Un secolo fa, agli albori del calcio italiano, a dominare la scena non erano Juventus, Inter e Milan, ma le polemiche tra le squadre erano comunque all’ordine del giorno. Una delle rivalità più accese e violente fu quella tra Genoa e Bologna, che si affrontarono nella finale della Lega Nord della Prima Divisione 1924/1925. Per assegnare il titolo servirono addirittura cinque partite: un confronto destinato a passare alla storia come lo “Scudetto delle pistole“.
Il precedente del campionato 1923/1924
Per rendere più chiaro il contesto, è però utile fare un passo indietro: cos’era la già citata Lega Nord? Non un partito che chiedeva l’indipendenza della Padania, ma uno dei due gironi in cui era strutturato all’epoca il campionato italiano, l’altro era quello della Lega Sud. I due gironi ospitavano rispettivamente le squadre settentrionali e quelle centro-meridionali. Il vincitore del campionato veniva determinato da una finalissima tra i primi classificati della Lega Nord e quelli della Lega Sud, anche se va detto che, per ragioni economiche, le squadre settentrionali erano nettamente più forti, motivo per il quale la finale della Lega Nord determinava de facto il vincitore del torneo, con la successiva sfida contro la vincitrice della Lega Sud che finiva quasi sempre per essere una formalità – tutte le vittorie in questo formato appartengono infatti a club del nord, la prima squadra non settentrionale a conquistare lo scudetto sarà la Roma nel 1942.
Nella stagione 1923/1924 Genoa e Bologna si affrontarono nella finale della Lega Nord, e fu proprio in quell’occasione che nacque la rivalità tra le due squadre rossoblù. Nella gara d’andata, disputata a Marassi, i padroni di casa si imposero per 1-0 grazie a un gol di Ettore Neri. A caratterizzare il match furono però soprattutto gli scontri sugli spalti che, secondo alcune ricostruzioni dell’epoca, coinvolsero anche l’ex capitano del Genoa Giovanni Battista Traverso, il quale avrebbe colpito con un pugno un giocatore del Bologna. Nonostante il parapiglia scatenatosi, il risultato venne convalidato.
Nella gara di ritorno, giocata a Bologna, si verificarono nuovi problemi. Sul risultato di 1-1, anche a causa di alcune contestate decisioni arbitrali, i tifosi bolognesi fecero irruzione sul terreno di gioco, costringendo l’arbitro a sospendere la partita. In questo caso, a differenza della gara di andata, la Lega decise di assegnare la vittoria a tavolino al Genoa. Il Bologna protestò senza successo, lamentando una disparità di trattamento nella valutazione della condotta delle due tifoserie nelle due partite.
Il Genoa vinse poi la finalissima contro il Savoia di Torre Annunziata con un 4-2 complessivo, laureandosi campione d’Italia per la nona e ultima volta nella propria storia.

L’ultimo Genoa scudettato
La Lega Nord 1924/1925
Lo scontro tra Genoa e Bologna si ripeté l’anno successivo. Il Genoa vinse il Girone A della Lega Nord, superando di un solo punto il Modena, che aveva dominato il campionato nelle giornate precedenti, ma che perse la penultima gara contro un Brescia in lotta per non retrocedere. I canarini accusarono però il Genoa di aver beneficiato dei rinvii dei loro match contro Pisa, Spezia e Torino, giocati a torneo già concluso e, di conseguenza, con gli avversari che non avevano più nulla da chiedere al campionato. Anche cento anni fa, dunque, si dibatteva animatamente sulla regolarità del campionato. Il Genoa si trovò così ad affrontare per la seconda stagione consecutiva il Bologna, che aveva vinto il proprio girone superando Juventus e Pro Vercelli. Questa volta, però, due sfide non bastarono per assegnare il titolo.
Entrambe le squadre erano guidate da allenatori stranieri: il Genoa dall’inglese William Garbutt e il Bologna dall’austriaco Hermann Felsner. Il calcio italiano stava crescendo, ma a dominare i campionati erano spesso tecnici provenienti dall’estero, soprattutto inglesi, austriaci e ungheresi.
La gara d’andata si disputò allo Sterlino di Bologna il 24 maggio 1925. Dopo un primo tempo ricco di occasioni ma povero di gol, fu il Genoa a passare in vantaggio nella ripresa con una rete di Mimmo Alberti al 57’. Il raddoppio arrivò all’86’ con Edoardo Catto. Inutile il gol della bandiera, segnato tre minuti più tardi da Angelo Schiavio, futuro campione del mondo con l’Italia di Vittorio Pozzo.
Il ritorno, giocato a Marassi una settimana dopo, si concluse con lo stesso punteggio, ma a favore del Bologna. Gli emiliani passarono in vantaggio alla mezz’ora grazie al gol di Giuseppe Muzzioli, servito da Schiavio. A ristabilire la parità nel doppio confronto fu Emilio Santamaria al 76’. Come raccontarono i giornali del giorno dopo, l’errore del Genoa fu quello di continuare ad attaccare senza accontentarsi del pareggio, che lo avrebbe qualificato alla finalissima. All’83’ Giuseppe Della Valle punì l’atteggiamento spregiudicato dei rossoblù, trascinando la partita allo spareggio.
Lo spareggio non convalidato
La sfida, che negli anni precedenti aveva creato problemi di ordine pubblico, si era svolta fino a quel momento senza incidenti particolarmente gravi. A complicare la situazione fu però lo spareggio, disputato a Milano il 7 giugno. Il problema principale era rappresentato dall’enorme afflusso di tifosi genoani e bolognesi arrivati per l’occasione: lo stadio, dove all’epoca giocava il Milan, era talmente gremito che molti spettatori si assieparono ai bordi del campo, a ridosso delle linee laterali. L’arbitro dell’incontro, il signor Giovanni Mauro di Domodossola, si lamentò della situazione con il presidente della Lega Nord Enrico Olivetti, che decise comunque di far iniziare la partita.

La situazione ambientale al campo di Viale Lombardia
Il Genoa non ebbe grandi difficoltà a portarsi in vantaggio e a raddoppiare grazie alle reti di Catto e Alberti, ma a cambiare la storia della gara fu quello che oggi definiremmo un “gol fantasma”, segnato dal bolognese Giuseppe Muzzioli al 16’ del secondo tempo. Il suo tiro sembrò terminare in rete, ma il direttore di gara, probabilmente lontano dall’azione, assegnò un calcio d’angolo. È difficile stabilire con certezza se il pallone avesse effettivamente superato la linea o se il portiere genoano Giovanni De Prà fosse riuscito a deviarlo in corner. I protagonisti dell’episodio, anche nel dopoguerra, continuarono a sostenere versioni opposte: per Muzzioli il pallone era entrato, per De Prà no.
Anche la stampa si divise. Alcune testate sposarono la tesi del gol, altre la respinsero, ritenendo che la presenza dei tifosi a bordo campo avesse compromesso la regolarità dell’azione. In seguito alla mancata assegnazione della rete, i tifosi bolognesi invasero il campo e accerchiarono Mauro, che fu costretto a convalidare il gol. Poco dopo, il Bologna trovò anche la rete del pareggio con Alberto Pozzi.
A quel punto si sarebbero dovuti disputare i tempi supplementari, ma il Genoa si rifiutò di proseguire e abbandonò il terreno di gioco. Secondo la versione dei genoani, Mauro avrebbe confidato al capitano Renzo De Vecchi che, per lui, la partita poteva considerarsi conclusa, non ritenendo valido il gol di Muzzioli.
Entrambe le società presentarono ricorso: il Genoa sosteneva di aver vinto l’incontro, mentre il Bologna chiedeva la disputa dei tempi supplementari. La Lega decise di non convalidare alcun risultato. Lo stesso Mauro dichiarò che la gara era da considerarsi irregolare sin dall’inizio, a causa dell’eccessiva presenza di spettatori a bordo campo.
A rendere ancora più controversa la ricostruzione dello spareggio contribuirono alcune testimonianze successive che chiamarono in causa anche Leandro Arpinati, figura centrale del fascismo bolognese, per un presunto intervento diretto sul terreno di gioco, mai dimostrato. Il fatto stesso che circolassero voci su un possibile coinvolgimento di figure politiche di primo piano dice molto del contesto dell’epoca, in cui il calcio italiano era fortemente esposto a pressioni esterne e il confine tra sport e potere risultava spesso sfumato.
Torino, le pistole, la sfida segreta
Per il secondo spareggio, disputato quasi un mese dopo il primo, fu selezionata Torino come sede neutra, con lo stadio di Corso Marsiglia come cornice dell’evento. La partita si svolse senza problemi sul campo, terminando nuovamente in pareggio con reti dei soliti Schiavio e Catto, anche dopo i tempi supplementari – all’epoca non erano previsti i calci di rigore. Gli scontri, però, si verificarono alla stazione ferroviaria di Torino, coinvolgendo armi da fuoco e causando il ferimento di due liguri. Il consiglio federale ipotizzò anche una possibile squalifica del Bologna se non avesse consegnato i responsabili della sparatoria, ma ciò non avvenne mai e i colpevoli rimasero impuniti.
L’unica soluzione possibile fu quindi organizzare una quinta partita, il terzo spareggio, per decretare finalmente il vincitore. Per evitare ulteriori problemi di ordine pubblico, la sfida si giocò a porte chiuse alle 7:15 del mattino del 9 agosto, a due mesi e mezzo di distanza dalle prime due partite, alle Officine Meccaniche, nella periferia di Milano, comunicando la data e l’ora solo alle squadre. A vincere fu il Bologna per 2-0, grazie ai gol di Pozzi e Bernardo Perin.
La decisione di giocare a porte chiuse permise finalmente di concludere una sfida lunghissima, durata cinque partite. Il Bologna vinse agevolmente anche le due gare della finalissima contro l’Alba Roma, con i punteggi di 4-0 e 2-0, conquistando così il suo primo scudetto. Il Genoa tentò più volte di fare ricorso negli anni successivi, sostenendo che la sfida fosse stata compromessa dalle pressioni fasciste. I genoani parlano di “furto della stella”, mentre tutti gli altri la ricordano come lo “Scudetto delle pistole”.
I liguri non andranno mai più così vicini al loro decimo scudetto e verranno superati nel 1958 dalla Juventus per numero di Serie A vinte, esattamente sessant’anni dopo il loro primo trionfo nel primissimo campionato di calcio italiano. Il Bologna, invece, ne vincerà altri sei: il secondo quattro stagioni dopo, quattro nello straordinario ciclo vincente del decennio successivo con Árpád Weisz e lo stesso Felsner, e l’ultimo negli anni Sessanta.
Il contesto dell’epoca era dilettantesco e certamente influenzabile da fattori esterni – solo due anni dopo scoppierà il primo grande scandalo giudiziario del nostro calcio, il caso Allemandi, che portò alla revoca del primo scudetto del Torino –, ma anche ideale per mistificare la realtà, basti pensare ai tanti falsi miti che negli anni hanno accompagnato questo campionato. Ciò che è certo è che ancora oggi, dopo oltre un secolo, le polemiche sulla Prima Divisione 1924/1925 rimangono vive, seppur sfumate dal tempo, e non potrebbe essere altrimenti per uno dei più folli e controversi campionati della storia del nostro calcio.
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