Estudiantes Copa Libertadores

La palingenesi dell’Estudiantes nella Copa Libertadores 2009

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Mi siedo sul divano mentre Boselli, già in campo, si sistema gli scarpini. È notte fonda, ma i sogni non hanno orario. E poi, per vedere le partite che si giocano in Argentina, questo è un prezzo piuttosto comune da pagare. Non è la prima volta che mi capita di guardare una partita in televisione in notturna, ma questa volta è diverso. Ho seguito tutta la Copa Libertadores dell’Estudiantes soltanto guardando gli highlights e mi sono irrimediabilmente perso la finale di andata contro il Cruzeiro, pareggiata 0-0 al Ciudad de La Plata. Non posso mancare di nuovo.



Appunto, La Plata. Difficile dire quando è cominciata, questa passione. Una parte importante l’ha sicuramente giocata il trasferimento di Verón dall’Inter ai biancorossi. Seguendo un giocatore che avevo sempre amato alla follia, ho scoperto la città e la squadra e ho cominciato a tifarla, attirato dal fútbol sudamericano, di cui ancora conoscevo ben poco. Ho imparato parecchie cose sull’Estudiantes, il primo a vincere il campionato argentino interrompendo il dominio delle cosiddette “cinque sorelle” – Boca, River, Racing, Independiente e San Lorenzo –, e ho appreso che fu autore di una trafila di successi in Copa Libertadores nel triennio tra il 1968 e il 1970. Uno dei pilastri di quella rosa vincente era il padre di Juan Sebastián Verón, Juan Ramón. Quando si dice la predestinazione. Io, alle coincidenze, non ho mai creduto.

Dopo quel trionfo, il buio in campo internazionale, ed è proprio per questo che sono davanti al teleschermo nonostante l’orario proibitivo.

Le telecamere indugiano su Alejandro Sabella, subentrato a marzo a Leonardo Astrada. Grazie a lui El León è riuscito a raddrizzare un girone che era partito malissimo, con soli tre punti in tre partite, posizionandosi secondo, proprio dietro al Cruzeiro, scavalcando l’Universitario du Sucre e il Deportivo Quito. Un uomo mandato dalla Provvidenza, un allenatore fortunato, ai tifosi poco importa se si vince. È comunque incredibile quanto spesso fortuna e destino coincidano. Anche se, come ho già detto, non credo più di tanto nelle coincidenze.



Il clima al Mineirão è caldissimo, le tribune sono gremite e ovviamente il colore blu la fa da padrone, anche se bisogna ammettere che le maestranze di La Plata ci sono e si fanno sentire. Ad un tratto esce la grafica delle formazioni, segno che non può mancare molto all’inizio. I padroni di casa si schierano con un 4-3-1-2. A difendere i pali c’è Fábio, MVP del match di andata. La linea difensiva è composta da Jonathan – sì, quel Jonathan – a destra, Leonardo Silva e Thiago Heleno centrali e Gérson Magrão a sinistra. A metà campo Ramires imposta, mentre le mezzali sono Marquinhos Paraná ed Henrique. Wágner si colloca sulla trequarti, dietro a Wellington Paulista e Kléber. Ecco, davanti loro fanno paura se vengono serviti bene, e Wellington Paulista ha già collezionato cinque gol nella competizione, ma il vero perno di questa squadra è Ramires. Senza di lui faticano a creare gioco e ad arrivare alle punte.

Poi ci siamo noi. Cerco di dare un’occhiata veloce e scopro che Sabella ha schierato la stessa identica formazione dell’andata. Bene così, hanno avuto i loro problemi ad arginarci al Ciudad da quanto ho visto nei momenti salienti, e non è un caso che Fábio si sia messo in mostra così.

In porta Mariano Andújar, Schiavi e Desábato in mezzo, a sinistra Ré e a destra Cellay. La metà campo trabocca di qualità: oltre a Verón giocano Braña ed Enzo Pérez, con Leandro Benítez a completare il rombo. Davanti l’estro di Gastón Fernández si accompagna alla capacità realizzativa di Mauro Boselli, ventitreenne capocannoniere dei biancorossi. Nel Cruzeiro figurano solo giocatori brasiliani, nell’Estudiantes solo giocatori argentini – e un uruguagio in panchina, Salgueiro.

D’un tratto le squadre fanno la loro sfilata rituale, accompagnate dal boato di migliaia di persone. Partono dei fuochi d’artificio, i decibel superano il limite consentito. Tra me e me penso che avere dei tifosi così dev’essere meraviglioso. Mi prende l’adrenalina e mi sporgo verso lo schermo. La mia gamba destra inizia a tremare incontrollabilmente, segno che sono davvero dentro la partita. Azzardo tra me e me un tacito incitamento e mi appresto a dare il via al mio sostegno silenzioso. Boselli calcia verso Fernández e la finale di ritorno comincia.

È difficile riassumere quello che accade nel primo tempo. Le squadre sono imprecise, poco lucide e non si creano molte occasioni. L’Estudiantes tiene il pallino del gioco, mentre il Cruzeiro cerca di ripartire in fretta sorprendendo Schiavi e Desábato. L’unica buona occasione per i brasiliani consiste in un pallone recuperato al 25’ da Wágner in mezzo al campo. Dopo la percussione il numero dieci serve in profondità Wellington, ma Andújar è bravo a coprire lo spazio e ad anticipare l’attaccante, aiutato anche da un buon ripiego di Schiavi. Per quanto riguarda l’Estudiantes, il solo sussulto di una primo tempo dominato dal punto di vista del possesso è un contropiede orchestrato da Verón e Gaston Fernández al 30’, che termina con un buon anticipo di Wágner ai danni di Boselli. L’intervallo che sopraggiunge vede lo 0-0 dell’andata confermato.

Ci penso un attimo mentre i giocatori rientrano negli spogliatoi. Il match è noioso in sé, ma stiamo andando meglio: più calci piazzati, più possesso. Manca il guizzo davanti. Verón, però, sta giocando una grande partita, fatta di recuperi, qualità e sostanza. Mi ritrovo a sperare che quel figlio d’arte ripercorra finalmente le orme del padre, e così facendo mi riunisco spiritualmente a tutti i tifosi pincharratas che stanno guardando la partita come me. Il tempo di andare in cucina e prendere un bicchiere d’acqua e inizia il secondo tempo.



Osservo i giocatori ritornare in campo uno ad uno. Palla al centro, si ricomincia. Dopo cinque minuti di secondo tempo, tuttavia, il Cruzeiro sembra rientrato con un atteggiamento diverso. Ho un brutto presentimento, ma taccio perché non amo fare il profeta di sventura. Nonostante l’avveduta precauzione, accade esattamente quello che temevo. Al 51’ Ramires scambia con Magrão, che la mette in mezzo, Schiavi spazza, la palla arriva a Marquinhos Paraná, che serve un accorrente Henrique, il centrocampista riceve, fa un passo in avanti e poi scarica una bordata impressionante che si infila alle spalle di Andújar, complice anche la deviazione di Desábato. Il Mineirão esplode di gioia, io impreco sottovoce e sento già nell’aria un po’ di delusione. Rimango interdetto per un minuto, bloccato dal replay della sfortunata deviazione del difensore argentino. Mentre ancora sto cercando di riprendermi dal colpo inferto dalla sorte, al minuto 56, Verón mi regala, si regala, ci regala la giocata più bella della serata.

La Brujita prende palla appena oltre la metà campo, si beve un uomo con un doppio passo e, con una dolcezza infinita, mette un pallone perfetto verso destra per Cellay. Cross basso, insidioso, Fábio non esce benissimo, Fernández si fa trovare pronto e da due passi spinge la palla in rete. Esulto in silenzio, non voglio svegliare nessuno, ma dentro di me sto impazzendo di gioia. Cerco di darmi un contegno, penso che non è ancora finita, ma ho ancora negli occhi la spettacolare giocata di Verón, la pazza esultanza dei tifosi biancorossi presenti a Belo Horizonte e l’euforia del vantaggio appena conquistato. Ora che il Cruzeiro è costretto a segnare i minuti passano lenti, interminabili, ma sia Andújar sia Fábio rimangono piuttosto inoperosi, fino al minuto 72: Pérez conquista un angolo, e lascia a Verón il compito di batterlo, il cross che parte dai suoi piedi traccia un arcobaleno perfetto, è quel tipo di traversone che non può finire nient’altro che in un gol, non so se mi spiego, caso vuole che sulla traiettoria, quella sera, ci sia la testa di Mauro Boselli, che salta e schiaccia alla sinistra di Fábio. Balzo in piedi e alzo le braccia al cielo, pensando che ormai è fatta. Boselli corre, corre e viene circondato da tutti, diventa capocannoniere della coppa con otto reti e porta El León in paradiso. Io assisto, lontano ma partecipe, ad un’impresa che a La Plata non riusciva dal 1970, dai tempi di Verón padre, la Bruja. È un canto di palingenesi, di nuova nascita e di nuova vita per l’Estudiantes, una squadra che non assaporava da quasi quarant’anni una vittoria di questo genere, e che con un altro Verón è tornata a conquistare la Copa Libertadores, salendo sul tetto del Sud America.



Cerco di rimettermi seduto, ma sono ancora in preda agli sproloqui e all’euforia. Mancano diciotto minuti e il Cruzeiro deve segnare due gol. Intanto Sabella si copre: al 79’ esce Benítez ed entra Díaz, un difensore. Poco dopo il mio idolo avrebbe anche la possibilità di trovare la gloria personale, ma la sua punizione finisce alta per un soffio. All’86’ Braña viene sostituito da Sánchez Prette, in uno schema sempre più difensivo. All’87’ un tiro tremendo di Wágner si stampa sulla traversa ad Andújar battuto. Mi spavento, ma è l’ultimo sussulto: al 93’ la partita si chiude, lasciando solo la felicità mia, dei giocatori e dei tifosi.

Ma non è ancora il momento di filare a letto. Da buon supporter, mi guardo tutta la premiazione. Ho bisogno, un bisogno incontrollabile, di vedere Lui con in mano quella coppa, di testimoniare il ricorso storico a cui ho assistito. Quando alla fine arriva il grande momento e l’inconsolabile turba degli sconfitti si dissipa, lasciando il posto ai festanti argentini, la Brujita incede con passo maestoso verso il trofeo, lo prende a due mani e lo alza al cielo. Nei suoi occhi c’è l’orgoglio di chi ha scritto la storia, ma anche quella nostalgia che caratterizza chi ha adempiuto al suo compito appena prima della fine. La finale agnizione dell’eroe che, dopo mille avventure in luoghi lontani, torna alla propria terra d’origine, la prende sulle sue spalle e la riporta alla gloria, guidato dal Fato, seguendo le orme del suo predecessore, in uno schema infallibile che, di coincidenze, non ne prevede.


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