Raposo

Mai fidarsi del Kaiser: la storia di Carlos Henrique Raposo

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Dove non arriva la pelle di leone bisogna cucirsi sopra quella di volpe”. Queste le parole di Lisandro – un celebre militare spartano che ha combattuto contro gli ateniesi nella Guerra del Peloponneso – da cui si può partire per raccontare una delle storie più curiose e affascinanti della storia del calcio.

Il protagonista in questione è Carlos Henrique Raposo – che in portoghese appunto significa volpe –, “calciatore” brasiliano nato a Rio Pardo il 2 aprile 1963, capirete più avanti perché calciatore è messo tra virgolette. Soprannominato Kaiser, non tanto per le sue doti qualitative, quanto piuttosto per una vaga somiglianza fisica con il noto centrale tedesco Beckenbauer, Raposo, c’è da dire, a suo modo, passa alla storia del mondo del pallone, grazie anche alla recente scoperta fatta dalla TV brasiliana Globo nel 2011 che ha portato alla luce la sua clamorosa e affascinante vicenda in un’intervista televisiva.

 

 

Già da bambino il piccolo Carlos ha qualcosa di diverso da tutti gli altri: sembra questo l’incipit perfetto per raccontare la storia di uno dei tanti fenomeni brasiliani che hanno lasciato il segno nelle memorie degli appassionati, ma la verità è un’altra e racconta invece di un bambino che, come vuole l’infanzia della maggior parte dei piccoli brasiliani, trascorre il tempo rincorrendo un pallone che i suoi piedi, non proprio fatati, fatica a controllare e a trattare come i suoi più talentuosi coetanei.

La sua passione, come racconta in quell’intervista di cui sopra, era lo studio, ma la madre lo obbligava a giocare per aiutare la famiglia dal punto di vista economico: all’età di 10 anni è nelle giovanili del Botafogo e guadagnava più di tutta la sua famiglia, senza però vedere un centesimo di quei soldi. Veniva sfruttato fino al punto che la madre vendette il suo cartellino al primo procuratore disponibile, il quale impose su di lui clausole molto elevate, che costrinsero Raposo a passare da una squadra all’altra per rendergli la percentuale.

La sua carriera all’età di vent’anni sembra finita prima ancora di nascere, ma Raposo trova la sua ispirazione al di fuori del campo e inizia a frequentare gli stessi locali di Rio de Janeiro frequentati dai più forti campioni dell’epoca – Romario, Bebeto, Careca; giusto per citare alcuni dei nomi più noti –, che diventano compagni di serate e si trasformano in un’occasione da cogliere al volo per Carlos, che inizia a frequentarli da vicino grazie al suo modo da bonaccione e a una strepitosa arte affabulatoria, che gli permette di farsi amare da tutti fin da subito. Grazie a queste amicizie, firmò il primo contratto da professionista, guarda caso, al Botafogo, squadra allora ricca di numerose leggende del pallone.

 

 

Ma viene ora la parte della storia più affascinante e che sicuramente ha reso leggendaria la sua vicenda: fino a quando infatti Raposo doveva firmare il contratto, bastava la sua arte oratoria e un paio di contatti giusti con qualche sponsor e tutto filava liscio, ma, quando effettivamente doveva dimostrare di valere quello che giornalisti e compagni promettevano di lui, sfoderava il suo asso della manica: “Chiedevo a un mio compagno di scontrarsi con me in area di rigore e poi dicevo che mi faceva male un muscolo e stavo 20 giorni fermo. Quando le cose sono diventate più difficili mi sono fatto amico un dentista che mi faceva finti certificati medici che attestavano che avevo problemi fisici. Tiravo avanti così”.

Queste le sue testuali parole rilasciate alla TV Globo, che testimoniano come Raposo sia veramente un personaggio anomalo e allo stesso affascinante per questo mondo: chiaramente la durata dei suoi contratti è sempre stata condizionata da una certa brevità, dai sei agli otto mesi al massimo. Questo tempo non serviva tanto al Kaiser per far vedere le sue doti sul campo, quanto invece per stringere le amicizie necessarie per sopravvivere e continuare la sua strategia: fingeva di parlare diverse lingue e si atteggiava per apparire agli occhi dei compagni come il più amato e ben voluto, organizzando molte feste anche durante i ritiri delle squadre negli alberghi.

Questo suo modo di fare consentiva a Raposo di garantirsi le raccomandazioni necessarie dei suoi compagni e di qualche giornalista, il quale tramite qualche “bustarella” sfornava articoli che lo portavano alla ribalta come uno dei migliori attaccanti – sì perché questo è il “ruolo” che da sempre è stato appiccicato al brasiliano – in circolazione.

Sono ovviamente molte le squadre coinvolte nella sua carriera dopo gli inizi già citati al Botafogo: Puebla in Messico, Flamengo, Vasco, Fluminense – squadra per la quale non firmò mai un vero contratto ma andava in giro a regalare maglie spacciandosi per un titolare – e America di Rio in Brasile. Altre due inoltre, meritano di essere citate a parte perché coinvolte in due episodi che hanno del clamoroso e che definiscono molto bene la figura di Raposo.

La prima è il Bangu, squadra locale di Rio de Janeiro che segna il ritorno del giocatore in patria dopo le varie esperienze in giro per il mondo e l’episodio in questione coinvolge il più grande gestore di scommesse clandestine del Brasile di allora, l’uomo più pericoloso del Paese, nonché presidente del Bangu, Castor de Andrade. Durante una partita tramite un walkie-talkie il boss ordinò spazientito all’allenatore del club di far scendere in campo Raposo, il quale, non sapendo che fare, durante il riscaldamento, sentitosi insultato da alcuni tifosi locali, scavalcò la rete che li divideva e scatenò una rissa, facendosi espellere dunque ancora prima di entrare in campo. A fine partita affrontò l’ira del presidente del Bangu e riuscì a girare la storia a suo favore come sempre, con una delle sue comiche quanto geniali uscite: “Presidente, Dio mi ha dato due padri: il primo l’ho perso, il secondo è lei. Quando ho sentito i tifosi insultarla, non ho capito più niente. Fra una settimana me ne vado, non si preoccupi”. Ovviamente, non serve che vi dica che il suo contratto venne rinnovato per altri sei mesi.

La seconda squadra a meritarsi un trattamento di riguardo nella carriera del Kaiser riguarda la sua unica esperienza in Europa, ai francesi dell’Ajaccio. In Francia, come racconta lo stesso Raposo, divenne ben presto l’idolo dei tifosi e il giorno della presentazione, per evitare si accorgessero delle sue pessime doti con il pallone, si avvolse nella bandiera della Corsica e regalò un mazzo di rose alla moglie del presidente, buttando tutti i palloni in tribuna per non doversi allenare davanti a uno stadio pieno di tifosi pronti ad accoglierlo e che sarebbero ovviamente stati delusi dalle sue pessime doti con il pallone tra i piedi.

I suoi numeri reali non sono del tutto chiari, si spazia dalle 16 ad un totale di 34 presenze in oltre vent’anni di calcio, accompagnate da zero gol, anche se c’è chi sostiene che ne abbia segnato uno, probabilmente figlio della leggenda che ruota attorno a questo personaggio che ha del mitologico. Una storia ai limiti dell’assurdo, che ha ispirato anche un film uscito nel 2018. Raposo ha passato una vita a inseguire il sogno di essere qualcuno che forse non meritava di essere, ma proprio questo aspetto lo ha consacrato al grande pubblico come un “vero” campione d’altri tempi.

Di solito, come dice il proverbio, “quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba”, ma Raposo, in un modo o nell’altro, quell’apparentemente irraggiungibile grappolo d’uva è riuscito a prenderselo.

 

 

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