Barella

Fonte immagine: Claudio Villa, Getty Images

Nicolò Barella, oltre ogni limite

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Spesso sentiamo dire, per questioni di tifo o di appartenenza, che un giocatore è talmente devoto ad una squadra da avere la maglia del club tatuata addosso, nel caso di Nicolò Barella, però, le maglie sono due. La prima è quella del Cagliari, la squadra della sua città, per la quale ha giocato – tra giovanili e prima squadra – per tredici anni; la seconda è quella dell’Inter.

Non lo ha mai apertamente detto ma ne ha sempre dato l’impressione: la famiglia interista, la foto da bambino con la maglia nerazzurra, il fatto che il suo modello di calciatore fosse Dejan Stanković, e soprattutto il volere fortemente Milano nonostante il pressing di molte altre squadre.




Nicolò nasce nel febbraio del 1997, nel contesto cagliaritano e in generale sardo al quale è ancora oggi fortemente legato. Come molti dei suoi coetanei ama il calcio, e nell’estate del 2006 – oltre a festeggiare un Mondiale vinto dagli Azzurri – viene scoperto dall’ex-Inter Gianfranco Matteoli, entrando a far parte delle giovanili del Cagliari, dopo la parentesi nella Scuola Calcio Gigi Riva. Nel vivaio rossoblù Nicolino si afferma subito come il primo della classe, un ragazzino che nonostante i mezzi tecnici non eccelsi ha i crismi del futuro campione. Col passare degli anni stupisce sempre di più per la sua completezza di repertorio e nel 2012 viene premiato come miglior centrocampista italiano della classe ’97, riconoscimento vinto anche l’anno successivo. Già a 17 anni è troppo forte e maturo per poter giocare solo in Primavera, e Zdeněk Zeman, che quando si tratta di lanciare giovani spesso non sbaglia, lo aggrega alla prima squadra per la stagione 2014/2015.

I rossoblù partono male – nonostante la vittoria per 4-1 a San Siro contro l’Inter – e Zeman viene esonerato già a novembre. Nicolò colleziona varie convocazioni ma, complice anche la situazione in classifica, non esordisce mai. Sulla panchina del Cagliari arriva Gianfranco Zola, che gli dà finalmente la gioia della prima partita il 14 gennaio 2015, in una gara di Coppa Italia. Il battesimo da professionista, però, non è felice: il Casteddu perde 2-1 contro il Parma e viene eliminato dal torneo. A marzo Zola viene esonerato e sostituito da Festa, che lo fa esordire in campionato il 4 maggio, sempre contro il Parma: stavolta i rossoblù stravincono per 4-0, ma questo successo non permetterà comunque al Cagliari di salvarsi.

In Serie B gioca soltanto 5 partite sotto la guida di Massimo Rastelli, e per questo a gennaio viene mandato in prestito al Como. I sei mesi passati con i lariani si riveleranno fondamentali: Nicolò diventa subito titolare, e nonostante la squadra retroceda in Lega Pro, Barella è sempre tra i migliori in campo, e il Cagliari neopromosso in A lo conferma per la stagione successiva.

Il giovane cagliaritano avanza sempre più nelle gerarchie del centrocampo fino a diventare un titolare inamovibile, gioca 28 partite risultando tra i migliori giovani del campionato e contribuendo alla salvezza dei sardi. Nella gara contro la Roma diventa il più giovane giocatore ad indossare la fascia di capitano del Cagliari, segno che Barella, nonostante sia appena ventenne, abbia già una personalità da veterano.

Le big italiane ed europee iniziano ad interessarsi a Barella, ma nonostante le sirene di mercato Nicolò decide di rimanere nella sua terra un altro anno. È ormai il il leader della squadra, nonostante non indossi spesso la fascia da capitano. Nella sua ultima annata in rossoblù mette a segno soltanto un gol – peraltro decisivo, nell’1-0 contro l’Atalanta a Bergamo con un bel calcio di punizione –, ma il miglioramento dal punto di vista delle prestazioni è notevole, basti pensare che in quella stagione Barella risulta essere il giocatore con il maggior numero di palloni recuperati (253) dell’intera Serie A.

Nel frattempo Roberto Mancini, neo CT dell’Italia e principale fautore del ciclo di rinnovamento degli Azzurri, fa esordire Barella in un’amichevole contro l’Ucraina. Si impone sin da subito come titolare anche in Nazionale, nella quale forma un centrocampo di altissimo livello con Jorginho e Verratti – con altrettanto talento in panchina, basti pensare a Locatelli, Pellegrini e il compagno di squadra Sensi, per citarne tre.



Nonostante l’interesse del Chelsea ­– manifestato già a gennaio ­–, e soprattutto della Roma, Nicolò vuole soltanto l’Inter. Lo stesso presidente dei sardi Tommaso Giulini annuncia l’accordo con i giallorossi, dando per chiusa la trattativa, ma il 12 luglio 2019 passa ufficialmente in nerazzurro, anche grazie alla spinta di Antonio Conte.

Inizialmente il tecnico salentino non lo schiera mai dall’inizio ma lo fa entrare spesso nella ripresa, con il ragazzo che risponde sempre in modo più che convincente. Il primo gol con la nuova maglia arriva il 17 settembre – stessa data del primo gol in A segnato due anni prima –, la partita in questione è il delicato esordio in Champions League contro lo Slavia Praga: l’Inter è sotto per 1-0 nel recupero e Nicolò, entrato qualche minuto prima, toglie le castagne dal fuoco segnando la rete del definitivo pareggio con un gran tiro al volo.

Da quel momento diventa un elemento fondamentale per lo scacchiere tattico nerazzurro, entrando definitivamente nel cuore del tifo interista dopo lo splendido e decisivo gol al Verona. Mantiene standard elevatissimi di prestazioni sia in campionato che in Europa, dove la formazione di Conte si ferma solo in finale di Europa League. In Serie A l’Inter torna seconda dopo 9 anni dall’ultima volta, e non è un caso che i nerazzurri perdano punti decisivi proprio quando Nicolò è assente per infortunio, seppur breve – sanguinosa sconfitta in casa col Bologna e pareggio a Verona nell’arco di cinque giorni.




La sua prima annata con la maglia nerazzurra è quasi perfetta: gli stop fisici – dovuti anche ad un impiego costante in una stagione condizionata dalla pandemia, nella quale dopo il lockdown si è giocato ogni tre giorni – e i troppi cartellini – ben 15 gialli in stagione ­– sono gli unici nei.

Quest’anno l’impressione è che Barella stia limando i suoi – pochi – difetti, la tendenza al cartellino facile sta diminuendo – in un processo simile a quello che sta vivendo un altro giovane centrocampista in quel di Milano, il rossonero Ismaël Bennacer –, ma le prestazioni sono sempre nettamente sopra la media.

Oltre all’aspetto relativo all’imprudenza dei troppi cartellini, i miglioramenti di Barella sono evidenti anche dal punto di vista tecnico. Col tempo e soprattutto con il lavoro di Conte all’Inter, è passato, parafrasando ‘Una vita da mediano‘ di Ligabue – dedicata per altro a Lele Oriali, team manager sia dell’Inter che della Nazionale –, dall’essere un giocatore «nato senza i piedi buoni», all’essere sempre più valido anche da quel punto di vista. Le ottime doti da incontrista, che gli sono sempre state riconosciute, riesce a unirle a colpi da trequartista puro – vedi lo splendido assist per Pellegrini in Italia-Olanda di Nations League e quello per Lautaro in Real Madrid-Inter di Champions, ma anche il gol al suo Cagliari in campionato –, senza però avere la tecnica cristallina dei centrocampisti di massimo livello.

Se infine uniamo le doti citate sopra ad un temperamento e ad un’intelligenza tattica da giocatore navigato, otteniamo uno dei centrocampisti più unici e particolari del panorama europeo, un calciatore che se la gioca alla pari con i centrocampisti più forti dal punto di vista atletico nonostante non abbia un fisico imponente – 172 cm per 68 kg –, ma soprattutto un ragazzo che gioca ogni partita al centodieci per cento, andando oltre ogni limite.

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