Alberto Spencer

Alberto Spencer, fenomenologia di una leggenda

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Se siete amanti delle statistiche, sotto i record relativi alla Copa Libertadores vi potrà essere capitato di imbattervi nel nome di Alberto Spencer. Quello di Spencer è un nome poco ricordato, nonostante la figura dell’ecuadoriano rientri di diritto tra il novero dei più grandi attaccanti di sempre.


Gli inizi

Alberto Spencer nasce in Ecuador, nella cittadina di Ancón, nel 1937. Questa era una zona petrolifera perfetta per lo svezzamento calcistico dei ragazzi, che giocavano a lungo per le tortuose strade ed erano quasi obbligati ad imparare ad accarezzare finemente la palla. Spencer nasce calcisticamente in una realtà fortemente influenzata dagli inglesi immigrati in Ecuador, che nel dopolavoro si affidavano spesso ai ragazzini del luogo per rinforzare le proprie squadre.

Proprio ad Ancón Spencer viene incorporato alla sua prima squadra, il locale Club Los Andes, che lascerà poi nel 1954 per vestire la maglia del ben più rinomato Everest di Guayaguil. Il 29 giugno 1955 arriva l’esordio tra i professionisti con Los Baisanos, nel match contro l’Emelec, mentre una settimana più tardi è tempo del primo gol ufficiale contro il 9 de Octubre, grazie ad un colpo di testa, gesto che pochi anni più tardi diventerà il suo indiscusso marchio di fabbrica. Alla fine dei quattro anni in maglia rossa, Spencer avrà segnato ben 101 gol in sole 70 partite, ma soprattutto con la consacrazione a stella del calcio nazionale.

L’arrivo nel grande calcio

La carriera di Alberto Spencer decolla definitivamente quando su di lui mette le mani il Peñarol, una delle squadre più importanti dell’Uruguay e dell’intero Sud America. Gli aurinegros vengono dal decennio che ha chiuso definitivamente il ciclo della Máquina, la squadra capace di mandare in campo ben 7 degli 11 titolari dell’Uruguay nel giorno del Maracanaço. Alle porte del 1960 il mondo del calcio è radicalmente cambiato, grazie soprattutto alla nascita della Coppa dei Campioni europei, manifestazione che raccoglie le squadre vincitrici dei rispettivi campionati nazionali. Contestualmente, anche nel subcontinente si decide di istituire una competizione che possa determinare la squadra più forte, per questo si assiste proprio nel 1960 alla prima edizione della Copa de Campeones de América, quella che è oggi conosciuta come Copa Libertadores.

Proprio per cercare il successo nella neonata coppa, il Peñarol – che è anche uno dei membri fondatori –  decide di mettere a segno uno dei colpi di mercato più importanti della propria storia. Nel 1959 viene siglato il contratto che lega Alberto Spencer ai carboneros, mentre l’esordio avviene pochi mesi più tardi in occasione dell’amichevole disputata contro gli argentini dell’Atlanta. L’esordio del ventitreenne è evocativo ed in linea con le sue abitudini: l’Atlanta viene schiantata con una sonora tripletta, mentre dopo pochi giorni è il Tigres che viene steso con una doppietta.

La consacrazione tecnica

Montevideo è il luogo perfetto per assistere all’esplosione di tutte le abilità di Spencer: se già si era detto della grande abilità nel colpo di testa che gli era valso in patria il soprannome di Cabeza Mágica, ben presto tutti gli addetti ai lavori si rendono contro che il longilineo ecuadoriano poteva sfruttare ottimamente tutti i vantaggi del proprio fisico. Spencer faceva della velocità e della rapidità la propria arma migliore, le quali arricchivano la sua già cristallina tecnica data dal calcio di strada. Quest’abilità nel cambiare rapidamente di passo e di ritmo, anche con l’ausilio di sterzate palla al piede, gli diedero in dote uno dei dribbling più letali mai visti al Peñarol, un club che tra le sue fila aveva avuto dei veri e propri fenomeni come Piendibene, Ghiggia e Schiaffino.

Grazie a queste doti atletiche Alberto Spencer poteva tranquillamente strappare grandi prestazioni in ogni zona del campo, un’opportunità avvalorata anche dall’enorme sapienza tattica del ragazzo originario di Ancón. Era chiaro però a chiunque che togliere quell’elemento dal reparto offensivo sarebbe stato praticamente un suicidio, dal momento che davanti al portiere Spencer è stato uno dei killer più letali della storia. I numeri, che spesso lasciano il tempo che trovano, sono in questo caso la vera e propria descrizione di chi sia stato Alberto Spencer: 451 gol in 662 presenze con i club, con un’incredibile media di 0,68 gol a partita.



Il Poderoso Peñarol

Il suo arrivo permise al Peñarol di fare il definitivo salto di qualità e di confermarsi come miglior squadra della Nazione, oltre che consacrarsi come una delle dinastie più forti dell’intera storia sudamericana. Durante la prima edizione della Copa de Campeones de América infatti il club ottenne una fantastica e convincente vittoria, che non venne mai veramente messa in dubbio, visto che i gialloneri si rivelarono nettamente superiori alle altre sei contendenti al titolo. L’esordio, giocato contro i boliviani del Jorge Wilstermann, vide una netta vittoria per 7-1, con un favoloso poker marcato da Spencer in meno di un’ora. L’ecuadoriano si confermerà poi uomo decisivo anche durante la semifinale contro il San Lorenzo, schiantando il Ciclón con una doppietta. Il tabellino Spencer lo timbrerà anche nella finale di andata, decidendo la difficile partita contro l’Olimpia di Asunción. La vittoria sui paraguiani venne poi confermata ad Asunción grazie al pareggio firmato da Luis Cubilla. Grazie ai suoi 13 gol nella competizione, il Peñarol poté così fregiarsi del titolo di primo campione sudamericano.

La prima stagione in Uruguay per Spencer si rivela un autentico successo, con un bottino di 18 reti in 25 presenze e la conquista anche del titolo di campione nazionale – il primo di una lunga serie che si fermerà a quota sette –, dopo un bellissimo campionato conteso fino alla fine al Cerro. C’è però una macchia di quella stagione che tormenterà l’attaccante per diversi anni. Tra luglio e settembre si disputa infatti anche la prima edizione della Coppa Intercontinentale, evento che riunisce i campioni europei e sudamericani. L’avversario di quel Peñarol è il fortissimo Real Madrid guidato da Di Stéfano, Gento e Puskás. Tra le due squadre non c’è neanche lontanamente storia e, nonostante uno 0-0 faticosamente ottenuto a Montevideo, gli uruguaiani crollano del tutto sotto l’artiglieria merengue al Bernabéu. Il risultato finale dice 5-1 per i blancos, e presenta il gol di un Alberto Spencer che da quel giorno sognerà continuamente di poter ottenere la propria rivincita.

Nonostante il proprio carattere calmo e tranquillo, Spencer aveva l’obiettivo fisso di dimostrare di essere il migliore, schiantando chiunque mettesse in dubbio la sua indiscussa superiorità. L’attaccante dominò il campionato sin dal principio, concludendo il torneo con 18 marcature in altrettante partite disputate, conquistando il primo dei suoi successivi quattro titoli come capocannoniere. La stagione si rivelò ancora una volta meravigliosa per il Peñarol, che conquistò il campionato per il quarto anno consecutivo, al termine di un confronto serrato col Nacional.

Anche nella Copa de Campeones il Peñarol riuscì a bissare il trionfo, questa volta dopo un percorso ben più tortuoso. Nonostante l’organico aurinegro potesse vantare su nuovi elementi di altissimo valore come Pepe Sasía, Juan Joya e Pedro Rocha, conquistare il titolo non fu per niente facile, visto che la finale vide l’opposizione dei brasiliani del Palmeiras. Il Brasile era la nazione dove si praticava il miglior calcio del mondo, il movimento nazionale aveva raggiunto dei picchi talmente floridi da non essere quasi mai più raggiunti in futuro, visto che i migliori esponenti erano profili del calibro di Garrincha, Vavá, Jair e sua maestà Pelé.

La voglia di successo di Alberto Spencer però travolse anche i fortissimi brasiliani, che capitolarono per 1-0 a Montevideo sotto l’assedio del bombardiere ecuadoriano – a segno ad un minuto dal termine e al 23° centro stagionale –, non riuscendo poi a ribaltare il punteggio tra le mura amiche. Con questo successo arrivò ancora la possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, questa volta contro i portoghesi del Benfica, prima squadra capace di interrompere il dominio del grande Real di Muñoz. I lusitani guidati dal mitico Eusébio però non erano il Madrid, il che tolse un po’ di soddisfazione a Spencer, voglioso e motivato a prendersi la rivincita sugli spagnoli.

Il Peñarol vinse da favorito la Coppa, dominando per 5-0 a Montevideo con una gran doppietta dell’ecuadoriano e costringendo i portoghesi al terzo e decisivo incontro, disputato ancora una volta al Centenario, e deciso da una doppietta di Sasía. Gli uruguaiani salirono sul tetto del mondo e si fecero conoscere anche oltreoceano, dove molte squadre iniziarono a strizzare gli occhi ai campioni aurinegros. Soprattutto in Italia, terra che già aveva accolto nel decennio precedente delle leggende giallonere come Schiaffino e Ghiggia. Questa fu la volta dell’Inter del presidente Angelo Moratti, voglioso di regalare alla sue grande squadra un ennesimo elemento di assoluto valore per poter finalmente diventare campione europeo. L’identikit perfetto fu trovato in Spencer, ma l’ecuadoriano, ben radicato alle proprie origini, non se la sentì di lasciare il Sud America, lasciando Moratti con l’amaro in bocca. La storia, infatti, non potrà mai dirci chi sarebbe diventato Spencer se fosse venuto a giocare in Italia e se la Grande Inter, potendolo vantare tra le sue fila, sarebbe divenuta ancor più Grande.


La fine del dominio?

Rimasto a Montevideo, Alberto Spencer e il suo Peñarol dovettero fare i conti con il termine della netta superiorità continentale. L’arrivo in panchina di Béla Guttmann, lo storico mentore ungherese di Eusébio giunto in Uruguay proprio dopo aver lasciato il Benfica, aveva fatto sognare ancor di più i sostenitori del club, che con un allenatore di caratura mondiale avrebbe potuto certamente raggiungere dei successi ancor più prestigiosi. L’ungherese invece restò a Montevideo per soli cinque mesi, nei quali a malapena riuscì ad imparare i nomi dei calciatori, subendo soprattutto una cocente batosta nella Copa de Campeones.

Se già nella semifinale contro il Nacional de Montevideo i gialloneri si erano salvati grazie a due eroiche prestazioni di Spencer costellate da 3 gol in altrettante partite, le cose andarono diversamente nella finale contro il Santos. I brasiliani, privi di Pelé per la disputa, strapparono grazie alla doppietta di Coutinho la partita d’andata a Montevideo, rendendo vano il gol del solito Spencer – a segno in tutte le finali della coppa fino a quel momento disputate. Al ritorno però l’uragano ecuadoriano si abbatté sullo stadio Urbano Caldeira, indirizzando con una doppietta una bellissima finale vinta per 2-3 dagli uruguaiani e procrastinando al match del 30 agosto al Monumental di Buenos Aires l’assegnazione della Copa.

Per questa occasione i brasiliani poterono contare sul ritorno di Pelé dall’infortunio occorso nel Mondiale cileno, il quale con una delle sue classiche prestazioni mitologiche annichilì Guttmann e il suo Peñarol, infliggendo un secco 3-0. L’esperienza di Bela a Montevideo non poteva durare oltre, per questo ad ottobre fece spazio all’ex leggenda del club Peregrino Anselmo, che quantomeno riuscì ad assicurare il quinto campionato di fila agli aurinegros.

Il 1963 fu invece un anno davvero magro dalle parti del quartiere di fede giallonera, visto che l’avventura nella coppa continentale si arrestò solamente in semifinale. Il Boca Juniors del bomber  José Sanfilippo – che già tre anni prima aveva segnato ai carboneros quando ancora era tra le fila del San Lorenzo – conquistò l’accesso alla finale poi vinta ancora una volta dal Santos; in campionato si arrestò il quinquennio d’oro, visto che il titolo andò appannaggio del Nacional. Alberto Spencer, come tutta la squadra, brillò raramente durante quella stagione, vedendosi inoltre scippato del titolo di capocannoniere dal compagno Hohberg.

Senza l’impegno internazionale, l’anno successivo il club Más Grande poté concentrarsi nuovamente sul ritorno agli standard abituali, in un’annata favolosa che terminerà con addirittura 12 punti di vantaggio sui secondi classificati in campionato del Rampla Juniors. Il Peñarol poté quindi ritentare l’assalto alla Copa de Campeones nel 1965, ma l’assenza di Spencer confluì in una netta vittoria dell’Independiente di Avellaneda, confermatosi campione sudamericano per il secondo anno consecutivo.

La risalita e la grande impresa

Alberto Spencer sta probabilmente attraversando il periodo più buio della sua carriera: gli infortuni ne stanno minando la continuità, ma soprattutto non basta più solamente la sua bravura a decidere le sorti degli incontri. Si è ormai giunti al 1966, anno che Spencer non sa ancora si rivelerà il più importante della sua vita calcistica. Dopo l’ennesimo campionato vinto dal Peñarol – 12 i gol dell’ecuadoriano, 3 in meno del capocannoniere Rocha –, può ripartire la caccia al titolo sudamericano. La Copa de Campeones ha fatto spazio alla Copa Libertadores, che nella prima edizione sotto la nuova denominazione assiste ad una delle finali più belle della sua storia.

All’atto finale giungono il Peñarol, in cerca della terza affermazione nella competizione, e il River Plate, ancora a secco di trionfi. Gli argentini possono vantare su un organico fortissimo appulcrato dall’ex carbonero Luis Cubilla e dai bomber Más e Onega, guidati dal tecnico Renato Cesarini. Di contro, i collaudati uruguaiani possono vantare tra i pali Ladislao Mazurkiewicz, uno dei migliori portieri della storia sudamericana, oltre a grandi centravanti come Abbadie e Rocha.

La partita d’andata si disputa al Centenario di Montevideo, un match molto teso e combattuto risoltosi solamente nell’ultimo quarto d’ora a favore dei padroni di casa, vittoriosi grazie ad Abbadie e Joya. Al ritorno è il Monumental ad accogliere i campioni uruguaiani nel suo calderone. Sono gli ospiti a portarsi in vantaggio grazie alla rete siglata da Rocha; il pareggio siglato da Onega è solo l’antipasto dello spettacolo che si sta per scatenare sul terreno di gioco. Spencer trova il quinto sigillo nella competizione e il gol dell’1-2 che fa sognare per circa venti minuti l’impresa agli uruguaiani. Il 2-2 ad opera di Sarnari e la seconda marcatura di Ermindo Onega sono il sigillo che costringe la disputa al decisivo spareggio, al termine del quale si potrà decretare la squadra che affronterà il Real Madrid nella Coppa Intercontinentale.

L’occasione è ghiottissima, Spencer ha finalmente l’opportunità di regalarsi un’altra sfida alle merengues, una sfida che questa volta dovrà per forza di cose andare diversamente rispetto a quella terminata malamente nel 1960. La sede scelta per lo spareggio è l’Estadio Nacional di Santiago de Chile. La sera del 20 maggio 1966 è proprio il River a partire fortissimo grazie al solito gol di Daniel Onega e al capolavoro di Solari, che dopo aver portato palla per diversi metri fulmina Mazurkiewicz con un missile all’incrocio da lontanissimo.

La Libertadores sembra destinata a dover rimanere in Argentina per il terzo anno di fila: il Peñarol è nella confusione più totale e Spencer è solo l’ombra di se stesso. È qui però che il River Plate commette l’errore più grande, ovvero quello di credersi già campione e di smettere di giocare. Nel corso del secondo tempo il portiere Carrizo para un colpo di testa di Spencer con il petto, facendo imbestialire gli avversari, che si sentono tremendamente feriti nell’orgoglio. Cambia completamente l’andamento del match, il Peñarol inizia giocare in modo più convinto e concreto, iniziando una veemente rimonta guidata da un bel sinistro al volo di Spencer e da un tiro gran da fuori di Abbadie.

Lo spareggio è destinato così ai tempi supplementari. Durante i 30 minuti aggiuntivi sono gli uruguaiani ad imporsi meritatamente, grazie rispettivamente a due cabezazos, chiaramente la specialità della casa, ad opera di Alberto Spencer e di un insospettabile Pedro Rocha. Spencer e il Peñarol possono così consacrarsi per la terza volta campioni del Sud America – prima squadra a riuscirci – ed entrare nella leggenda, visto che l’impresa appena compiuta ai danni degli argentini è ancora oggi uno degli eventi ricordati con più affetto anche dai tifosi più giovani, un’impresa che ha visto il verificarsi di una delle più assurde rimonte di sempre.


Il sogno finalmente si realizza

Questa vittoria permette al club Manya la ghiottissima occasione di contendere il titolo di campione mondiale al Real Madrid. I madrileni sono solo l’ultima parte di linfa del grande Madrid che ha dominato il mondo in lungo e in largo. L’allenatore è sempre il grande Muñoz, ma il campo non può più vantare la presenza di Santamaría, Di Stéfano e Puskás. Questi icone hanno lasciato spazio a profili di minor valore, seppur ai vertici del calcio europeo, come Sanchís e Amancio; anche il sempreverde Gento è ormai solo una copia sbiadita del grande giocatore che fu.

A differenza del 1960, si arriva al confronto con un esito molto più incerto, che addirittura tende a presentare come favoriti i sudamericani. Il 12 ottobre 1966 si disputa al Centenario il match d’andata sotto la direzione del cileno Vicuña. Il pallino del gioco è sempre nelle mani del team guidato da Máspoli: Abbadie e Gonçalves dominano a centrocampo, in attacco Spencer prevale nettamente sui difensori madrileni e sugli stessi compagni di reparto. Cabeza Mágica mette in mostra una prestazione leggendaria, riempiendo il suo gioco di sponde aeree che allargano il campo e di fitti passaggi anche a livello del centrocampo, una conferma della sua enorme sapienza tattica. Oltretutto, l’ecuadoriano si rivela letale in area di rigore, firmando tra il 39° e il 79° una splendida doppietta che fissa il risultato sul 2-0. Il secondo gol è un’autentica perla, Spencer chiede ed ottiene il triangolo ed entra in area, facendo secco il diretto marcatore e segnando con un mortifero rasoterra mancino.

Archiviata la sfida d’andata, gli uruguaiani devono mantenere il vantaggio anche per il match di ritorno, un’impresa di una complessità di dimensioni bibliche, visto che i madrileni non perdono una partita internazionale al Bernabéu da vent’anni. L’inserimento di Gento in formazione per i blancos non sortisce però alcun effetto, visto che la solidità e l’elasticità di gioco degli ospiti ingabbiano i nervosi padroni di casa. Il Peñarol riesce addirittura a colpire, segnando con un rigore di Rocha e con un favoloso rasoterra di esterno destro Spencer – che già si era visto annullare un gol – che fulmina in uscita Bentancor.

Nella ripresa la reazione del Madrid si fa sempre più veemente e nervosa, ma non riesce a scardinare la resilienza degli uruguaiani. L’italiano Concetto Lo Bello decreta con il triplice fischio il termine di questa storica finale, sicuramente la più importante e prestigiosa della storia del club che prende il nome dal quartiere fondato da un immigrato piemontese; il 26 ottobre non è solo il picco della storia del Poderoso Peñarol, è soprattutto il punto più alto della carriera di Spencer.

La rivalità con Pelé

Quest’anno leggendario porta l’ecuadoriano a ricevere prestigiosissimi elogi, il cui più importante è sicuramente quello del giornalista francese François Thebaud, che ne esalta lo stile, la disinvoltura e la potenza tecnica e atletica, ritenendolo di gran lunga superiore a Eusébio. Thebaud lo paragona a Pelé, il giocatore con cui Spencer ha intrapreso la rivalità più dura della propria carriera. Le strade dei due si erano incontrate per la prima volta in occasione della finale di Copa de Campeones del 1962, quando O’Rey aveva annichilito Spencer e il suo Peñarol. Un anno più tardi era stato invece il 9 giallonero ad infastidire il fenomeno brasiliano, umiliato con un secco 5-0. La leggenda vuole che Pelé abbia intimato a Spencer di smettere di segnare, il che causò la rottura del rapporto, culminata con l’esclusione dell’ecuadoriano ad opera di Pelé nella lista del Fifa 100.

Nel computo delle statistiche individuali il conflitto è invece in perfetta parità. Se Spencer è ancora oggi il miglior cannoniere della storia della Libertadores con 54 reti, in Coppa Intercontinentale è Pelé a fregiarsi di questo titolo, grazie ai 7 gol realizzati a fronte dei 6 dell’ecuadoriano.

Il suo Ecuador

Dopo il 1966 Spencer inizierà a fare i conti con la perdita di esplosività del fisico: il Peñarol, privo della miglior versione del suo bomber e con un ciclo ormai giunto al termine, raggiungerà solamente un’altra finale di Libertadores nel 1970, uscendo nettamente sconfitto dall’Estudiantes del mago Zubéldia, una delle squadre più maschie e difficili da affrontare dell’intera storia del calcio. Spencer lascerà il suo storico club dopo questa sconfitta, congedandosi dall’Uruguay con 326 gol – mai nessun ecuadoriano ha segnato così tanto all’estero – e quattro titoli capocannoniere nella Primera División.

L’unica opzione prima di appendere gli scarpini al chiodo non poteva che essere quella del ritorno in patria, al Barcellona di Guayaguil, disputando 38 partite in due stagioni e realizzando 18 reti, di cui le 6 che gli permisero di fissare a quota 54 il suo record in Libertadores. Tornare in Ecuador era sempre stato il sogno di Cabeza Mágica, legato da un legame speciale con il suo paese, che rifiutò sempre di tradire per vestire la maglia dell’Uruguay – con la quale disputò comunque 5 amichevoli e realizzò un gol contro l’Inghilterra a Wembley –, che gli avrebbe potuto garantire importanti successi anche a livello di Nazionale.

L’amore per l’Ecuador si ritrova anche nelle parole dell’amico d’infanzia Jorge Borell, che rivelò che quando giocava al Peñarol Spencer piangeva continuamente per la nostalgia e la lontananza dal suo Ecuador e dalla sua Ancón, che per lui non erano una semplice casa. Addirittura, quando nel 2006 Spencer fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti per curarsi dalla malattia cardiaca che poi porrà fine alla sua vita, continuava a ripetere di voler tornare in Ecuador per poter vivere nella penisola.

Questo sarà l’ultimo sogno, e purtroppo sarà un sogno incompiuto, di Alberto Spencer, l’uomo più prolifico della storia della Copa Libertadores, un uomo e un giocatore capace di farsi amare ovunque abbia giocato, grazie al suo enorme carisma e a uno stile pulito e genuino, che gli permise di ottenere il rispetto di ogni avversario incontrato sul campo. Alberto Spencer è stato un grande uomo prima che un grande calciatore – venne eletto miglior sportivo ecuadoriano dello scorso secolo –, ed è per questo che la sua storia non andrebbe mai dimenticata.


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