3-4-2-1

Il 3-4-2-1 e l’importanza del regista mobile

AAo Analisi Slider

«Dev’essere l’allenatore ad adattarsi alle caratteristiche dei giocatori a disposizione, oppure un buon allenatore riesce a plasmare la rosa a seconda delle sue idee?», questa domanda è probabilmente tra le più gettonate nel panorama calcistico quantomeno italiano, spesso utilizzata quando una guida tecnica viene messa in discussione, o anche per esaltare un particolare momento di forma positivo di una determinata squadra. Ma cosa succede quando richieste tecnico-tattiche da parte dell’allenatore non vanno a sposarsi con le caratteristiche della rosa? Ed al contrario, cosa succede quando un allenatore sviluppa la sua idea di calcio in accordo a delle particolari peculiarità dei calciatori? Per sviscerare questi aspetti, partiamo da un caso di un particolare sistema di gioco, probabilmente il più alla ribalta tra gli allenatori durante le ultime due stagioni sportive, il 3-4-2-1, che con le sue declinazioni e caratterizzazioni offensive, è ormai entrato nelle rotazioni di quasi tutti i top club di Serie A. Andiamo ora a vedere, in ordine di efficacia, le squadre che hanno sperimentato questo sistema di gioco, le sue declinazioni e quelle che ne hanno fatto un vero e proprio punto di forza, cercando di trarne infine un trait d’union e dei concetti comuni, vincenti o meno.


Atalanta

Partiamo inevitabilmente dal caso dell’Atalanta di Gian Piero Gasperini, che non solo ha fatto di questo sistema di gioco il fondamento della sua scalata nel calcio italiano ed europeo, ma ha costantemente apportato migliorie al suo modo di giocare, alternandolo ed evolvendolo spesso verso un 3-4-1-2, che comunque ha mantenuto peculiarità simili. Concentrandosi esclusivamente sulla fase offensiva, poniamo il focus sul ruolo e sui compiti del Papu Gómez, e di come la sua evoluzione sia andata di pari passo con quella tecnico-tattica della squadra: all’avvento di Gasp (2016/17) e per un periodo pari a circa tre stagioni sportive, Gómez è stato un giocatore prettamente offensivo, ovvero maggiormente coinvolto negli ultimi 25 metri, concentrando la sua posizione largo a sinistra, integrandosi con le discese del quinto di parte, in un’Atalanta che applicava un gioco più diretto e maggiormente basato sulle transizioni rapide. L’evoluzione di Gómez ha subito una netta accelerata nella stagione 2019/20, ed è coincisa, non a caso, con nuove soluzioni tattiche trovate dal Gasp, che con l’accentramento appunto della posizione del Papu e modificandone i compiti, ha virato su un’Atalanta pur sempre dirompente e caratterizzata da alti ritmi, ma maggiormente dominante nella metà campo avversaria e consolidandone il palleggio: autore infatti di 16 assist in 36 partite – record personale –, il Papu si è definitivamente consacrato come vero metronomo della macchina tattica ideata da Gasperini, un vero regista mobile con libertà di movimento che detta i tempi mentre è in possesso della palla, trattenendola nello stretto dando modo ai compagni di girargli attorno e di posizionarsi al meglio per andare a concludere il possesso in maniera positiva. In questo caso, dunque, l’evoluzione del 3-4-2-1 è stata guidata dall’evoluzione tecnico-tattica del suo regista mobile, Papu Gómez. E non è un caso, infine, che l’Atalanta stia ricercando ancora una nuova dimensione precisa dopo l’addio dell’argentino.

Inter

Passiamo per l’Inter, che già all’inizio della stagione 2019/20 alzava spesso Stefano Sensi sulla trequarti “rompendo” la linea a 2 punte tanto cara ad Antonio Conte, o anche all’Inter post-pandemia e dunque dell’estate 2020 e comunque precedente all’inserimento permanente di Christian Eriksen nello schieramento, che vedeva in Nicolò Barella un costante incursore sulla trequarti destra, un leggero scostamento di Lautaro – o Sánchez – sul centro-sinistra e un Lukaku più vicino alla porta, andando a formare proprio un 3-4-2-1. Una soluzione che si può comunque dire essere utilizzata da Conte, seppur in maniera asimmetrica, giostrando con le codifiche e con le posizioni di Eriksen e Barella. Proprio il danese ha in questo senso fornito e sta fornendo un enorme valore aggiunto per Conte, restio per i primi mesi al suo inserimento, ma inevitabilmente travolto dagli spunti tecnici positivi del trequartista ex Tottenham, che in fase di palleggio consolidato si rivela cruciale per le rotazioni e le codifiche tanto amate da Conte. Tornando dunque alla domanda iniziale, si può dire che nel caso dell’Inter sia avvenuto un avvicinamento reciproco tra idea dell’allenatore e caratteristiche a disposizione, in questo caso di Eriksen, il regista mobile dell’Inter, e i risultati, per ora, non mentono.

Roma

Arriviamo alla Roma di Paulo Fonseca, che dopo aver iniziato la sua avventura giallorossa l’anno scorso con un 4-2-3-1, durante la seconda parte della stagione 2019/20 ha virato deciso sul 3-4-2-1, capendo che le caratteristiche dei giocatori a sua disposizione potessero meglio sposarsi con tale schieramento e conseguenti principi di gioco. Concentriamoci anche questa volta sull’aspetto offensivo e andiamo a ricercare chi nella rosa possa aver convinto Fonseca a seguire questa evoluzione tattica: di certo i riflettori sono puntati sull’armeno più forte di sempre, Henrikh Mkhitaryan, che in questa stagione ha rappresentato il fulcro tecnico della Roma, il sopracitato regista mobile attorno cui costruire le proprie situazioni offensive. Aiutato dal suo ambidestrismo e dalla sua innata classe, Mkhitaryan detta i tempi e i respiri della Roma, si integra perfettamente con i movimenti di Spinazzola e fa da contraltare agli inserimenti di Veretout sul centro-destra, gestendo sapientemente i ritmi della manovra.

Hellas Verona

Come non parlare del 3-4-2-1 del Verona, squadra meravigliosamente plasmata da Ivan Jurić sul modello Atalanta, sia in fase di non possesso che di possesso, che quest’anno sta subendo una ulteriore evoluzione tecnica ancora una volta guidata dalla crescita esponenziale del giocatore di maggior qualità della rosa a disposizione: Mattia Zaccagni, il vero regista mobile degli scaligeri. Il salto di qualità del Verona, infatti, è assolutamente di pari passo con la definitiva maturazione del trequartista italiano, che coadiuvato da una crescita fisica e di scelte di gioco è una delle più grandi rivelazioni del campionato. Anch’egli ha un innato senso del gioco, inteso come gestione dei tempi della giocata in relazione ai movimenti della squadra in fase di possesso, e segnando la crescita di calciatori che vanno inevitabilmente ad integrarsi con lui nella manovra, e pensiamo a Dimarco e Barák su tutti. Dunque Jurić, dopo aver perso due pilastri come Pessina ed Amrabat, è stato abilissimo ad incentrare il fulcro del suo gioco su Zaccagni, assecondando dunque la qualità a disposizione.

Juventus

Giungiamo ora al caso Juventus, che vede la squadra numericamente schierata con un 4-4-2 in fase di non possesso, ma che poi in fase di possesso passa ad un delineato 3-4-2-1, a prescindere dai calciatori a disposizione e mantenendo queste rotazioni: abbiamo infatti visto un reparto avanzato con Ramsey-Ronaldo-Kulusevski, o ancora McKennie-Ronaldo-Morata, Kulusevski-Morata-Ronaldo e così via, con sovente Chiesa e Cuadrado a dare ampiezza, e i due interni di centrocampo, così appunto da formare il sopra citato 3-4-2-1, voluto da Andrea Pirlo per controllare il gioco e stabilire un dominio territoriale in modo da sfruttare la superiorità tecnica a disposizione. Le difficoltà della Juventus potrebbero probabilmente partire da qui: i quattro contesti appena analizzati, ovvero Atalanta, Inter, Roma e Verona, avevano un tratto peculiare comune, ovvero la presenza di un giocatore con qualità innate di gestione di tempi di gioco, visione e qualità tecniche individuali, così come appunto rispettivamente Gómez, Sensi e poi Eriksen, Mkhitaryan e Zaccagni, i registi mobili delle proprie squadre. Ebbene, nella Juve si fa fatica ad individuare un profilo di questo tipo, in quanto gli elementi di maggiore qualità offensiva in zona trequarti, che possiamo identificare in Kulusevski, Ramsey e Dybala, hanno caratteristiche non sovrapponibili a quelle di un regista mobile, ed anche lo stesso Dybala, la cui evoluzione potrebbe andare in questa direzione, non è mai praticamente stato a disposizione di Pirlo. Adesso starà all’allenatore bresciano limare e adattare le sue idee di calcio al materiale tecnico a disposizione in questo finale di stagione, e/o alla dirigenza bianconera investire sul mercato per ricercare una simile figura.

Leggi anche: Dalla visione di gioco alla visione del gioco



Condividi su...
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter