Stramaccioni Iran

L’insolita idolatria di Stramaccioni in Iran

Curiosità Slider

«Se l’inizio è buono, la fine dev’essere perfetta», forse si ispirano a questo antico proverbio persiano i tifosi dell’Esteghlal, mentre tempestano di commenti – al momento più di 8 milioni, ma ce ne sono di nuovi praticamente ogni minuto da ormai un anno – l’unica foto presente sulla pagina Instragram ufficiale di Andrea Stramaccioni, allenatore romano presto dimenticato dal calcio italiano, che pare invece destinato alla venerazione eterna nella capitale – Teheran – di quello strano, complicato e meraviglioso paese che è l’Iran.



Romano e romanista, Andrea cresce – calcisticamente e non solo – tra la capitale e Bologna, ottenendo proprio con i rossoblù il suo primo contratto da professionista. La carriera sul campo, però, sarà brevissima – il tempo di un urlo di dolore –, causa un grave infortunio al ginocchio destro, durante la sua unica presenza nella prima squadra, contro l’Empoli in Coppa Italia Serie C. A Strama non resta che fare di necessità virtù, e per non abbandonare il calcio inizia una precoce carriera da allenatore e – con il Crotone di Gasperini – da osservatore. In mezzo anche una laurea in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, con un ulteriore testimonianza della fede romanista, la dedica il giorno della laurea all’ex presidente Franco Sensi.

I successi a livello giovanile sono tanti, con gli esordienti, gli allievi e i giovanissimi di AZ Sport, Romulea – dove aveva dato i primi calci al pallone – e poi – su volontà di un certo Bruno Conti – la tanto sognata squadra del cuore, la Roma, dove passa 6 anni. Nel giugno 2011 diventa l’allenatore della primavera dell’Inter, e vince ancora: conquista la prima edizione della NextGen Series, il primo torneo europeo giovanile – istituito quello stesso anno –, sovrastato dopo sole due edizioni dalla Youth League. A quel punto, la chiamata per allenare i grandi sembra meritata – per non dire inevitabile – e infatti Stramaccioni sostituirà Claudio Ranieri sulla panchina della prima squadra nerazzurra. Antonio Cassano, come riportato da una famosa imitazione dello stesso allenatore, gli dirà: «Strama, bene bene!», ma il grande salto non verrà mai del tutto realizzato, e a parte soddisfazioni minori – il record di 9 vittorie esterne consecutive nelle varie competizioni e la prima vittoria di una squadra ospite allo Juventus Stadium – sono le delusioni a comporre il tessuto della sua esperienza meneghina.

Per quanto riguarda l’Esteghlal, il club capitolino viene fondato al tramonto della Seconda Guerra Mondiale – settembre 1945 – da alcuni atleti e studenti dell’esercito, con il nome originario ‘Docharkhe Savaran‘, ‘Ciclisti’, in quanto la maggior parte dei soci aveva come primo interesse il ciclismo. Un presupposto singolare, che non ha però impedito alla società – di calcio – di diventare una delle più importanti del Paese, con un palmarès di 8 campionati, 7 coppe nazionali e 2 Champions League asiatiche. Importanza che non si esprime soltanto dal punto di vista sportivo, basta analizzare la storia dei nomi assunti dal club: durante il periodo monarchico il nome fu cambiato in ‘Taj‘, ‘Corona’, che poi divenne l’odierno ‘Esteghlal‘, ‘Indipendenza’, con la rivoluzione iraniana e l’acquisto della squadra da parte del ministero dello sport, fattore decisamente non marginale. Da un gruppetto di amici amanti del ciclismo al governo: un passaggio di consegne niente male.

La casa dell’Esteghlal è lo stadio Azadi, ‘stadio della Libertà’, anche noto come stadio Aryamher, ‘stadio Luce degli ariani’. Se ci notate una contraddizione tranquillizzatevi: il termine ‘ariani’ era comunemente usato per indicare i popoli antenati di Iranici – tra cui ci sono gli iraniani – e gli Indoari, e proprio per le implicazioni razziste poi assunte è stato progressivamente sostituito con indoiranici. Lo stadio Azadi/Aryamher ha una capienza ufficiale di circa 78.000 spettatori, ed è condiviso dall’Esteghlal con gli acerrimi rivali del Persepolis.

Il derby di Teheran è la partita più infuocata del campionato, ma malgrado la decennale contrapposizione il Persepolis presenta qualche peculiare punto in comune con i blu: è di proprietà del ministero dello sport, ha cambiato nome un paio di volte – Shanin, Pirouzi, il nome scelto dal governo, rifiutato in favore del nome storico, Persepolis appunto – ed è stato fondato da chi si occupava di tutt’altro sport, il pugile Ali Abdo.



Quando Stramaccioni vola in Iran e firma il 13 giugno 2019 per l’Esteghlal ha alle spalle – oltre quella con l’Inter – le esperienze con Udinese, Panathinaikos e Sparta Praga: in nessuna di queste squadre è durato più di un anno e mezzo. Quando l’Esteghlal nomina allenatore Stramaccioni ha alle spalle un solo titolo – stagione 2012/2013 – e due Coppe dell’Iran conquistate nelle ultime dieci stagioni, e tanti secondi e terzi posti, sempre dietro al Persepolis, che invece da 3 anni faceva incetta di vittorie, per lo meno in patria. Per entrambe le parti, insomma, quella del rilancio non è una voglia, ma una necessità.

L’inizio della stagione però non sembra andare in questa direzione, è anzi un discreto disastro: 3 punti in 5 partite, zero vittorie, terz’ultimo posto in classifica e sconfitta nel derby in saccoccia, peraltro con un rigore sbagliato. Se non altro, nel derby il tecnico accantona per la prima volta il 4-2-3-1 per passare ad un 3-4-2-1, che perfezionato in un 3-4-1-2 fa girare gli ingranaggi: arrivano 7 vittorie – 6 consecutive – e 1 pareggio, con caterve di gol spartiti soprattutto tra i due attaccanti, il giovane Mehdi Ghayedi e una vecchia – incredibile – conoscenza della Serie A, Cheick Diabaté.

La squadra è adesso addirittura prima, l’attacco è devastante e la difesa affidabile, tutto gira per il meglio, Stramaccioni in Iran è diventato in poco tempo Prince of Persia, cosa potrebbe andare storto? Ad esempio che l’Iran è soggetto a sanzioni economiche dagli Stati Uniti, e per questo non è in grado di trasferire denaro in altri paesi, e quindi su un conto corrente italiano, quello dell’allenatore. Scavando più a fondo si scoprirebbe che tali sanzioni sono imposte anche a causa di un evento risalente alla rivoluzione del ’78-79, il sequestro di 52 persone all’interno dell’ambasciata americana a Teheran, da parte di studenti iraniani rivoluzionari. In pratica potremmo azzardare che una rivoluzione di circa 40 anni fa abbia avuto un impatto decisivo sull’avventura iraniana di Stramaccioni. Quel che è certo è che Andrea, dopo mesi di pagamenti negati, risolve il contratto l’8 dicembre 2019, dopo gli interventi dell’ambasciata italiana e persino della Fifa. Niente Natale a Teheran – De Laurentiis prendi nota – per lui e il suo staff.



Arrivato a Roma il 9, l’allenatore romano si concede a qualche giornalista, parla con quella che sembra sincera amarezza, dispensa complimenti per i suoi ex-giocatori, per la gente iraniana, per il calcio asiatico, augura alla squadra impegnata quello stesso giorno di vincere. Ma i tifosi dell’Esteghlal non hanno nessuna intenzione di vedere la loro squadra guidata da qualcuno che non sia il loro idolo italiano, e si riversano in massa sotto la sede del ministero dello sport, accusando anche il ministro Soltanifar di essere un tifoso del Persepolis. La sommossa provoca l’aggressione ad un dirigente dell’Esteghlal, le dimissioni del presidente Fathi ma non il ritorno in Iran di Stramaccioni, sebbene lui stesso si mostri disponibile a tale possibilità.

Ad oggi, niente di nuovo sul fronte orientale: l’Esteghlal ha anche presentato ad agosto una nuova offerta al tanto amato mister, il quale però ha declinato – per ragioni non certe – le avance, e neanche la valanga di commenti in persiano sembrerebbe fargli cambiare idea, pur essendo la dimostrazione che i supporters iraniani continuano a sperare che un giorno, in modo casuale – quindi forse nel modo più giusto per questa storia – le strade di Stramaccioni e Esteghlal si rincroceranno.

L’epilogo di questa strana, bella e triste storia non è che una manifestazione del complesso rapporto tra calcio e politica in Iran, un paese riuscito – suo malgrado – a passare dalla padella – una monarchia autocratica – alla brace – un governo presieduto da fondamentalisti islamici, che fino a poco tempo fa vietava ai calciatori tutto ciò che si rifacesse ad un look occidentale, e che tutt’ora non consente l’accesso allo stadio al pubblico femminile –, passaggio tra l’altro descritto in un film del 2007 candidato all’Oscar, Persepolis – già, come la squadra nemica dell’Esteghlal.

In un contesto politico così oppressivo come quello dell’Iran, il calcio ha da sempre rappresentato una ventata di occidente, a cui la gente non ha intenzione di rinunciare, ed è pertanto più comprensibile di quanto sembri che la fine di un sogno, quello dell’Esteghlal di Andrea Stramaccioni, non sia stata tutt’ora accettata.

Leggi anche: La sindrome di Edu Vargas



Condividi su...
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter