Superlega italiana

Storia di una vecchia Superlega italiana

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Nel 1921 l’Italia è un paese in subbuglio. Appena terminato il tesissimo biennio rosso, il movimento dei Fasci italiani di combattimento di Benito Mussolini guadagna sempre più terreno nella vita politica, tanto che le forze liberal-conservatrici, ormai allo sbando, si illudono che si possa legalizzare la sua furia antipolitica, inserendolo in una lista di Blocco Nazionale alle imminenti elezioni di maggio, per porre anche un argine consistente ai partiti di massa. Mentre l’inserimento parassitico del fascismo si compie, anche il calcio, pur essendo uno sport non ancora estremamente rilevante per il Paese, vive un momento di grande confusione e tensione.


Storia di una vecchia Superlega italiana – Il problema della Prima Categoria e la proposta Pozzo

Dieci anni prima, quando la sede della FIGC era traslata da Milano a Torino, la Seconda Categoria – il secondo livello calcistico nazionale – era stata trasformata nella Promozione, che, come suggerisce il profetico nome, garantiva la salita delle squadre dalla suddetta divisione al massimo livello, la Prima Categoria, con corrispondenti retrocessioni da quest’ultima. Ma a parte alcune defezioni volontarie, magari di natura economica, dalla Prima Categoria non se ne andava davvero nessuna squadra. Tutte o quasi erano infatti riammesse, con la conseguenza di una costante crescita nel numero delle partecipanti: 9 nel 1909, 18 nel 1912, 29 nel 1913, 36 nel 1914, 48 nel 1919 e 64 nel 1921.

A cercare una soluzione all’insostenibile pesantezza dell’essere, si interrogano diverse menti calcistiche dell’epoca, tra le quali c’è anche Vittorio Pozzo. Prima di inscrivere il suo nome nella leggenda del calcio italiano e non, vincendo i due Mondiali di fila nel 1934 e nel 1938 con la Nazionale, Pozzo non si era dilettato a calciare la sfera di cuoio soltanto nella sua Torino, ma anche in Svizzera e in Inghilterra, restando affascinato dal sistema calcistico inglese, e quando quindi la Federcalcio gli commissiona un progetto di “dimagrimento”, la sua idea non può che essere di ispirazione britannica: un campionato a girone unico con 24 squadre, le migliori 24 squadre, le stesse che addossano alla stanchezza dello sfiancante numero di turni preliminari la colpa per alcune magre figure.

È un’occasione d’oro per tutto un circolo di squadre del settentrione, già con l’acquolina in bocca all’idea di aumentare il tasso tecnico del campionato, accrescere il valore del prodotto e spartirsi in una tribù molto rinsecchita gli incassi di ogni sfida. Nell’élite troviamo, ad esempio, tutte le squadre fino a quel momento scudettate: Juventus, Inter, Milan, Genoa, Pro Vercelli e Casale.

Tutti i grandi club affilano le proprie armi e si dichiarano più o meno disposti ad appoggiare quel progetto che viene a dar loro un maggiore vantaggio immediato, mentre un gruppo di società minori, alle quali fa capo la Novese, si oppone a qualsiasi riforma sostanziale dei campionati. Neanche due mesi prima i biancocelesti di Novi Ligure hanno trionfato nella Promozione piemontese, e il progetto di riforma rischia di tagliarli fuori e vanificare quanto conquistato sul campo.

Le “piccole” si incontrano esattamente a Novi il giorno precedente alla votazione, per compattarsi contro la proposta, reputata da loro danneggiante non solo per l’esclusione dalle più forti, ma anche per l’impossibilità di affrontare quelle che si proclamavano tali, che portavano incassi – relativamente – grandi quando ospitate nelle periferie di questo sport.

Il fatidico 24 luglio 1921 esprime anche un altro verdetto, quello del campo. Nella stessa giornata della decisione definitiva, infatti, si gioca la finale per la vittoria del campionato, tra la fortissima Pro Vercelli e il sorprendente Pisa – gara vinta dai piemontesi. Quando le due squadre scendono in campo, nel pomeriggio, non sanno più per quale campionato stanno giocando. Sebbene la mattinata abbia espletato la morte della proposta Pozzo, sotto il peso di 113 voti contrari rispetto ai 65 favorevoli, la sensazione è che non sia il risultato di una votazione il fattore che scioglierà l’impasse.


Storia di una vecchia Superlega italiana – La scissione e le sue conseguenze

I giorni e le settimane successive non fanno altro che riportare lettere di congedo dalla FIGC da parte dei club secessionisti, che nel frattempo si fondono nella Confederazione Calcistica Italiana (CCI). Un’associazione elitaria nata da una scissione, su forzatura di una minoranza di squadre più ricche della maggioranza, per giocare più partite tra di loro e spartirsi il malloppo. Suona familiare?

Ma a confermare che la storia sia più di una volta piena di contraddizioni, parliamo anche della competizione che accoglie per la prima volta nella massima divisione compagini del centro-sud, trovando l’accordo tra Lega Nord – la risposta alla domanda che vi state facendo è no, parliamo dell’ente organizzatrice della CCI – e Lega Sud, che dopo aver intavolato trattative bilaterali sposa la causa secessionista.

A fine settembre, la FIGC, ora impoverita dei suoi club più attrezzati e con il coltello dalla parte della lama, comincia a raccapezzare delle proposte che possano risolvere in extremis la crisi e salvino la propria Prima Categoria. Né l’idea di un campionato di selezione a 72 squadre, né quella di uno già a 32 allettano però i “confederati”, chiamatisi così in polemica verso i “federali”. È così che, il 2 ottobre 1921, un duplice fischio d’inizio inaugura in Italia due campionati di calcio paralleli.

Offuscato dalla brillantezza della nuova lega, il campionato “regolare” perde attrattiva e ne è consapevole, continuando per giunta a soffrire della smodata lunghezza della sua competizione. Per darsi auge e rendere più interessante l’annata, i piani dirigenziali della FIGC ne elaborano intanto un’altra di competizione, ad eliminazione diretta, da affiancare al campionato e in cui far partecipare anche le 24 ribelli: la Coppa Italia.

Nella sua prima edizione, il nuovo torneo passa praticamente inosservato, dal pubblico come dalle squadre stesse, in massa soggette a ripescaggi e ritiri. Non è un caso che, quatto quatto, il piccolo Vado – militante in seconda serie –, riesca a portarsi a casa per primo questo nuovo trofeo, che poco dopo verrà riposto nello scantinato fino al 1926, vedendo comunque solo nel 1936 un nuovo vincitore. La Coppa nazionale in pratica si distingue dalla nascita come un torneo contraddittorio e dal prestigio difficilmente quantificabile, non molto differentemente dai nostri giorni.

Intanto neanche la CCI è un happy hour infinito, mancante di legittimazione internazionale, in primo luogo dalla FIFA, e con gli italiani inizialmente esclusi dalla Nazionale. I calciatori non se ne stanno tutti con le mani in mano, per esempio l’Inter si ritrova costretta a congedarsi con il grande talento Luigi Cevenini, il terzo di una leggendaria combriccola fraterna di cinque calciatori, che guida l’emorragia dei nerazzurri con i suoi fratelli maggiori Aldo e Mario, per raggiunge il quinto, Carlo, alla Novese.

La sensazione, percepita da entrambe le fazioni come il sangue della preda dai piranha, è che si sia inaugurato uno scontro di trincea, per cui servirà aspettare il logoramento dell’avversario e la sua resa per ritornare alla normalità.


Storia di una vecchia Superlega italiana – La risoluzione di Emilio Colombo

Lo stallo alla messicana sta consumando nell’attesa entrambe le fazioni, ed è quindi già a dicembre che si ritorna a intavolare un primordiale accordo, quando tre rappresentanti a testa si incontrano nel biellese, a Brusnengo, con la mediazione del direttore de ‘La Gazzetta dello Sport‘ Emilio Colombo – un uomo che pare saper guardare qualsiasi faccia del pallone di cuoio, in quanto ex-calciatore, arbitro e futuro presidente del Milan.

Colombo mette effettivamente d’accordo per la prima volta le partes, che sposano per la stagione 1922/1923 un futuro campionato riunificato a 50 squadre, attinte in modo più o meno uguale dalla CCI e dalla FIGC, da limare a 24 dalla stagione seguente; in aggiunta, il divieto ai giocatori di trasferirsi da una parte del muro all’altra dopo il 20 dicembre, e la possibilità ora di riconvocare giocatori della CCI in Nazionale.

Il 19 febbraio i federali ratificano il patto, ma a Modena l’assemblea dei confederati domanda una revisione, ritenendo troppo elevato il numero di 50 squadre ammesse, mentre nel frattempo tra gli stessi secessionisti scoppia la tensione. Alcuni rappresentanti delle società di Seconda Divisione contestano la decisione di costringere le migliori due della categoria agli spareggi, per essere promosse – norma di cui, per negligenza, non sono stati informati. L’avvocato Campi, ideatore di questa norma, rilancia quindi con una Prima Divisione unificata a 36 squadre, di cui 24 della Prima Divisione CCI, le migliori due classificate della Seconda Divisione CCI e 10 squadre della FIGC. Ad ogni modo l’accordo di Brusnengo è respinto, un suo riesame richiesto a gran voce.

A fare da collante è ancora una volta Colombo che, nelle vesti di vate giudiziario, emerge il 22 giugno con la proposta definitiva: la fine della CCI, con il reintegro delle secessioniste nella Prima Divisione 1922/1923, suddivisa in un campionato settentrionale, di 36 compagini, e uno meridionale, ancora spezzettato in categorie regionali; l’anno seguente, il campionato della Lega Nord passerà a 24 squadre, con una pioggia di retrocessioni e una dogana sulle promozioni.

Attuato il cosiddetto compromesso Colombo, fare il campionato significa anche selezionare tra CCI e FIGC, ed è qui che le scelte si fanno pesanti. Dopo aver scelto le prime 12 della FIGC e le prime 12 della CCI, il problema sorge sulle restanti: le altre 6 migliori di quest’ultima – tra cui troviamo per esempio Milan, Torino e Verona – strappano il pass, mentre gli ultimi 6 biglietti per il treno del miglior calcio sono da assegnare con degli spareggi “interfederali”. Porte in faccia per diverse squadre federali che si erano salvate nella loro stagione regolare, mentre le salve confederate devono “solo” giocarsi due turni di play-out, con la consapevolezza comunque di essere a un livello ben superiore delle avversarie. È così che le ultime ad entrare dal retro sono Rivarolese, Pastore, Livorno, Derthona e, udite udite, Internazionale Milano, tanto caduta in basso dopo la perdita della cucciolata Cevenini.

A proposito della banda di fratelli, la loro scelta della fuga si rileva più che giusta, considerando che la Novese è nel 1921/1922 campione d’Italia, simultaneamente alla Pro Vercelli, che porta a caso il settimo titolo nazionale. Sarà il canto del cigno di entrambe: la Novese retrocederà dopo un anno nel massimo livello, non giocando mai in Serie A; la Pro Vercelli non vincerà più e non andrà oltre la B dal 1935 in poi. Quella stagione strana, contorta e sbagliata sarà il loro apogeo, e la decisione finale, che difatti paleserà la vittoria delle squadre secessioniste, una prima spia del fatto che il calcio sia quasi sempre trascinato dal capitale, non viceversa.

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