Signori

Una vita da Signori

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Corre l’anno 1995 e, in una calda giornata di metà giugno, nelle radio romane non si parla d’altro: Giuseppe Signori è stato ceduto al Parma per 25 miliardi di lire. Il capocannoniere della squadra, l’uomo simbolo di una Lazio destinata a non fare più da comparsa, l’idolo di un’intera generazione è sul piede d’addio. I tifosi non ci stanno e in migliaia invadono le piazze della capitale, Roma è paralizzata e l’allora presidente Sergio Cragnotti viene preso di mira. Signori resterà alla Lazio, annuncerà poco dopo il patron biancoceleste.

Basterebbe questo per capire il legame viscerale che negli anni si è sviluppato tra Signori e i suoi tifosi, in particolare il popolo biancoceleste, ma riavvolgiamo il nastro e riviviamo insieme la sua storia.



Giuseppe Signori, per tutti Beppe, nasce il 17 febbraio del 1968 ad Alzano Lombardo, un piccolo comune in provincia di Bergamo, ed è un figlio di quella leva calcistica di De Gregori cresciuta a pane e calcio. Dopo le giovanili tra le fila dell’Inter e diversi anni di gavetta scalando le categorie del calcio italiano dalla Serie D alla B, passando per C2 e C1, con le maglie di Leffe, Trento e Piacenza, è la sua prima – ed unica – esperienza nel sud della Penisola, precisamente al Foggia, a cambiare per sempre le carte in tavola.

L’incontro più importante della sua vita calcistica, dichiarerà successivamente il bomber lombardo, è quello con il suo maestro Zdeněk Zeman, nel Foggia dei miracoli, vera e propria favola in grado di conquistare una promozione in Serie A, salvarsi per tre volte consecutive e sfiorare anche un piazzamento in Coppa UEFA.

Signori nasce come trequartista, dotato di un mancino da fare invidia e una rapidità non indifferente, ma sarà il cambio di ruolo a dare una svolta alla sua carriera: il tecnico boemo vede in lui doti nascoste, sarà avanzato tra i tre attaccanti del classico 4-3-3 targato Zeman e darà vita, insieme a Roberto Rambaudi e Ciccio Baiano, al cosiddetto tridente delle meraviglie. Con la squadra pugliese fa il suo esordio in Serie A nella stagione 1991/1992, mette a segno 38 marcature in tre stagioni e strappa la convocazione e l’esordio con la Nazionale maggiore di Arrigo Sacchi.

Il marchio di fabbrica per eccellenza di Giuseppe Signori è senza dubbio il particolare modo di battere i calci di rigore, divenuto poi iconico nel tempo. Chissà quanti bambini, negli anni Novanta, hanno cercato di emulare il rigore alla Signori. Egli era solito tirarli da fermo, osservando i movimenti del portiere trovava con più facilità l’angolo giusto. Una tecnica tanto rischiosa quanto efficace, che gli vale tutt’ora un posto tra i rigoristi più precisi del massimo campionato italiano – ha trasformato circa l’85% dei rigori calciati in carriera.

«Io tiravo da fermo perché nei rigori serve solo la precisione. Obbligavo il portiere a decidere prima di me. Lui teneva un ginocchio più in basso dell’altro, un movimento determinante perché mi indicava che avrebbe spinto con quella gamba, e quindi sarebbe andato dalla parte opposta»

Meno importante e peculiare, ma comunque rilevante nella sua carriera, è l’altra specialità del calcio da fermo: la punizione. Se lo ricorda bene l’Atalanta, che nell’aprile del 1994 subì tre reti in questo modo proprio dall’allora ventiseienne: due battute di potenza, dopo il tocco di un compagno, e l’ultima di precisione – ancora oggi un record per il campionato italiano, eguagliato due anni dopo da un altro giocatore biancoceleste, Siniša Mihajlović.



Saranno alla Lazio gli anni della definitiva consacrazione, nei quali diventa uno dei migliori attaccanti italiani di quel periodo. Viene acquistato dai biancocelesti nell’estate del 1992, con il compito di addossarsi la pesante eredità di Rubén Sosa, un giocatore divenuto simbolo dei tifosi capitolini.

Con la squadra guidata da Dino Zoff, conquista subito il suo primo titolo di capocannoniere grazie alle 26 reti realizzate, trascinando la Lazio al raggiungimento di una posizione UEFA che mancava da quindici anni. Nella stagione successiva ottiene il suo secondo titolo di capocannoniere consecutivo e l’anno dopo ancora, ritrovando il maestro Zeman sulla sua strada, porta la Lazio sul secondo gradino del podio, alle spalle della sola Juventus di Lippi – in quel momento il miglior piazzamento di sempre per le aquile, escluso chiaramente lo Scudetto del 1974.

Una piccola statura, un mancino chirurgico e una rapidità disarmante gli consentivano di agire anche come ala sinistra, facendo del tiro a incrociare il suo cavallo di battaglia. Grazie alla sua freddezza sotto porta e ad una Lazio sempre più in forma, Beppe ritrova – dopo un solo anno di digiuno – la vetta della classifica marcatori nella stagione 1995/1996, entrando di diritto nella stretta cerchia di giocatori capaci di vincerne almeno tre – più di lui, con cinque, solo Gunnar Nordahl.

Dopo un trasferimento fatto saltare dai tifosi e 127 reti in 195 presenze, la straordinaria esperienza di Beppe Signori alla Lazio si conclude nel 1997, a causa di un rapporto tutt’altro che semplice con il neo-allenatore biancoceleste Sven-Göran Eriksson.

«Non scordo che i tifosi scesero in piazza per me: non sarei mai andato via, fosse stato per me sarei rimasto a vita»




Dopo una breve parentesi non troppo fortunata alla Sampdoria – segnata da molti acciacchi fisici –, Signori viene acquistato dal Bologna di Carlo Mazzone nella sessione estiva di calciomercato del 1998. L’esperienza in Emilia-Romagna diventerà la più lunga della sua carriera, durante la quale metterà a segno 84 reti in sei stagioni vissute da protagonista, diventando un’idolo assoluto per il pubblico del Dall’Ara.

Se con la Lazio le emozioni principali arrivarono in campionato – la squadra si fermò spesso ai sedicesimi di Coppa UEFA –, l’impatto europeo di Signori con il Bologna fu da subito assordante: debutta con la maglia rossoblù, da subentrato, nella finale di ritorno della Coppa Intertoto – vecchio torneo UEFA che includeva tutte le squadre che nella stagione precedente si erano classificate appena sotto la zona Europa – e nella stessa partita sigla la sua prima rete con i felsinei, permettendo alla squadra di vincere la competizione e qualificarsi alla Coppa UEFA.

Il percorso nella seconda competizione europea per club sarà altrettanto se non maggiormente memorabile, nonostante una conclusione amara. Dopo aver eliminato in successione i portoghesi dello Sporting, i cechi dello Slavia Praga e gli spagnoli del Betis, il Bologna si gioca contro il Lione la possibilità di accedere alle semifinali della competizione, dove non era mai arrivata prima.

Il 2 marzo 1999 il Dall’Ara pulsa per trascinare la squadra ad un traguardo storico. È una di quelle partite da non sbagliare, una di quelle serate in cui emergono i campioni. Signori è incontenibile, segna una doppietta – il primo di sinistro al volo – e serve un magnifico assist a Jonathan Binotto per il definitivo 3 a 0. I felsinei cadranno a Lione, ma mai sconfitta fu più dolce: è semifinale. L’entusiasmo in città è alle stelle, i tifosi sognano una finale tutta emiliana contro i rivali del Parma, impegnati con l’Atlético Madrid nell’altra sfida.

Contro un’altra francese, il Marsiglia di Rolland Courbis, la banda di Carlo Mazzone dovrà però arrendersi. Nella gara d’andata, al Vélodrome, le due squadre chiudono a reti inviolate, rimandando il discorso qualificazione alla sfida di ritorno. Al Dall’Ara Paramatti porta avanti il Bologna, e il risultato rimane invariato fino a cinque minuti dal termine, quando l’arbitro fischia un rigore all’OM. Capitan Blanc spiazza Antonioli e porta i francesi in finale, forti della regola dei gol in trasferta. Il percorso europeo di Signori e compagni si ferma in quella nervosa serata primaverile – terminata poi con una mega rissa tra calciatori e dirigenti –, ma anche senza lieto fine la stagione rimarrà immortale nel cuore del tifo bolognese.

A “vendicare” i cugini sarà il già citato Parma di Alberto Malesani, che batterà con un 3-0 netto i francesi, conquistando quella che è ancora oggi l’ultima Coppa UEFA/Europa League nella storia del calcio italiano.



L’ultimo abbraccio tra Signori e il Dall’Ara risale alla stagione 2003/2004, nel giorno del suo addio i tifosi gli regalano una vasta coreografia, Bologna saluta il suo condottiero. Dopo tredici annate passate a gonfiare le reti di tutti gli stadi della Serie A, decide di provare stimolanti esperienze prima nel campionato greco e successivamente in quello ungherese. Nel 2007 annuncia il ritiro dal calcio giocato, lasciando un segno indelebile nella memoria dei suoi tifosi e di tutti gli amanti del calcio che fu.

In termini realizzativi, la carriera di Signori si conclude con 285 gol tra i professionisti, di cui 188 in Serie A. Le reti nel massimo campionato italiano lo rendono ancora oggi il nono miglior marcatore di sempre nella storia del torneo. Un bottino tutt’altro che scontato.

Conosciamo tutti l’importanza della Nazionale per un paese come il nostro, e il fatto di non aver mai inciso con l’azzurro addosso non gli consentirà di essere ricordato come merita. Signori non troverà mai il giusto feeling con Arrigo Sacchi, colpevole di impiegarlo nel ruolo di esterno nel Mondiale del 1994. La scintilla scoppia durante la semifinale contro la Bulgaria: Signori – a causa della tensione portata dalla sua posizione in campo – rifiuta l’ingresso tra i titolari, escludendosi di fatto dalla successiva finale, poi persa ai rigori con il Brasile – dove uno specialista come lui avrebbe fatto sicuramente comodo. Beniamino indiscusso in biancoceleste, spesso e volentieri criticato in azzurro, un film per certi versi simile a quello che oggi sta vivendo Ciro Immobile.

Oltre a questo aspetto, le vicissitudini giudiziarie nel 2011 hanno contribuito senza dubbio a rovinare la sua immagine: Signori viene arrestato il primo giugno dello stesso anno nell’ambito di un’inchiesta legata al calcioscommesse. Dopo dieci anni complicatissimi, però, Beppe è stato assolto e dichiarato innocente.

«Non mi reputo un presuntuoso ma una persona che voleva la verità, sono trascorsi dieci anni lunghi, che non mi restituirà nessuno, ma sono un combattente. Ho rinunciato alla prescrizione per arrivare fino in fondo, perché avrebbe comunque lasciato un’ombra di dubbio e questa assoluzione è la cosa più importante»

Un goleador d’altri tempi, capace di imporsi nell’epoca d’oro del calcio italiano. Una carriera messa più volte in discussione, partita dai campi della campagna lombarda e arrivata ai titoli di capocannoniere. Dal successo nel mondo del calcio alla paura, quando quello stesso mondo ti si è rivoltato contro. Un sali e scendi di emozioni mai banale, una vita da Signori.

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