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Brighton & Hove Albion, alla corte di Graham Potter

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Brighton è nota per svariate cose: è una delle località balneari più apprezzate in Inghilterra, essendo sita nell’estremo sud della nazione; una cioccolateria chiamata Choccywoccydoodah, da cui è stato tratto un programma TV di dubbio gusto trasmesso da Real Time; una canzone dei Queen chiamata ‘Brighton Rock‘, anch’essa di dubbio gusto e citata nello splendido film ‘Baby Driver‘ di Edgar Wright; il Gay Pride più grande d’Europa.

Ma ultimamente c’è una squadra che ha catturato le attenzioni degli appassionati, il Brighton & Hove Albion, una squadra che vanta solo cinque partecipazioni in Premier League – a cui si sommano quattro annate nella vecchia First Division. Il momento più alto nella storia della squadra avvenne nel 1983, quando trascinati da Jimmy Case arrivarono in finale di FA Cup, poi persa contro il Manchester United per 4-0 al replay dopo che il primo incontro terminò 2-2.

Quello che in questo momento differenzia il Brighton dalle altre piccole realtà inglesi che tendenzialmente ad inizio stagione hanno come obiettivo quello di non retrocedere, è che i seagulls sono una squadra ambiziosa, non grazie alla propria forza economica, ma sul campo, con uno stile di gioco peculiare e particolarmente gradevole da vedere, e tutto questo grazie solamente al lavoro dell’allenatore Graham Potter.

La carriera da coach di Graham Potter è iniziata in maniera totalmente non convenzionale. Dopo una parentesi non particolarmente brillante da giocatore, comincia ad allenare nel 2011, sedendo sulla panchina dell’Östersund, squadra della quarta serie svedese. L’esperienza in terra scandinava, durata sette anni, si è rivelata ottima per farsi le ossa e non è stata avara di soddisfazioni. Potter ha portato la squadra dalla quarta categoria all’Allsvenskan, il principale campionato nazionale, e nel 2017 ha vinto la Coppa di Svezia, conquistando anche la prima storica qualificazione del club in Europa League – competizione in cui arrivò ai sedicesimi di finale per poi essere eliminato dall’Arsenal, nonostante una storica vittoria per 1-2 all’Emirates.

Nel 2018 torna nel Regno Unito per allenare lo Swansea, resta nella squadra gallese un solo anno in cui centra un decimo posto in Championship, ma soprattutto, porta gli swans fino ai quarti di finale di FA Cup in cui si deve arrendere al Manchester City, che quell’anno conquista il Domestic Treble, coronato con la vittoria al cardiopalma della Premier dopo una lunga cavalcata a due con il Liverpool, che si risolse solo nei 90 minuti finali. La squadra con cui era impegnato il City? Lo avrete intuito, era il Brighton, che nonostante la salvezza acquisita esonerò l’allenatore Chris Hughton per dare le chiavi della squadra a Potter.


Prima di passare alla parte tecnico/tattica del lavoro di Potter al Brighton, è necessario spendere qualche parola sulle sue metodologie di lavoro, per capire quanto sia peculiare il personaggio. In questo breve estratto di un documentario prodotto dal Guardian, registrato prima della doppia sfida con l’Arsenal, viene messo in mostra un lato decisamente bizzarro dei metodi di Potter. L’allenatore di Solihull incentiva i propri giocatori a prendere lezioni di canto, in modo tale da farli uscire dalla propria comfort zone – che è anche il titolo del documentario. Non a caso anche colui che è universalmente riconosciuto come il numero uno degli allenatori non convenzionali, Marcelo Bielsa, è un grande estimatore di Potter.

Per quanto riguarda la parte di campo, il tecnico inglese schiera le sue squadre con un 3-4-2-1 e basa il suo gioco sul possesso palla, costruendo con i tre difensori centrali e coinvolgendo spesso il portiere Robert Sánchez. Il Brighton tiene moltissimo il pallone, basti vedere la percentuale totale di possesso palla della Premier League appena terminata, in cui i seagulls hanno chiuso al quarto posto dietro soltanto a Liverpool, Manchester City e Chelsea – ovvero le prime tre in classifica.

Il concetto base non si limita alla costruzione dal basso, la vera peculiarità del Brighton è il suo essere molto camaleontico in fase di costruzione, non disdegnando i passaggi lunghi, che consentono agli attaccanti di coprire gli half spaces per potersi appoggiare sui quarti di centrocampo. È questo che rende il gioco del Brighton estremamente ambizioso ed offensivo.

Nonostante una capacità costante di creare numerose occasioni da goal, il Brighton trova proprio nella rete la propria pecca maggiore, poiché non capitalizza quanto potrebbe. La squadra in questa stagione ha segnato 42 gol a fronte di 49,57xg generati, un deficit che è costato molti punti in un campionato in cui ha occupato per un po’ di mesi le zone nobili della classifica, per poi chiudere comunque con un fantastico nono posto – miglior piazzamento di sempre – a 51 punti – mai così tanti prima d’ora.

Il profilo disegnato finora potrebbe far intendere che questa sia una squadra sbilanciata che cura poco la fase difensiva, nulla di più lontano dalla realtà. La base della manovra difensiva del Brighton è il pressing che viene praticato a tutto campo e in un blocco unico, ma i dati statistici sono eccellenti, i seagulls sono una delle migliori squadre per duelli aerei vinti e per tackle riusciti, che per una squadra che sposta il baricentro del proprio gioco non è mai scontato, e hanno concluso il campionato con 44 gol subiti – sesta miglior difesa della Premier League.

Il lavoro di Potter è estremamente valido anche per la sussistenza stessa di un club dalle limitate possibilità economiche come il Brighton – soprattutto se comparate ai giganti della Premier –, in quanto, sapendo valorizzare elementi singoli, può permettere al club di operare nel player trading. Un esempio su tutti è il difensore centrale Ben White – prodotto del vivaio –, che è stato venduto all’Arsenal per la ragguardevole somma di circa 60 milioni di euro, che è stata poi investita in piccola parte per acquistare dal Getafe Marc Cucurella, esterno scuola Barcellona che al primo anno è già stato votato dai tifosi come MVP dell’annata.

Questo non deve far pensare che la squadra sia costituita da soli giovani, anzi, nella sua interezza è molto eterogenea, essendo composta da elementi di grande esperienza a livello di Premier League come Adam Lallana e Danny Welbeck, ma anche da talenti interessantissimi come l’ecuadoriano Moises Caicedo e il francese Yves Bissouma.

Tutti questi ingranaggi rendono il Brighton la squadra intrigante che è oggi, che sta portando notevoli risultati e grandi soddisfazioni ai propri tifosi. Una squadra che è passata dal lottare per non retrocedere all’essere in lotta per l’Europa, capace di prendere in questa stagione gli scalpi di squadroni come l’Arsenal, il Tottenham e il Manchester United. Una squadra che sembra poter continuare progressivamente a crescere, sotto il lavoro sapiente del proprio allenatore.

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