Nagelsmann

Julian Nagelsmann, il nuovo che avanza

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La sospensione che il calcio ha dovuto mettere in atto per contrastare l’emergenza Coronavirus crea rammarico. Sul palcoscenico europeo stavano nascendo nuove storie, fiorivano progetti riusciti bene, si affermavano nuove società, pronte a prendersi la scena nel calcio dei grandi. L’Atalanta è una dei bei regali che il calcio ci ha fatto, un’organizzazione in grado di scalare posizioni in ambito nazionale, prima di creare una squadra capace di arrivare fino ai quarti di Champions League. In Italia si è giustamente parlato tanto della squadra bergamasca, e tutti coloro che l’hanno seguita in Serie A conoscono il tipo di crescita che i nerazzurri hanno avuto negli anni. Forse però, si conosce meno un’altra bella realtà del calcio europeo, il Lipsia, squadra in grado di eliminare dalla Champions League, anche senza troppi problemi, il Tottenham, che lo scorso anno fu l’avversaria del Liverpool in finale. Il Lipsia, così come l’Atalanta ma in modi totalmente diversi, è cresciuto tanto negli anni, ma mai era arrivato così in alto, un traguardo storico quello dei tedeschi, che rimarrà tra le storie più belle di questa tormentata stagione calcistica.



Chi sta riuscendo a elevare il Lipsia a un livello superiore è l’attuale allenatore del club, Julian Nagelsmann. Quest’ultimo ripresenta i principi di gioco che da anni ormai persistono nei dettami tattici della squadra, ma in una cornice evolutiva, con metodi nuovi e molto efficaci. Nagelsmann ha appena trentadue anni, ed ha esordito su una panchina in Bundesliga a ventotto, diventando l’allenatore più giovane a sedere sulla panchina di una squadra partecipante alla massima divisione tedesca, e quest’anno, è diventato anche il tecnico più giovane a qualificarsi alla fase ad eliminazione diretta della Champions League.

In pochi sanno che Nagelsmann è un ex calciatore e che prometteva anche molto bene. Julian era un difensore centrale, alto ed elegante, gestiva e distribuiva il pallone con molta classe. Anticipare i problemi prima ancora che si presentino è una delle doti del giovane Nagelsmann: a scuola otteneva il massimo con il minimo sforzo, grazie alla grande capacità di ascolto e velocità d’apprendimento, in campo, invece, non lo si vedeva mai andare in tackle, sempre nella posizione giusta al momento giusto, capiva sempre prima dove arrivava il pallone e bloccava così l’avanzata degli avversari. Purtroppo, la sua carriera da calciatore è finita già a vent’anni, a causa di alcuni problemi al ginocchio che non gli hanno permesso di andare avanti.

Dopo l’addio al calcio giocato, Nagelsmann torna a concentrarsi sugli studi universitari, Business administration e scienze sportive sono i suo indirizzi. L’idea di diventare allenatore gliela suggerisce Thomas Tuchel, ai tempi tecnico dell’Augsburg II, squadra in cui aveva allenato Julian da calciatore. Tuchel assegna a Nagelsmann l’incarico di studiare gli avversari, esperienza che durerà solo un anno ma che si rivelerà preziosa e porterà il ragazzo a decidere di imboccare la strada della panchina. Dopo una parentesi di un paio d’anni da assistente di Alexander Schmidt, un prezioso insegnante di Julian, arriva l’occasione di potersi sedere, non più da co-allenatore, sulla panchina dell’Under 16 dell’Hoffenheim. La sua carriera progredisce rapidamente e passa ad allenare l’Under 19, vincendo il campionato di categoria nel 2014. Alexander Rosen, direttore sportivo dell’Hoffenheim dirà: «Abbiamo capito fin dall’inizio quanto fosse speciale. Era contagioso, sempre in grado di convincere lo staff e i giocatori delle sue idee.».

Rosen descrive Julian come un ragazzo ambizioso, maniaco dei dettagli, con un incredibile conoscenza del gioco. Nel 2016 viene messo alla guida della prima squadra, subentrando alla ventunesima giornata di campionato a Huub Stevens. L’Hoffenheim lottava insperatamente per la salvezza, traguardo che verrà raggiunto e convincerà la società a fidarsi ancora del giovane mister tedesco.



Puntare su Nagelsmann significava applicare un cambio totale di filosofia e mentalità, è un Hoffenheim diverso, una squadra che adesso crede in sé stessa e nelle proprie possibilità. Così, per la stagione 2016/2017, Nagelsmann ha l’occasione di guidare la prima squadra fin dall’inizio, e i risultati saranno eccezionali: un miracoloso quarto posto nella prima annata e, nella stagione successiva, un terzo posto che, per la prima volta nella storia, permette al club di disputare i gironi di Champions League. Pazienza se poi tali risultati non si sono ripetuti nella stagione 2018/2019 – ultimo posto nel girone di Champions e nona posizione in campionato –, perché, grazie al giovane Julian, l’Hoffenheim ha potuto assaporare un calcio diverso elevandosi in una nuova dimensione.

Ma come è riuscito in una tale impresa? Tanti i moduli di gioco utilizzati, non si può partire da una precisa disposizione tattica, generalmente la base è una difesa a tre – ma si è utilizzata anche la difesa a quattro –, e il modulo che ha portato maggiori successo ai tempi dell’Hoffenheim è una sorta di 3-1-4-2, numeri che cambiano a seconda dei punti di vista. La costruzione dal basso è affidata a uno dei difensori centrali, o al mediano, che avanza con la palla prima di cercare direttamente gli attaccanti che corrono in profondità o vanno incontro al pallone per appoggiarsi ai centrocampisti. Se i corridoi centrali sono chiusi ecco che si va per vie esterne, ma il principio di base è lo spazio tra le linee, è quello in particolare che cerca Nagelsmann che, un po’ come Guardiola, chiede ai suoi di spostarsi in base al posizionamento dell’avversario e stare nei canali di ricezione. Altra tattica utilizzata dal giovane tecnico all’Hoffenheim – e, come vedremo, tuttora messa in pratica al Lipsia – è quella di alzare uno dei centrali difensivi al fianco del mediano, a quei tempi Kevin Vogt faceva questo lavoro, per permettere ai centrocampisti di alzarsi e liberare il mediano di ruolo da responsabilità di distribuzione del pallone. Fondamentali sono i centrocampisti centrali che, non solo devono coprire in mezzo al campo in fase difensiva, ma hanno il compito di accompagnare l’azione offensiva, e possono spostarsi sia centralmente che lateralmente, dialogando così con gli attaccanti o le ali e creare superiorità numerica. Lavoro questo che faceva molto bene Gnabry: infatti le due punte spesso si allargano dialogando con l’esterno che taglia dentro o si sovrappone, attirando l’attenzione degli avversari su un lato, e Gnabry era bravo a sfruttare questi momenti di disattenzione in zone centrali della difesa per inserirsi e far male. In fase di non possesso palla, l’ex squadra di Nagelsmann era molto intensa nel pressing, ma poteva anche decidere di stare più bassa, e anche in costruzione si alternavano fasi di forte verticalità e velocità, a momenti di possesso e pazienza nello sviluppo della manovra.

L’ex allenatore dell’Hoffenheim prevede nei suoi metodi di allenamento l’uso di nuove tecnologie, ma il suo lavoro è vecchio stile, più vicino all’insegnamento. Julian è in grado di fornire soluzioni concrete evidenziando cosa è andato bene e cosa è andato male, qualità questa che favorisce il miglioramento di ogni singolo calciatore, come ha affermato lo stesso Serge Gnabry: «Avevo sentito che migliora i giocatori ed è quello che mi è successo, mi ha dato tantissimi consigli, mi ha mostrato molte situazioni video, dicendomi, per esempio, di farmi trovare di più tra le linee invece di andare sempre in profondità.». Infine, ma non per importanza, Nagelsmann è in grado di intervenire a partita in corso con efficacia, grazie alle sue profonde conoscenze tattiche e di lettura del match.



Quest’anno Nagelsmann ha avuto l’opportunità di allenare il Lipsia e ha riportato alcune sue idee di gioco che già all’Hoffenheim ci aveva mostrato. Tra questi c’è lo stile di gioco versatile, non legato ad un particolare schema, esso varia a seconda dell’avversario, si alterna una difesa a tre a una difesa a quattro, ma i principi di gioco rimangono gli stessi.

In fase di costruzione dal basso, i difensori girano con pazienza il pallone per fare in modo che gli avversari si alzino in pressione, in questo modo poi si possono innescare le corse degli attaccanti che attaccano lo spazio alle spalle della linea difensiva che, avanzando per andare in pressing, lascia campo dietro di sé. Nagelsmann, come già aveva fatto all’Hoffenheim, con una difesa a tre spesso chiede ad uno dei centrali di alzarsi fino a centrocampo, in questo modo gli attaccanti in pressione sono costretti ad arretrare la posizione per coprire centralmente, e i centrali difensivi hanno più spazio per impostare, soluzione utile soprattutto quando c’è un solo mediano, in quanto vengono tolte responsabilità a quest’ultimo in regia. Il Lipsia scagliona i reparti in più zone del campo, non è una disposizione lineare. Con un doppio mediano, ad esempio, si vede uno che va in appoggio ai difensori e uno che si alza dietro i centrocampisti avversari, e anche tra gli uomini offensivi, c’è sempre uno che si abbassa e un altro ad attaccare la profondità. Riassumendo, un mediano si abbassa e dà l’appoggio ai difensori che a questo punto hanno più soluzioni: possono servire gli attaccanti che vengono incontro, possono trovare l’altro mediano che si muove tra le linee, o lanciano lungo alla ricerca di un attaccante che sta attaccando la profondità.

Il Lipsia può attaccare sia centralmente sia lateralmente, in quest’ultimo caso una volta che la palla arriva al terzino o ala, corre in appoggio un attaccante, gli avversari sono attirati su un lato e, velocemente, il Lipsia può dirigere il pallone al lato opposto che rimane scoperto. Creare superiorità numerica è un concetto molto caro a Nagelsmann, che già all’Hoffenheim ci aveva lavorato: immaginando un 3-4-3, gli attaccanti esterni si abbassano per ricevere nei mezzi spazi, e intanto lungo il lato sale l’esterno di centrocampo, che crea superiorità numerica sulla corsia dove dialogano esterno, ala d’attacco e uno dei centrocampisti centrali, i quali puntualmente accompagnano l’azione offensiva – in caso di 4-4-2 sono gli esterni di centrocampo ad attaccare gli half spaces e i terzini salgono lungo la corsia.



Quando si perde il pallone, il contro-pressing è la prima scelta, due, tre giocatori si avventano su chi è in possesso del pallone per recuperarlo il più velocemente possibile. Quando invece gli avversari giocano con calma da dietro, è diverso: a seconda dell’avversario si decide se lasciarli costruire o se attaccarli, costringendoli su un lato, creare superiorità numerica, e portarli all’errore. Come all’Hoffenheim, anche in questa nuova esperienza Nagelsmann ha creato una squadra in grado di pressare con grande intensità, ma anche, a seconda delle fasi di gioco, capace di stare dietro, con una linea difensiva a 5 o con un compatto 4-4-2.

Altra importante caratteristica dell’attuale squadra di Nagelsmann è la capacità di giocare in contropiede: il Lipsia è in grado di ripartire velocemente, servendo direttamente in verticale la corsa degli attaccanti alle spalle dei difensori avversari, o innescarla dopo una serie di brevi scambi con i giocatori offensivi che danno gli appoggi e disorientano gli avversari.

Fattore spesso poco considerato quando si parla del Lipsia, è la qualità degli interpreti, forse fin troppo poco celebrati, ma giovani e di gran talento. Tutti conoscono Timo Werner – ventisette gol in trentasei partite finora –, ma oltre a lui ci sono giovani importanti come Nkunku – dodici assist in ventitré partite di Bundesliga –, per non parlare di Upamecano o del capitano Sabitzer. Una rosa quindi già competitiva, integrata a gennaio dagli arrivi di Angeliño, terzino dal mancino educato, o di Dani Olmo, un talento seguito da mezza Europa.

Dietro i successi del Lipsia ci sono idee, progetti e competenze, nulla è frutto del caso, a partire dalla politica della società – chiara, precisa e coerente – fino ai concetti che vengono espressi sul terreno di gioco, figli della crescita che la squadra ha avuto negli anni e fioriti in questa stagione, sotto la guida di un allenatore moderno, destinato a grandi squadre e gloriosi successi.


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