Enrico Candiani

Enrico Candiani, il misconosciuto più forte a non aver mai indossato l’azzurro

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La tramontana spira sul Luigi Ferraris e gonfia le casacche dei calciatori di Sampdoria e Pro Patria, mentre scendono in campo. Tra due mesi cadrà il terzo anniversario dalla fine della guerra, e anche agli adulti pare già un lontano, sebbene doloroso, ricordo d’infanzia, come di una fiaccante malattia presa da bambini, ma che non può più tornare con le sue odiose ugge. La gente ha voglia di divertirsi, e le due squadre si apprestano a soddisfarla con insospettabile alacrità.



Sin dal calcio d’inizio, si susseguono celeri triangolazioni, ispirate scorribande, capovolgimenti di fronte, e già all’ottavo minuto si infrange lo zero a zero, colpevole l’estroso Barsanti, croce e delizia dell’attacco blucerchiato, un giocoliere non incline al pragmatismo. Nell’arco di un giro di lancette, la Pro batte a centrocampo e si procura un corner: nemmeno gli spettatori hanno un secondo per rifiatare.

Dalla bandierina va un ex compagno ai tempi dell’Ambrosiana-Inter dello stesso Barsanti e di Meazza; lungo lo stadio freme un mormorio: si dice che nelle giornate ventose, costui sia capace di segnare da qualsiasi posizione, purché la porta sia a portata del suo piede felpato e potente. Voci che forse non sono giunte all’estremo difensore dei liguri: il pallone si leva dalla piazzola del calcio d’angolo, e in una parabola perfetta si incunea nell’angolo interno della porta più lontano dal punto da cui è stato scagliato. Gol Olimpico. Il portiere non si è mosso.

La Sampdoria alla mezz’ora riacquisisce il vantaggio con il beniamino Bassetto, e dopo ulteriori cinque minuti giubila una terza volta, doppietta di Barsanti.

Nell’arco di un giro di lancette, la Pro Patria batte a centrocampo, si procura un calcio d’angolo, lo va a battere un ex compagno di Barsanti stesso e di Meazza ai tempi dell’Ambrosiana-Inter, scocca un tiro che si incunea in una parabola perfetta e che va a infilarsi nell’angolo interno della porta più distante dalla piazzola da cui è stato scagliato prima che chiunque tra gli sbalorditi testimoni possa sillabare déjà-vu. Gol Olimpico. Il portiere non si è mosso.

Mentre i giocatori della Sampdoria, non meno sbigottiti di quelli bustacchi, ripresosi a fatica dalla bizzarra e straordinaria successione di eventi di cui sono stati martiri, principiano ad avviarsi a centrocampo, il due volte vinto portiere piglia a saltellare, per riscaldarsi.

Un canuto spettatore, intabarrato tra un cappotto e una sciarpa di lana. prorompe caustico, in genovese: «Óua Ti ti botezòu… ma no pueivi fà prìmma o gàtto?» – «Ora saltelli, ma non potevi farlo prima il gatto?». Una buona fetta di pubblico ride a crepapelle. Sorriderà anche a fine match: vittoria blucerchiata per 5 a 3.



Il formidabile tiratore con un passato all’Ambrosiana è Enrico Aldo Candiani, probabilmente il più forte giocatore italiano a non aver mai indossato l’azzurro, e sicuramente il più misconosciuto.

Enrico Candiani in azione ha l’elegante plasticità di un marmo ellenistico. La figura divisa a tre quarti è un triste presagio: soltanto frammenti delle sue magie giungeranno ai posteri.


La Candela tra le nebbie della padana

Il soprannome era “Candaniela”, dovuto al fisico scarno come quello di una candela, e gli era rimasto appioppato dai tempi dell’Oratorio dei Frati, in Busto Arstizio. Approdato tredicenne nella primavera della Pro Patria, lo prelevò pochi anni dopo l’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana a causa delle paturnie fasciste.

Enrico Candiani esordì coi meneghini a 19 anni nell’ottobre 1938. Per entrare nella leggenda? Forse no, dal momento che oggi solo gli almanacchi lo rimembrano. Ma nel portafoglio di Peppino Prisco, sì. Lo storico vicepresidente dell’Inter tenne lì per oltre mezzo secolo una sua foto, accanto a quella di Meazza, ricordandoli entrambi come alcuni dei migliori nerazzurri di ogni epoca. Del resto è stato il miglior marcatore del club nel quarto decennio della sua storia, tra il 1938 e il 1948.

Mancino puro, giocava sulla sinistra, come ala o mezz’ala. Ruoli ideali per permettere al suo dribbling essenziale e ricercato di fulminare uno dopo l’altro tutti i difensori che si fossero, sprovveduti, posti sulla sua strada. Il pregio più strabiliante restava il tiro. La specialità erano le sventagliate improvvise e secche, piegavano le mani dei portieri come germogli di giunco, ma non si contraddistinguevano solo per potenza: era capace di creare traiettorie inimmaginabili, di quelle inquadrabili come forma d’arte, arabeschi accostabili alle linee della pittura e della scultura.

Il palleggio ubriacante era quindi più che altro finalizzato a liberarsi con spiazzante naturalezza del marcatore, e procurarsi quel poco di spazio di cui necessitava per mirare e infilzare il portiere senza pietà.

Tocco preciso e capacità di saltare l’uomo si concretizzavano pure in frotte di assist per il fortunato centravanti di turno, o qualche altro smarcato meritevole.

I compagni ne parlarono sempre come di una persona buona, discreta e di grande semplicità, qualità riscontrabili anche sul rettangolo verde. L’esemplare correttezza tuttavia non ne inficiava lo spirito battagliero.

Contando un campionato “di guerra”, siglò più di cento reti in massima serie, inebriando tutto lo stivale con i suoi virtuosismi balistici. Nick Hornby in ‘Football Fever‘ sostiene, forse un po’ enfaticamente, che in Inghilterra nessuno della sua generazione aveva mai visto un gol su punizione, prima di quello di Rivelino contro la Cecoslovacchia a Messico ‘70 in mondovisione. Tra gli Appennini e i rivi del Po non dovettero aspettare così tanto per lustrarsi gli occhi con un cecchino dei calci piazzati, forse il primo specialista di questo genere del calcio nostrano.

Senza dati più certi su Enrico Candiani, il Top Scorer dalla bandierina della Serie A è Piede di Fata Palanca, con 13 realizzazioni; baffuto folletto pur egli mancino cui Enrico Candiani non contestò mai il primato. Quanto alla storia d’apertura, è basato sul racconto orale di un testimone degli eventi, ma in rete non ci sono descrizioni di quella partita al di fuori del tabellino.



Come per molti campioni di quegli anni, quello che gli è mancato per essere riconosciuto dai posteri è stata la possibilità di creare maggiori testimonianze videografiche delle sue prodezze, e di poter mostrare le sue qualità su un palcoscenico internazionale. Il secondo conflitto globale esplose proprio nella fase ascendente della sua carriera, rendendo impossibile lo svolgimento di Coppe del Mondo e incontri internazionali – tra il dicembre 1940 e il novembre ’45 l’Italia disputò solo 3 partite.

Al termine della guerra aveva 27 anni, era relativamente giovane, e nonostante qualche lieve infortunio e tenui cali di rendimento, dimostrò di essere ancora un giocatore fantastico, ma non riuscì ad approdare in Nazionale, chiuso dall’inscalfibile blocco del Grande Torino. Ebbe tuttavia una carriera di altissimo livello per gli standard di quegli anni ruggenti, quando il divario tra grandi club e provinciali non era così ampio, e Padova, Modena, Triestina registravano storici podi.

Enrico Candiani fu il terzo calciatore nella storia, subito dopo Meazza, a riuscire a giocare sia con la Juve, che col Milan, che con l’Inter, e uno dei cinque a riuscirci nel ventesimo secolo – club d’élite, con Cevenini III, Serena, e Roberto Baggio.

Trascorse la prima metà della carriera in nerazzurro, vincendo lo scudetto del 1939/1940 con il Peppìn e Barsanti; alla stagione d’esordio, a 19 anni, nel 1938, 17 presenze e una Coppa Italia, nella seconda 8 gol in 22 match per lo scudetto. Assomma prima della sospensione bellica un totale di 134 presenze e 47 gol, e altre 17 marcature su 38 incontri nella prima stagione post guerra. La rottura con l’Inter è clamorosa, e paradossalmente rappresenta una delle vette più alte della sua epopea: la società vuole venderlo alla Lazio, lui non è d’accordo, e viene messo fuori rosa per il match del 14 luglio 1946 contro il Grande Torino. Passa tutta la notte sveglio con gli amici alla bocciofila e il giorno seguente si presenta comunque allo stadio per sostenere i compagni. L’allenatore Carcano decide di metterlo in campo ugualmente. Tira 6 volte in porta: prende un palo, gli annullano una rete, e segna 4 gol. L’Inter festeggia un eclatante 6-2, Enrico Candiani sarà l’unico capace di rifilare un poker al Grande Torino.



L’anno dopo milita con la Juventus e la conduce al secondo posto, dieci punti sotto gli inossidabili Granata, con 15 gol in 35 presenze. Quindi decide di ritornare alla Pro Patria appena tornata nella massima serie, la squadra dell’infanzia e del cuore, di cui sarà anche presidente tra il 1969 e il 1979. Vi arrivò nel mercato invernale del 1947/1948: l’esordio con i biancoblu vede i tigrotti, così come sono stati soprannominati i bustacchi da Bruno Roghi, direttore della Rosea, imporsi per 3-1 sul Bari, grazie a una sua doppietta; uno dei due direttamente da calcio d’angolo, come piaceva e riusciva a lui. Nota a piè di pagina affatto marginale: la partita si disputava sul neutro di Napoli, e lui, partito da Torino, era appena sceso dall’aereo.

Prima condusse la Pro alla salvezza e al miglior piazzamento di sempre, uno storico ottavo posto, e poi a un’altra salvezza, corredata da ripetuti trionfi contro tutte le sue altolocate datrici di lavoro, passate e future: Inter, Milan, e Juventus, umiliata per 0-4 in casa.

Tornato a Milano, stavolta sponda rossonera, vi trascorse una sola stagione, con 8 reti in 22 partite, esordendo con doppietta in una spettacolare stracittadina conclusasi 6-5 per l’Internazionale, le prime realizzazioni dell’incontro; una dopo 36 secondi, l’altra al dodicesimo. Gianni Brera descrisse il primo gol come «Una stangatissima», mentre per il secondo indusse maggiormente sui particolari: «Candiani ramazza la palla saltellante e, tra una selva di difensori, spara sul montante destro (tiro tagliato di sinistro, con l’esterno, identico al primo): dallo spigolo, la palla schizza in rete».

Lì praticamente si chiude la sua carriera. Gli ultimi due anni con Livorno e Foggia, tra B e C, non sono affatto memorabili. Al contrario di tutto il resto.

Si ritira a Busto Arstizio, quasi un borgo natio in cui l’alternarsi di ville liberal e ciminiere industriali richiama lo stile delle sue conclusioni: una potenza di fuoco brutale intrecciata alla bellezza di una fiamma sottile. Similmente, non cerca nuova gloria e battaglie dai blasonati club di cui è stato alfiere, ma anzi lascia che quella conquistata si offuschi nella nebbia del tempo, nel racconto dei vecchi testimoni a qualche nipote fortunato: «Sai, una volta a Marassi, c’era la Pro Patria, e schierava quest’ala fortissima…».

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