appena ventitré anni sembra quasi impossibile, eppure, se si dovesse selezionare un unico momento per rappresentare l’essenza di Frenkie de Jong, sarebbe senza ombra di dubbio un’azione specifica degli ottavi di finale della Champions League 2018/2019 tra Real Madrid e Ajax: in dieci secondi di quella partita vediamo de Jong rubare palla con il fisico a Vinícius e istantaneamente saltare Modrić a testa alta – con un destro-sinistro micidiale che fa sedere in terra il neo Pallone d’Oro –, poi, sempre a testa alta, percorre venti metri inseguito da Casemiro e Carvajal, per poi scaricare la palla sulla sinistra, verso un compagno che giunge da dietro e che non ha visto arrivare. In quei dieci secondi si dipana tutta l’essenza di Frenkie de Jong, e non ci serve altro per capire cosa può fare su un campo di calcio.

L’espressione di Modrić spiega perfettamente la qualità di quella giocata




Nell’1-4 rifilato alle Merengues l’Europa calcistica ha preso atto del vero talento del centrocampista neerlandese, che nell’ultimo anno e mezzo era riuscito a scalare le gerarchie nella prima squadra dell’Ajax con una rapidità disarmante: nella finale di Europa League persa contro lo United di Mourinho de Jong era subentrato negli ultimi otto minuti, per poi restare in pianta stabile nell’undici titolare per le due stagioni successive passate ad Amsterdam. Frenkie si è dimostrato un giocatore indispensabile per i Lancieri, perché pur avendo all’epoca soltanto ventun anni dimostrava l’esperienza e il carisma di un trentenne, in coppia con il suo compagno di squadra de Ligt.

Quei dieci secondi descritti sopra si sono dilatati, replicati in ogni partita che de Jong ha giocato prima e dopo quegli ottavi di finale, e ci hanno restituito la misura di un calciatore totale dalla trequarti campo in giù. Totale, perché ha dimostrato nel corso degli anni di saper ricoprire qualsiasi ruolo del centrocampo e della difesa, prima al Willem II come trequartista, poi all’Ajax come mediano e all’occorrenza difensore centrale, infine al Barcellona come mezzala avanzata: ha saputo adattarsi in tutti i ruoli che ha occupato, ottenendo risultati ottimi. Ma la definizione di totale non comprende soltanto il numero di ruoli che il centrocampista riesce ad occupare in campo, la totalità di un calciatore come Frenkie de Jong sta nella sua padronanza del gioco, nel dominio che riesce ad esercitare sullo spazio e sul tempo: in quella che sembra una frazione di secondo riesce ad analizzare la posizione sul terreno di gioco dei suoi compagni e degli avversari, e in tempi altrettanto brevi sceglie quella che risulta essere – quasi – sempre la soluzione ottimale affinché la propria squadra riesca a guadagnare un vantaggio posizionale, con una giocata che spesso appare tanto semplice da non venir quasi notata in un primo momento. Solo dopo, rianalizzandola, ci rendiamo conto di quanto effettivamente fosse complicata e, soprattutto, di quanto fosse importante perché i suo compagni venissero serviti nelle migliori condizioni possibili.



Così, a causa della naturalezza con cui riesce a compiere giocate disarmanti, non ci si accorge del fatto che tutto quello che de Jong fa non avviene in un battito di ciglia come invece potrebbe sembrare: da parte sua c’è una preparazione costante dei gesti che dovrà compiere, che inizia molto prima di ricevere il pallone. Frenkie ha sempre la testa alta in campo, e controlla continuamente il movimento collettivo e individuale dei giocatori, ancor prima di entrare in possesso della sfera, così che nel momento in cui la riceve è già avvantaggiato rispetto a tutti gli altri. Sa già dove muoversi, e come farlo al meglio per creare una certa superiorità numerica: un po’ come Doctor Strange, riesce a prevedere tutti i possibili scenari che si presenteranno e a indirizzare l’azione dove desidera, grazie all’eleganza e alla velocità di pensiero che lo contraddistinguono. E se il movimento dei suoi compagni o degli avversari cambia rispetto alle sue aspettative, lui ricalcola le scelte da fare così da scegliere una nuova strategia per attaccare gli spazi o per guadagnare tempo. Anche in possesso del pallone non smette di analizzare, avanzando a piccoli tocchi, con lo sguardo puntato fisso sui gesti degli altri, così da non farsi trovare mai impreparato. L’uno-due con cui riesce a saltare Modrić nell’azione descritta sopra è uno sfoggio di tutte le abilità appena elencate, che non sarebbero sicuramente così efficaci se ad esse non fosse abbinata una tecnica sopraffina, tale da rendere la preparazione e l’esecuzione delle giocate il meno macchinose possibili.

Le stesse qualità che permettono a de Jong di creare gioco vengono sfruttate dal giocatore neerlandese in fase difensiva: avendo una capacità di misurazione degli spazi pressoché perfetta, riesce a intuire con anticipo se intervenire o meno per cercare di rubare il pallone, così da risultare prezioso in ogni situazione difensiva. Nel caso in cui la squadra si trovi troppo schiacciata al limite dell’area di rigore sa quando porsi come schermo tra il tiratore e la porta e sa quando scattare come una molla in avanti per recuperare la palla e ripartire in contropiede. Ma è nei momenti in cui la sua squadra si trova presa in contropiede che de Jong tira fuori il meglio dalle proprie capacità difensive: anzitutto, se si trova scavalcato dal pallone, con ampie falcate riesce in poco tempo a recuperare la posizione, senza dare mai la sensazione di star compiendo grossi sforzi, arrivando da dietro ribalta la situazione, e riesce a trasformare il suo svantaggio posizionale iniziale in un vantaggio, poiché gli avversari non si aspettano una tale aggressività, e anche nel caso in cui essi cambino l’inerzia dell’azione con un passaggio il neerlandese si trova già in corsa, e gli basta poco per spostarsi verso il lato dove il gioco continua a svilupparsi. Quando invece si trova costretto ad affrontare gli avversari in campo aperto, in condizioni di inferiorità numerica, sono le sue capacità nel timing a prevalere, poiché è perfettamente in grado di valutare il momento preciso in cui avventarsi sul pallone, rubando il tempo al portatore di palla, che spesso in campo aperto tende ad allungarsi. Infine, anche in situazioni statiche de Jong risulta utile, anche se non con la stessa efficacia dei primi due casi: nonostante non sia un bestione, essendo alto circa un metro e ottanta e avendo un fisico longilineo, riesce in ogni caso a farsi trovare ben piazzato e a contendere palla agli avversari, anche sui rinvii dal fondo del portiere dell’altra squadra.



È vero che le qualità dell’ex giocatore dell’Ajax sono tali da non farlo sentire fuori luogo in nessun contesto, ma ci sono alcune zone di campo e determinati scenari che lo mettono maggiormente a proprio agio: nella sua pur breve carriera de Jong ha sperimentato tutte le posizioni del centrocampo, e si è ritrovato ad agire anche in difesa, ma il rendimento migliore lo ha ottenuto ricoprendo il ruolo di centrocampista centrale, come vertice basso di un centrocampo a tre o come membro di una doppia mediana. In questi ruoli le sue caratteristiche migliori vengono esaltate, perché più lo spazio e il tempo si dilatano, più riesce ad avere controllo su essi: la sua frontiera di possibilità cresce esponenzialmente all’aumentare di questi due elementi, ed egli è libero di portare il pallone in conduzione fino a quando non riesce a trovare un varco, uno spiraglio in cui colpire. Quando si ritrova in situazioni in cui la porzione di campo dinnanzi a lui si dipana come una prateria, lì Frenkie riesce a dare il meglio di sé: conduce il pallone con aria principesca, con una leggerezza che prima di lui è appartenuta solo a pochissimi. Ritorna alla mente il Kaiser Beckenbauer, per la padronanza e la tranquillità che dimostrava – già alla stessa età di de Jong – nel governare il centrocampo, lui che, come de Jong, sperimentò diversi ruoli prima di diventare un libero a tutti gli effetti. Mentre però Beckenbauer ostentava una calma tale da renderlo padrone del gioco, ma anche più prevedibile, Frenkie condisce le sue avanzate con cambi di direzione così repentini, e allo stesso tempo innaturali, da renderlo imprevedibile. Egli si è dimostrato, nella posizione che ha ricoperto all’Ajax, il prototipo del centrocampista moderno, un uomo box to box che reinterpreta anche il ruolo di libero nel momento in cui la necessità lo richiede.

Per tutti questi motivi, ancor prima che de Jong fosse consacrato al mondo grazie alle fasi finali della Champions 2018/2019, il Barcellona scelse di acquistarlo pagando all’Ajax la cifra di 75 milioni di euro, rendendolo l’acquisto neerlandese più costoso di sempre – fino a sei mesi dopo, quando il suo compagno di squadra e amico fraterno de Ligt completò il trasferimento alla Juventus. Sembrava il trasferimento perfetto per il ventunenne, che non ha mai nascosto le proprie simpatie per il club catalano, volendo calcare il solco tracciato dai grandi olandesi che avevano contribuito a rendere la maglia blaugrana il vessillo del calcio di sistema, partendo da Cruijff – prima da giocatore e poi allenatore – e passando per Koeman, fino ad arrivare a Rijkaard e alla sua mini-rivoluzione, completata alla perfezione grazie al fenomeno del Guardiolismo.

Sia dalla società che dall’ambiente blaugrana l’acquisto di de Jong era visto come il primo tassello per far iniziare un nuovo corso per il club, con lo svecchiamento del reparto centrale che negli ultimi anni si era appesantito, per l’avanzare dell’età di giocatori indispensabili ma meno lucidi del solito come Busquets e Rakitić. Avrebbe così ricoperto perfettamente il ruolo di traghettatore per il Barça della nuova era, lui che è un giocatore di sistema e allo stesso tempo al di fuori di ogni sistema. La tappa all’Ajax infatti gli ha insegnato ad adattarsi alla perfezione a modelli di gioco ben codificati, che vengono inculcati agli allievi sin dal settore giovanile: un percorso adottato anche per la Masia del Barcellona, e da questa portato all’estremizzazione. Ma prima di approdare ad Amsterdam, Frenkie era cresciuto nelle giovanili del Willem II, tenendosi lontano dai precetti stringenti insegnati nel De Toekomst. Con una formazione esterna e una capacità di adattamento fuori dal comune, il principe neerlandese era il candidato perfetto per fornire una marcia in più al Barcellona di Valverde, rimasto incartato tra tradizione e modernità: con la perfetta conoscenza del gioco di sistema praticato all’Ajax e la capacità naturale di modificare da sé quello stesso sistema per trarne i maggior vantaggi, de Jong sarebbe stato l’anello di congiunzione dei due mondi.



Purtroppo le aspettative si sono rivelate leggermente diverse dalla realtà. Che sia chiaro, de Jong nella sua prima stagione al Barcellona non ha disatteso le promesse, e ha impressionato positivamente per la maturità che ha dimostrato in campo e per gli sprazzi di qualità che ha fatto vedere sempre più spesso durante la stagione. Il suo grande merito è stato soprattutto quello di tenere la barra dritta in una stagione da incubo per i blaugrana, sopperendo da solo alle mancanze di un centrocampo fantasma, tra infortuni e cali di prestazione degli interpreti migliori. Ma tra gli equivoci tattici, la pandemia e la tempesta scatenata sul club – prima a causa del Barçagate e successivamente per la rottura tra dirigenza e giocatori – anche de Jong ha finito per risentire delle pressioni interne ed esterne, ed il suo rendimento globale ne è testimone.

È normale per un ventitreenne essere discontinuo, ma prima di allora il nazionale orange non aveva mai dato l’impressione di soffrire di cali fisici improvvisi durante una stagione. Probabilmente il vero motivo per cui de Jong non è riuscito a rendere al massimo nel Barcellona fino ad oggi è dovuto agli errori commessi dai due allenatori che si sono alternati sulla panchina catalana durante la stagione appena passata: sia Valverde prima che Quique Setién poi hanno frainteso quale fosse la sua collocazione migliore, pensando di poter ottenere maggior qualità da lui schierandolo come mezzala anziché come centrocampista centrale, anche perché il ruolo di perno davanti alla difesa è occupato da oltre dieci anni da Busquets, una pedina difficile da smuovere. Frenkie si è adattato bene a questo ruolo grazie alla propria duttilità, ma la sensazione, osservando le partite del Barcellona, è che mancasse sempre un centesimo per arrivare al dollaro, come se il giocatore fosse ingabbiato e per questo meno fluido nei movimenti.

Normale che fosse così: la restrizione degli spazi davanti a sé ha finito per diminuire sensibilmente le possibilità di crearne di nuovi, e ha ridotto il tempo che il centrocampista neerlandese sfruttava per portare palla in conduzione e pensare alla prossima mossa. Giocando più avanti inoltre gli venivano richiesti anche compiti diversi rispetto al solito, principalmente di inserimento, eppure non sono mai stati i movimenti senza palla il suo marchio di fabbrica, anzi è lui solitamente a dettare i tempi e gli scatti dei compagni, entrando per lungo tempo in possesso della sfera. Ci sono state addirittura partite in cui de Jong si è ritrovato a giocare a ridosso delle punte, in una posizione quasi da trequartista come ai tempi del Willem II. Così, nella sua prima stagione in maglia blaugrana abbiamo avuto modo di vedere un grande giocatore, ma non ancora quello che tutti quanti aspettavamo, e cioè il centrocampista dei prossimi dieci anni, quello capace di segnare un’era come hanno fatto prima di lui Xavi e Iniesta, con quella stessa camiseta.



La stagione del Barcellona si è conclusa nel peggiore dei modi possibili, con La Liga sfuggita di mano nelle ultime giornate – dopo averla comandata per almeno due terzi – e un quarto di finale perso contro il Bayern Monaco per 8-2, un risultato destinato a rimanere negli annali – in negativo – per il Barça più stanco di sempre. Quella notte del quattordici agosto ha segnato un punto di non ritorno per i blaugrana, costretti ad affrontare i propri demoni. La faida interna tra società e giocatori, con in mezzo un allenatore mai pienamente apprezzato e fatto fuori alla prima occasione utile, ha portato a uno zugzwang di tutte le parti in causa: molti calciatori sono stati costretti a fare le valigie, Messi ha preso la decisione di lasciare definitivamente il club con cui è legato da ormai vent’anni – e anche se i pezzi sono tornati al loro posto per un altro anno sarà difficile convincerlo a restare oltre –, la presidenza è legata ad un filo fatto di potere e paura di sanzioni pecuniarie a causa delle disastrose condizioni finanziarie in cui versano le casse del club.

In tutto questo marasma pochi sembrano i punti fermi per la nuova stagione, ma uno di questi è proprio Frenkie de Jong, indispensabile per la ricostruzione di un club che nel giro di tre anni si è trasformato in cenere. Koeman sarà il nuovo allenatore, dopo aver rinunciato alla panchina orange e con essa ad un organico pieno di giovani talenti da formare, è il segno dell’ennesimo tentativo del Barcellona di rinnovarsi attraverso la tradizione, con una delle figure più iconiche degli anni Novanta catalani. Il rischio è quello che il club imploda su sé stesso, inseguendo una chimera di quasi trent’anni fa senza necessariamente evolversi, ma da una contraddizione può nascere qualcosa di eccezionale, proprio come fa una fenice quando rinasce dalle proprie ceneri. Koeman si è dimostrato categorico nel voler dare il via a un nuovo progetto, senza esitare a lasciar andare giocatori dell’importanza di Suárez, e mettendo altri giocatori al centro del villaggio: de Jong sarà fondamentale, e il suo nuovo-vecchio allenatore ha sottolineato che torneremo a vederlo nella posizione che gli è più congeniale, e cioè davanti alla difesa. Così, de Jong potrà tornare ad inventare, nuovamente libero.

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