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La storia di come il calcio divenne moderno quando il calcio divenne un diritto

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Spesso, negli ultimi anni, abbiamo sentito molti appassionati lamentarsi del “calcio moderno”. Non è raro imbattersi, passeggiando fra le strade di città e paesi di provincia, nello slogan «no al calcio moderno» scritto su mura spoglie ed erose dal tempo, come lo stesso concetto che ospitano. Sebbene si tratti perlopiù di retorica e nostalgia fine a sé stessa, inevitabile variante calcistica del «si stava meglio quando si stava peggio», queste parole sono volte a polemizzare contro l’incontrollabile e smisurato aumento del salario destinato ai calciatori, in particolare quelli più famosi e richiesti, che di conseguenza rende più raro e sfaccettato il concetto di attaccamento alla maglia. Paradossalmente, però, quel calcio a cui questo mantra fa riferimento, moderno lo era già, e non solo banalmente perché tutto e in qualsiasi momento storico sarà sempre la versione moderna di una sua variante passata, ma perché il calcio moderno nell’accezione più pura del termine nasce più di un secolo prima dell’avvento degli Abramovič, degli Al-Khelaïfi o dei Manṣūr.



Il calcio moderno nasce alla fine dell’Ottocento, in ossequio a delle precise cause storiche e, ironia della sorte, proprio nel momento in cui il calciatore diviene un mestiere.

Come tutti sappiamo la culla del calcio come lo intendiamo oggi è il Regno Unito, con buona pace di chi puntigliosamente fa notare, fra cui la FIFA stessa, come il Cuju cinese, sia ufficialmente considerato come la variante più antica di questo sport, risalendo a ben 2.400 anni fa; o del nostrano calcio fiorentino.

In principio giocare a calcio in Inghilterra era una sorta di festival. A sfidarsi erano interi paesi e villaggi confinanti, con la partecipazione di centinaia di persone e campi grandi quanto gli interi paesi in gara, mentre l’obiettivo era quello di far sì che la palla carambolasse oltre il confine del paese rivale. Non esistevano regole né disciplina e di certo non esisteva il fair play, e così non era raro che qualche partecipante adornasse le sue scarpe con rostri di ferro: a quanto pare uno degli obiettivi era spezzare più stinchi possibile, in modo da ridurre il numero dei giocatori.

Per qualche ragione questo sport dalle premesse così rudi e popolane, attira l’attenzione dell’alta borghesia britannica, evolvendolo fisiologicamente in un passatempo dalle dinamiche più controllate e civili rispetto alle sue varianti precedenti. Nel 1863 verrà fondata la Football Association (FA), che stilerà per la prima volta al mondo le regole universali del gioco del calcio.

In altre parole, il calcio diventa uno sport creato, giocato e gestito da aristocratici e capitalisti, che si sfidano in tornei riservati ad ex studenti universitari. Il calcio dunque, quello stesso gioco che oggi viene spesso considerato lo sport più popolare a cui si possa pensare, era riservato all’élite della società.

Dietro l’esclusione del proletariato non vi si può che riscontrare l’intento classista di mantenere questo sport un passatempo riservato a una parte della società dotata di determinati requisiti: come sostiene Bourdieu, i ceti più ricchi e colti da decenni lottano contro l’inevitabile degradazione della cultura alta in cultura bassa, causata dall’appropriazione dei loro passatempi e stili di vita da parte della società nella sua interezza, spingendoli a ricercare nuovi stimoli culturali e a tentare in tutti i modi di difendere l’esclusività delle loro passioni, il cui sfogo permette loro di distinguersi concretamente dalle masse.

In questo caso però i nobili e i borghesi della società vittoriana si ritrovarono a dover affrontare la più grande rivoluzione sociale della storia, che rese l’appiattimento culturale pressoché inevitabile. Si può dunque affermare che il calcio moderno sia nato sulla spinta delle rivendicazioni operaie. Nascono le Trade Unions, i primi sindacati della storia e i partiti socialisti e l’Inghilterra, il paese più industrializzato al mondo, non può che adeguarsi, anche nel calcio.

Certo, l’inserimento delle squadre operaie all’interno della FA è stato permesso dai proprietari delle stesse, ricchi industriali, la cui posizione sociale era molto simile a quella dei calciatori delle squadre degli ex universitari. Fondamentalmente le prime erano più vicine alle moderne squadre di calcio, e non a caso molte sono tutt’ora esistenti, mentre le seconde ricordavano più la classica squadra amatoriale che si distingue nei tornei universitari.

Dunque la FA, che ricordiamo è gestita da questi stessi calciatori, si ritrova spaccata in due diverse anime: una conservativa che vorrebbe mantenere la FA Cup una sorta di torneo fra amici e colleghi, e un’anima più visionaria che coglie la portata del fenomeno, in particolare economica, e che inizia a pensare a spaziose tribune colme di pubblico e a uomini pagati per giocare a calcio.

Ovviamente ciò è favorito dal contesto in cui queste squadre nascono. Squadre come il Blackburn o il Darwen, portavano il nome della città dove sorgeva la fabbrica di cui era proprietario il presidente della squadra stessa e i calciatori erano i suoi dipendenti. Dunque per la gente del luogo diviene quasi naturale simpatizzare per quei lavoratori, che come loro faticano ad arrivare a fine mese e a mantenere le loro famiglie, ma che rappresentano prima la loro città e poi un intero ceto sociale nella competizione sportiva più importante d’Inghilterra.



La serie Netflix ‘The English Game‘ è stata un gradevole modo per fare luce su questi eventi seppelliti dalla storia. Sebbene tocchi spesso corde da soap, in stile ‘Downton Abbey‘, e la palla rotoli poco, senza di essa il grande pubblico difficilmente avrebbe conosciuto personaggi chiave per questo sport come Fergus Suter, interpretato da Kevin Guthrie, e Arthur Kinnaird, interpretato da Edward Holcroft.

Suter, scozzese di nascita, si trasferisce in Inghilterra per giocare nel Darwen, scelta che allora parve inspiegabile, visto che per le regole della FA i calciatori non potevano essere stipendiati. Ma la realtà è che, anche se in maniera illecita, Suter fu il primo calciatore professionistico della storia di questo sport, e se vogliamo è anche il primo calciatore “mercenario” della storia, anche se volendo prestare fede alle motivazioni altruistiche raccontate dalla miniserie dietro la scelta di trasferirsi ai rivali del Blackburn, questo termine non gli renderebbe onore. In ogni caso Suter decise di cambiare squadra in nome della garanzia di un salario più corposo e questo è un punto chiave della trasformazione di questo passatempo in un lavoro vero e proprio.

Con il Blackburn Suter vincerà ben tre FA Cup, anche se non la prima coppa inglese vinta da una squadra di operai, come erroneamente raccontato dalla serie. Merito che invece andò al Blackburn Olympic, nel 1883, un anno prima che Suter alzasse il suo primo trofeo nazionale.

Con il passare dei mesi si inizia a percepire che industriali come il presidente del Darwen garantiscano ufficiosamente una rendita ad alcuni dei loro calciatori, rischiando per questo l’esclusione dall’associazione.

Fu Arthur Kinnaird, figlio di un Lord e capitano e fondatore dell’Old Etonians, a convincere i suoi amici e colleghi della FA dell’ingiustizia di questo sistema. Era semplice per loro trovare il tempo di allenarsi e avere un’alimentazione sana ed equilibrata, e inoltre non era obbligato a spezzarsi la schiena in fabbrica. Ciò rendeva piuttosto iniquo un match contro una squadra di operai e questo Kinnaird lo sapeva bene. Che questo sport divenisse professionistico era ormai inevitabile.

Kinnaird, peraltro, è anch’esso un personaggio storico per il calcio britannico, perché oltre a questa rivoluzione, fu presidente della FA per 33 anni, e detiene ancora oggi il record di finali di FA Cup disputate, ben 9, e prima di essere superato da Ashley Cole, deteneva anche quello di FA Cup vinte, 5.

L’Old Etonians, invece, esiste tutt’oggi, come tante altre squadre nate con le stesse modalità e che non hanno mai accettato di adeguarsi al cambiamento che ha caratterizzato il mondo del calcio nel corso dei secoli, costringendole ad estromettersi da quell’associazione da loro stesse creata.

Oggi esse fanno parte della Amateur Football Alliance, mentre il calcio, quello vero, quello moderno si è preso il suo spazio sulla spinta avveniristica di una manciata di capitalisti e delle loro squadre di operai.

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