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Inter-PSG, la finale di Champions League tra pragmatismo e bellezza

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Il calcio è uno sport nel quale, almeno in teoria, vincono i più forti. Il problema, però, è quello di concordare, in modo univoco e universale, quali criteri definiscano chi è il più forte, cosa molto complessa a causa dei paradossi e delle mille sfaccettature dello sport più amato al mondo. Per alcuni l’accostamento è logico, pragmatico: chi alza il trofeo è il più forte; per altri chi gioca meglio; per altri ancora, chi presenta la rosa migliore sulla carta.

Pertanto, la rete al Meazza di Francesco Acerbi, a gara praticamente scaduta, che ha trascinato l’Inter in finale di Champions League, o meglio, ha permesso a Davide Frattesi di completare l’opera nei supplementari, estromettendo dalla competizione il Barcellona, è un momento, brevissimo se rapportato ad un’intera stagione, tuttavia, in grado di conferirvi l’intero senso. Perché che piaccia o no, il calcio è questo. Il calcio è l’Arsenal di Mikel Arteta che arriva secondo in campionato e in semifinale di Champions League, ed è il Tottenham di Ange Postecoglou, che per poco non sfiora la zona retrocessione in Premier, ma vince l’Europa League, eguagliando i cugini londinesi per piazzamento europeo e portando a casa anche un trofeo continentale.

Dopo essere clamorosamente capitolati contro il Milan in entrambe le coppe nazionali, dopo che il Napoli di Antonio Conte e Romelu Lukaku ha distrutto le chance di replicare il successo dell’anno scorso in campionato, l’Inter si trova nella paradossale situazione di essere obbligata ad ottenere qualcosa che fino ad agosto nessuno le chiedeva, nessuno si aspettava: impensabile utopia. 

Perché una volta che sei lì, in finale, e sfiori quella coppa con mano non puoi più nasconderti, trincerarti dietro l’egida dello sfavorito o ricordare come, comunque vada, sulla carta non fosse un obiettivo stagionale: è quella coppa, ora, che dà il senso alla tua stagione.


Inter-PSG: i valori dei francesi e le differenze con il Barcellona

Torniamo quindi al quesito iniziale: chi è il più forte? L’Inter, che ha pazientemente atteso che il Barcellona sfogasse tutto il suo potenziale, per poi sfruttare ogni millimetro a sua disposizione per punirne le disattenzioni, o il Barcellona stesso, che ha dominato larghi tratti della doppia sfida? La pazienza, la determinazione tattica, la furbizia e il sacrificio sono tutti tratti definitori della forza di una squadra. E l’Inter ha dimostrato di averne da vendere. È facile apparire più belli se si rinuncia completamente a curare la fase difensiva, come avere un Lamine Yamal in più dei tuoi avversari in campo non guasta. Passi anche quel non poco ammontare di fortuna che in quella magica sera baciò i nerazzurri. Ed è da qui che l’Inter deve ripartire per capire quante siano le sue reali possibilità di portare a casa il trofeo.

Il PSG di Luis Enrique, avversario in finale, non differisce dall’ultimo avversario europeo dell’Inter per proposta di gioco e impalcatura tattica. Gode di un nucleo centrale di palleggiatori che poco ha da invidiare a qualsiasi altra squadra al mondo, di una porta blindata da Gigio Donnarumma e, fra le altre cose, di esterni d’attacco in perfetta “moda” europea: forti, a tratti imprendibili, dribblomani e prolifici.

All’atipicità dell’Inter, fa specchio l’assoluta canonicità del PSG. I francesi propongono un 4-3-3, che vede Marquinhos e Willian Pacho agire da centrali, con l’ex Hakimi e Nuno Mendes sui lati. Il centrocampo, di estrema qualità e compatibilità funzionale, è retto da Fabián Ruiz, Vitinha e João Neves. La particolarità dei francesi emerge in attacco, dove la rinuncia ad un centravanti in senso classico, permette di utilizzare Khvicha Kvaratskhelia, Ousmane Dembélé, Désiré Doué o Bradley Barcola praticamente in ogni zolla della trequarti offensiva, rendendo per gli avversari complicatissimo leggerne i movimenti.

È inutile soffermarsi sul valore assoluto dei protagonisti in campo, indubbio e sotto gli occhi di tutti. Piuttosto, interessante ai fini della nostra analisi è il vestito europeo di questo PSG. I parigini, a differenza del Barcellona, denotano un’abnegazione e un cinismo maggiori. Si specchiano poco, leggono bene le varie fasi della partita e le particolarità dell’avversario, rispettandole e cercando di sgretolarne le fondamenta. Tuttavia, si tratta di un’arma a doppio taglio: per quanto abile nell’adattarsi ai diversi momenti della partita, a volte i campioni di Francia sembrano entrare troppo nella parte, quasi dimentichi del piano partita iniziale, e spesso restando ingarbugliati in vere e proprie amnesie tattiche. Nella partita contro l’Aston Villa, la necessità di difendere il risultato acquisito, e forse il timore di vederlo sfumare, ha permesso agli inglesi di ingranare una rimonta spettacolare e per poco sufficiente a portare il match quantomeno ai supplementari.

In altre parole, è una squadra che presenta in campo quattro degli esterni più forti al mondo, due per la difesa, e due per l’attacco, un centrocampo abile e ingegnoso e piani partita cangianti a seconda delle esigenze. Di contro, sebbene in larghi tratti delle sue partite abbia sfiorato la perfezione, quantomeno estetica, tende a lasciare all’avversario il controllo della partita in alcuni dei suoi momenti nevralgici. Sia contro il Liverpool, che contro l’Aston Villa, per quanto il PSG abbia decisamente controllato la doppia sfida, e a tratti dominato, ha dovuto fare molta fatica per strappare il pass per il turno successivo.


Inter-PSG: cosa dobbiamo aspettarci da Inzaghi?

Se i nerazzurri giungessero a Monaco di Baviera al meglio delle loro possibilità e condizioni, quella che si preannuncerebbe fra Simone Inzaghi e Luis Enrique sarebbe una gara di furbizia fra il gatto e la volpe. Logicamente, l’Inter non dovrebbe fare altro che replicare con il PSG quanto già fatto vedere contro Bayern Monaco e Barcellona, laddove ha dimostrato che il suo 3-5-2 che non contempla esterni d’attacco sulla carta d’identità, ma che trasforma un esterno di centrocampo difensivo in prima punta, è un gran grattacapo anche per i più abili esponenti mondiali del 4-3-3 di derivazione guardiolana.

Il problema è che non è affatto scontato che Luis Enrique lasci testardamente che i suoi fenomeni d’attacco si infrangano sulle trappole e sui raddoppi preparati dalla difesa di Inzaghi, che conceda campo aperto alle spalle dei terzini, cadendo preda della capacità di Lautaro, Thuram, Dumfries e compagnia di eludere il fuorigioco.

È presumibile che il tecnico spagnolo stia preparando qualcosa di diverso, perché per quanto sia bello essere belli, l’Inter ha riscritto e vuole continuare a riscrivere il concetto di bellezza nel calcio moderno, e per batterla bisogna concedere qualcosa alla propria, di bellezza. Perché i nerazzurri non sono catenaccio e contropiede, sono soprattutto palleggio preciso, alta qualità tecnica e transizioni di prima in campo aperto.

In un calcio in cui le conferme passano quasi sempre attraverso i trofei, il percorso di Simone Inzaghi assume un peso particolare. La qualità del lavoro portato avanti, la crescita costante della squadra e la capacità di proporre un’idea di gioco riconoscibile e solida hanno già attirato consensi. Un successo europeo rappresenterebbe la naturale evoluzione di un progetto tecnico che, per coerenza e continuità, ha saputo distinguersi nel panorama attuale.

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