Schick Sampdoria

Patrik Schick, one season wonder

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One season wonder, è con questa terminologia che in Inghilterra etichettano quei calciatori – perlopiù giovani ­–  che in una stagione sembrano poter spaccare il mondo, poter dominare il calcio mondiale, ma che alla fine si perdono per un motivo o per l’altro; non credo esista appellativo più calzante per il protagonista del nostro racconto: Patrik Schick, che a Genova sponda blucerchiata fece innamorare non solo i supporters della Sampdoria, ma anche buona parte dei tifosi italiani.



È il 13 luglio 2016, gli Europei francesi si sono conclusi 3 giorni prima con la vittoria del Portogallo di CR7 ai danni dei padroni di casa, e in Italia ci si interessa ormai solo di calciomercato e chiacchiere da ombrellone, quando il presidente doriano Massimo Ferrero ufficializza il colpo del giovane attaccante ceco dallo Sparta Praga per appena 4 milioni. L’acquisto di Schick passa in sordina, anzi a dire il vero non lo conosce praticamente nessuno se non i battitori delle aste del fantacalcio, sembra il classico giovane acquistato solo per fare numero e destinato a una girandola infinita di prestiti prima di rescindere il contratto e andare a giocare chissà dove, del resto davanti ci sono Fabio Quagliarella e Luis Muriel. Non andrà esattamente così.

Gli inizi non sono incoraggianti, Schick dimostra di avere talento ma gioca poco, veramente poco, e tende più alla giocata fine a sé stessa che alla concretezza, il suo destino cambia però alla decima giornata: si gioca allo Juventus Stadium contro i campioni d’Italia, una partita senza troppe pretese per la Sampdoria tant’è che mister Giampaolo decide di concedere l’esordio da titolare al giovane attaccante; dopo i primi 45 minuti sembra subito un’occasione sprecata: Patrik vaga sconclusionato in campo, fatica a duettare con Budimir, non riesce a mettersi in evidenza come vorrebbe. Nella ripresa però a seguito di un errore in fase di impostazione dei bianconeri, Dennis Praet vola sulla fascia e la crossa al centro per Schick che taglia in mezzo con un tempismo perfetto anticipando i centrali e segna il suo primo gol in Serie A. Da quel momento il tecnico blucerchiato non può più farne a meno, dall’inizio o da subentrato Patrik deve giocare, infatti non lascerà praticamente più il campo.

Il ragazzo era talmente poco conosciuto che anche il telecronista della Serie A pronunciò male il suo cognome

La peculiarità di Schick non è tanto la sua capacità realizzativa – anche se i gol a fine stagione saranno 13 di cui 11 in campionato, non male se si pensa a uno che non ha il posto assicurato – ma come arriva in porta prima di calciare. Vedere giocare il Patrik visto nella stagione 2016/2017 è come vedere uno strano incrocio tra Jared Leto e Roberto Bolle, sì perché Schick almeno nei primi periodi, nonostante l’altezza, non ha un fisico imponente, è mingherlino, sembra quasi fuori dai canoni dello sport agonistico, ma quando prende palla e si dirige verso la porta avversaria sembra volteggiare sul manto erboso come il ballerino piemontese alla Scala; ci sono momenti in cui sembra inarrestabile come se perfino gli avversari si dispiacessero a togliergli il pallone ­– ammesso che ci riescano. L’esempio più lampante di quanto detto si ha nella stracittadina dell’11 marzo 2017 vinta dalla Sampdoria, Schick entra nella ripresa e gioca poco più di 20 minuti, ma da quelle parti si è visto raramente qualcosa di simile: parte spesso dalla destra e con le sue serpentine taglia la difesa come un coltello nel burro. C’è chi è disorientato, c’è chi cade per terra, ma in quel breve lasso di tempo gli occhi di Marassi erano solo per lui, per il ragazzo magrolino arrivato dall’est che già da qualche mese danza in campo come se eseguisse la coreografia de Il Lago dei Cigni.

Poi si sa, calciatori del genere sono croce e delizia, molte volte in campo spariscono, sono indolenti e qualche volta fastidiosi – ma se così non fosse non ci sarebbe nemmeno gusto ­–, ma il bello di Schick stava proprio nell’imprevedibiltà della giocata, alle volte non arrivava, ma quando questo accadeva erano gioie per gli occhi: dalle staffilate contro Lazio e Torino o il gol decisivo con controllo di petto a seguire contro la Roma, liberandosi della marcatura di tale Daniele De Rossi. Era quella una stagione in cui gli riusciva di tutto, galvanizzandosi spesso e volentieri contro avversari di prestigio, ad esempio come a San Siro, in una serata dove non solo segnò il gol che permise ai suoi di battere l’Inter in casa, ma in cui anche per sfizio decise di umiliare il malcapitato Miranda che nonostante la sua esperienza quella sera sembrava appena uscito dal settore giovanile tanto non riusciva a stargli dietro.



Alla fine però, se Patrik Schick quell’anno è diventato one season wonder, bisogna ringraziare specialmente Federico Ceccherini. Ceccherini lo conosciamo, è un onesto difensore che nelle ultime stagioni a Firenze in maglia viola si è saputo ritagliare il suo spazio, cosa c’entra con la straordinaria stagione del nostro eroe? Involontariamente, ancora in forza al Crotone, fu partecipe del gesto che rese Schick giocatore di culto assoluto, vale a dire quando venne superato con una giocata degna del miglior Dennis Berkgamp.

Milan Škriniar anticipa un giocatore del calabresi facendo arrivare il pallone al suo capitano, Quagliarella, che alza lo sguardo e serve Schick con un pallone a mezz’aria, l’attaccante ceco è spalle alla porta e marcato stretto da Ceccherini, qui scatta il colpo di genio: fa un passo laterale in modo che il pallone gli rimbalzi davanti, dopo di che con un tocco sotto morbidissimo manda il pallone alla sinistra del difensore aggirandolo dal lato opposto, prima di involarsi in porta a depositare il pallone in fondo al sacco. «La vie c’est fantastique quando segna Patrik Schick!» intonerà la Gradinata Sud.

Questo gesto rimane il più iconico della stagione e finora della carriera di Schick, che in seguito, con una trama degna di Space Jam, non riuscirà più a esprimere le stesse gesta a Roma come se qualcuno gli avesse rubato quel talento che tanto aveva in dote. Al Lipsia, dopo due anni opachi, si sta riscattando, segnando gol decisivi per provare a vincere il primo campionato nella storia del club poco più che decennale. Forse non rivedremo più lo Schick visto alla Sampdoria, ma niente potrà toglierci dalla mente le giocate e i gol fatti in quell’annata, in cui si pensava e sperava che quel calciatore col fisico di Leto e con la grazia di Bolle potesse diventare un astro nascente del calcio mondiale.


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