Crouch

Fonte immagine: etyek, via Wikimedia Commons | CC BY 2.0 Generic

La straordinaria normalità di Peter Crouch

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Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Diego Armando Maradona, l’opinione pubblica si è divisa fra chi ha preferito semplicemente lasciare un messaggio di cordoglio e chi ha invece colto l’occasione per esprimere le proprie perplessità nei confronti del Maradona uomo. Senza entrare nel merito del dibattito, questa vicenda ci ha una volta di più messo di fronte non solo all’incapacità umana di accettare la compresenza di aspetti positivi e negativi in un singolo soggetto, ma soprattutto alla fragilità dell’essere umano stesso, anche quando per certi aspetti ricordi più un Dio che un uomo.

Dietro l’eroe c’è sempre l’uomo, ed è un peccato che la maggior parte degli appassionati colga questa verità solo in occasione di esempi estremamente polarizzati come le stravaganze di Maradona, la determinazione con cui Romeru Lukaku ha trionfato contro la povertà, la generosità fuori dal comune di Sadio Mané o l’eccessiva eccentricità di Paul Gascoigne.

La verità è che la maggior parte dei calciatori non ha da raccontare una storia preprofessionale strappalacrime o una vita parallela a quella calcistica sui tabloid, né numeri e successi da Dio del calcio. Uno degli esponenti di questo mondo è senza dubbio Peter Crouch, che sia durante che soprattutto dopo la sua carriera ha spesso raccontato la sua straordinaria normalità.

Peter descrive solo ciò che è riuscito a realizzare e ad ottenere con grande soddisfazione ed umiltà, e con gli occhi grati e sognanti di un bambino, conscio della sua forza e dei suoi limiti. È quasi commovente sentirlo parlare della sua prima macchina costosa, dei posti in prima fila ai concerti e in generale della sua vita da privilegiato, di cui è giustamente consapevole, senza mai cadere nella spicciola retorica di chi crede che l’umiltà significhi essere novelli San Francesco.



Crouch inizia la sua vita calcistica in una delle più grandi squadre d’Inghilterra: il Tottenham. Nato il 30 gennaio del 1981, entra nelle giovanili degli Spurs nel ’95, per poi passare in prestito al Dulwich Hamlet nel campionato regionale e addirittura al Hasslehölm, in terza serie svedese.

Il suo sogno calcistico si avvera nel momento in cui si trasferisce al Queens Park Rangers in Championship. Questa destinazione gli permette di restare a Londra, dove vivono la sua famiglia e tutti i suoi amici, ed anche di ricevere il loro amore calcistico, in quanto tutti tifosi del QPR. Procurava loro talmente tanti biglietti che gran parte della tribuna centrale veniva occupata da questi suoi personalissimi supporters, che ogni settimana puntavano qualche sterlina su di lui come primo marcatore, e Peter, il più delle volte, non li deludeva.

A questo punto della sua carriera, poco meno che ventenne e già beniamino di tutti i suoi amici e conoscenti, la seconda divisione inglese gli sembra un traguardo incredibile, e già immagina la sua lunga carriera in cadetteria.

Nel 2001 Crouch si ritrova di fronte al primo bivio della sua carriera: il QPR, falcidiato dalle difficoltà economiche, lo cede al Portsmouth, dove non conosce nessuno. Di questo periodo Peter ricorda soprattutto le condizioni tragicomiche a cui la squadra era sottoposta fuori dal campo. Il club non aveva un vero e proprio centro d’allenamento e condivideva la mensa, fra le altre cose, con alcuni reparti militari: facile immaginare l’imbarazzo quando tu e il tuo indisciplinato gruppo di colleghi siete costretti a condividere la sala con le ordinate fila della marina inglese. Crouch, però non parla di quei giorni con arrogante disprezzo, ma con palese nostalgia, in particolare per l’alchimia che riuscì a costituire con i suoi compagni, conducendolo l’annata con 18 gol in 37 presenze.

Inaspettatamente, a fine stagione, arriva la chiamata dell’Aston Villa. Quello che colpisce in Peter non è tanto la prolificità, specialmente a questo punto embrionale della carriera, ma la sua stazza: i suoi due metri di altezza lo rendono un giocatore unico in quel ruolo e la Premier League inizia a coglierne l’opportunità. Graham Taylor però non sembra considerarlo una prima scelta, nonostante le 5.000 sterline e gli scenografici sforzi per portarlo a Birmingham. Stavolta Peter è davvero tanto lontano da Londra e dalla sua famiglia, e questo contribuisce ad un’ansia sociale che lo colse in quei giorni, tipica di ogni ragazzo catapultato in terra straniera, lontano dalla sua comfort zone affettiva.

Una volta giunti in città per la firma, Peter e suo padre vengono sistemati in un albergo di lusso, con soggiorno gentilmente offerto dal club. In questo momento Crouch ha la cognizione di essere un giocatore di Premier League, e pazienza se in realtà la splendida suite non fosse che una scelta di marketing: fra le proteste dei nuovi proprietari del suo cartellino, Peter restò in quella camera per ben tre mesi.

L’anno dopo accetta il prestito al Norwich, sperando di trovare più spazio, ma vi rimane solo tre mesi, nei quali segna quattro reti, per poi tornare a Birmingham, dove segnerà altrettante reti sotto la guida di O’Leary, che rispettava molto Peter come uomo, ma forse meno come calciatore.



La sua carriera sembrava vicino all’arenarsi sullo scoglio del salto di categoria, quando arriva il trasferimento al Southampton, una tappa fondamentale per la sua carriera. Con i tifosi dei Saints svilupperà un legame incredibile, quasi spirituale. Non riesce ad essere incisivo da subito, ma quando finalmente arrivano i gol Peter non si ferma più, finendo per essere considerato una sorta di talismano. I suoi 12 gol non saranno però sufficienti ad evitare al club l’ultimo posto, non pregiudicando però il giudizio sulla sua stagione personale. Non è difficile capire perché Crouch entri così facilmente nel cuore dei suoi tifosi, con quell’aspetto inusuale e le movenze poco aggraziate non può passare inosservato.

L’annata positiva gli fa guadagnare la chiamata del Liverpool, il momento che ogni calciatore aspetta da tutta la carriera. Un’emozione per Crouch indescrivibile, forse troppo. Questo è il momento più buio della sua carriera, quello in cui Peter crede di essere vicino alla depressione. La palla non ne vuole sapere di entrare e le settimane passano. Adesso è famoso in tutto il Paese, e spesso finisce sulle prime pagine dei giornali. L’Inghilterra intera lo tratta come un fenomeno da baraccone.

Deriso ovunque andasse, Peter non ha neanche più la forza di lasciare il suo appartamento, fin quando non accade qualcosa di magico: Carragher lo invita nel suo pub per una serata karaoke, a cui molti calciatori dei Reds partecipano quasi come rito d’iniziazione. Crouch spera di poter restare in disparte, ma il possente centrale inglese lo costringe a cantare una canzone e il pubblico, strabordante di tifosi di entrambe le sponde di Liverpool, gli riserva una standing ovation che definisce tutt’oggi uno dei momenti più belli della sua vita. Era ovvio che i suoi tifosi non lo odiassero, che capissero il suo impegno e che pregassero quanto lui per far sì che quel maledetto pallone varcasse la linea. E la palla entrò, nel modo più rocambolesco possibile, ma entrò.

Da quel momento Peter inizia a segnare a raffica, vince una FA Cup, il suo sogno da bambino, battendo in finale ai rigori il West Ham, dopo una doppia rimonta alla quale contribuisce con un assist per il primo dei due meravigliosi gol di un Gerrard ingiocabile – dovrebbe esserci anche il suo nome sul tabellino dei marcatori, ma gli viene annullata una rete per un fuorigioco inesistente.

L’anno dopo raggiunge la finale di Champions League, persa poi contro il Milan ad Atene. Convinto che quella squadra e quel cammino – al quale contribuì con 6 reti – fossero addirittura superiori a quello che nel 2005 condusse il Liverpool a vincere la coppa a Istanbul, non giocare quella partita dal primo minuto e soprattutto perdere la Coppa restano i più grandi rimpianti della sua carriera. Un pugno nello stomaco sapere la mattina del match che non l’avrebbe giocato da titolare, conscio del contributo che avrebbe potuto dare alla causa.



Prima di tutto ciò realizza un altro grande sogno: giocare per la Nazionale inglese. In un periodo in cui al suo fianco c’erano calciatori del calibro di David Beckham, Wayne Rooney, Frank Lampard, Steven Gerrard, John Terry e così via.

In un party pre-Mondiale Crouch si alza dal tavolo e annuncia che prima di arrivare al bagno farà qualcosa di stupido: Peter inizia a ballare come un robot, non sapendo di essere ripreso. Il video, che viene reso pubblico, diventa presto virale in tutto il mondo, e Beckham gli propone di esultare con questo balletto nel caso avesse segnato contro l’Ungheria. Crouch non parte nemmeno titolare e si ritiene al sicuro, ma gli bastano i 25 minuti finali di partita per segnare. Vedere un longilineo uomo di oltre due metri ballare in quel modo è semplicemente stupendo. Quest’esultanza diventerà il suo marchio di fabbrica e Peter la riproporrà spesso nel corso della carriera.

Al Mondiale in Germania l’Inghilterra non riesce ad andare oltre i quarti di finale, venendo eliminata ai rigori dal Portogallo, ma per Crouch rimane un’esperienza indimenticabile, e di fatto non capita a molti di essere l’attaccante titolare in un Mondiale di quella che era una delle nazionali inglesi più forti di sempre.



L’arrivo di Fernando Torres a Liverpool è un duro colpo per la carriera di Crouch, che per arrivare qui si era addirittura presentato a casa del suo precedente allenatore che non intendeva lasciarlo partire, e di certo ora non ha intenzione di andarsene, ma Peter è ancora troppo giovane per rischiare di perdere titolarità e Nazionale. Accetta dunque il trasferimento al Portsmouth, dove nel frattempo le cose sono cambiate parecchio: ora la squadra, fresca di vittoria dell’FA Cup, è in Premier League e ha in rosa ottimi giocatori come il portiere della Nazionale James, Campbell e Kranjčar, oltre allo stesso Crouch il cui acquisto è un chiaro tentativo del club di divenire competitivo.

Peter si trova benissimo, segna 15 gol, la squadra gioca un ottimo calcio e la sensazione è che siano gli albori di un percorso che avrebbe portato il club molto in alto. Ancora una volta, però, il ridimensionamento economico finisce per causare lo smantellamento della rosa e la fine calcistica del Portsmouth, che non si riprenderà mai più.

Dopo questa esperienza Peter torna al Tottenham, la squadra che lo ha cresciuto. Finalmente a Londra, Crouch spera di concludere qui la sua carriera, ma vi resterà solo due anni, giusto in tempo per vivere quello che, come da lui stesso dichiarato, è il momento più intenso della sua carriera, ossia quello del goal negli ultimi minuti della partita contro il Manchester City, che valse agli Spurs la prima qualificazione alla Champions League.




Ciò nonostante, la società preme per il trasferimento e lo Stoke City pare voler basare i propri progetti sulla figura di Crouch. Nonostante Peter preferisca rimanere a Londra, la tenacia con la quale lo Stoke lo corteggia, lo convince ad abbracciare la causa dei Potters.

Spesso, negli ultimi anni, abbiamo sentito dire che il calcio britannico, principalmente quello inglese, sia profondamente mutato dal suo assetto tradizionale, cosa facilmente constatabile con i nostri stessi occhi. L’espressione “calcio inglese”, non indica infatti tanto il calcio giocato in Inghilterra, ma un modo a sé stante di intendere questo gioco. Dunque è possibile rintracciare sue manifestazioni in Italia o in Germania, e perfino nello stile d’arbitraggio. Tuttavia, passi per qualche sporadico baluardo di resistenza, il calcio inglese sembra stia abbandonando l’Inghilterra stessa.

Lo Stoke di Tony Pulis e Peter Crouch è forse stato l’ultima credibile ed efficace espressione del calcio inglese nella sua accezione più pura, proponendo un calcio muscolare, cinico, basato sulla forza fisica e sui centimetri, sugli ormai eretici lanci lunghi e sulla negazione dell’estetica.

Crouch rimane allo Stoke per ben sette anni, divenendo un’istituzione del club. Purtroppo, col tempo, molti giocatori assunsero atteggiamenti inaccettabili e la squadra si disunì al punto da retrocedere, nonostante pochi anni prima avesse addirittura giocato i gironi di Europa League.

Dopo un anno poco fortunato con lo Stoke in Championship – nel quale addirittura rischia un’ulteriore retrocessione –, Crouch prova a rilanciarsi in Premier League con il Burnley, dove però gioca appena 6 gare, senza mai segnare. «Non erigeranno a breve una mia statua a Burnley, ma sono contento di aver concluso la mia carriera lì», dirà con il suo spiccato umorismo.

Lascia il calcio dopo 467 presenze e 106 gol nel massimo campionato inglese – statistica non scontata, solo 29 giocatori fanno parte del club della tripla cifra di reti –, nel quale detiene ancora oggi il record per il maggior numero di gol segnati di testa.

Non tutte le storie sono eroiche o strappalacrime, la carriera di Crouch racconta, e non sembrerebbe a guardarlo, di una persona normale, con i suoi momenti di felicità e momenti di tristezza, a cui ogni tanto capitava di fare cose più o meno straordinarie su un manto erboso. Crouch è uno che faceva e fa dell’umiltà, della semplicità e dell’umanità i suoi punti di forza. Forse il miglior esempio di come il calcio sia un’opportunità da cogliere per cambiare la propria vita, non sé stessi.

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