Marcos Llorente

Fonte immagine: Mattia Ciampichetti

Marcos Llorente, il capolavoro del Cholo Simeone

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Quando la stagione 2018/2019 del Real Madrid è giunta al termine, la carriera di Marcos Llorente è più o meno quella di un custode di un museo. Si aggira attorno alla storia, i trofei, gli eroi di un’era senza sentirsene davvero parte, capace di toccarla ma non di provarla sulla sua pelle, senza che il suo nome sia uno di quelli da ricordare, ma solo quello di una comparsa che i titoli di coda neanche mostrano.

«La cosa più difficile nel calcio è essere titolare nel Real Madrid, che è la squadra che ha i migliori giocatori al mondo. Cerco di non pensarci troppo ma diventare un titolare è il mio sogno», questa frase l’aveva pronunciata in un’intervista di El País tre anni prima, quando nel clima più mite e gestibile del Deportivo Alavés aveva cominciato a mostrare una qualità che persino la sua genetica pretendeva. Perché la famiglia di Marcos è anche quella di Paco Llorente, Francisco Gento e Ramón Grosso, rispettivamente padre, prozio e nonno del ragazzo, complessivamente 3 giocatori fondamentali della storia delle Merengues, due dei quali – Llorente e Grosso – dalla carriera intrecciata nei due principali modi di vivere il calcio a Madrid: Atléti o Real.

Quando Marcos Llorente torna alla base dopo la bella stagione basca c’è solo la panchina ad attenderlo: il potere dei sogni non è comunque più forte del trio Casemiro-Kroos-Modrić, e nelle due stagioni che seguono il suo talento ritorna invisibile. Poi è la mossa più controintuitiva possibile a cambiare tutto, quella secondo cui il 20 giugno 2019 un super-tifoso del Real diventa un nuovo giocatore dell’Atlético. Prima di indossare la camiseta blanca, papà Paco e nonno Ramón erano stati brevemente Rojiblancos, e lo stesso Marcos aveva disputato vari tornei con i pulcini della squadra nemica, sbagliata, per poi inserirsi nella tradizione familiare. Adesso per la famiglia Llorente è arrivato il momento di saldare il conto.



«Il mister mi ha parlato e mi ha trasmesso la sua fiducia. Simeone è un grande allenatore con un grande carattere. Voglio imparare molto da lui». Il tecnico argentino è il vero fautore del trasferimento di Marcos, arruolato per la difficile missione del Cholo di ricostruire un Atlético vincente, ora orfano di Godín, Filipe Luís, Lucas Hernández, Juanfran e Griezmann. L’idea è quella di ripartire da un gruppo più giovane ­– l’età media degli acquisti è di 23,7 anni – e di trovare la conciliazione tra il calcio accorto, rigido predicato dal Cholo e quello spregiudicato e offensivo su cui il calcio sembra sempre più indirizzato.

Nel sorprendente Alavés di Marcelo Pellegrino – arrivato nono in campionato e in finale di Copa del Rey – Llorente era stato impiegato principalmente come vertice basso, o se vogliamo mediano, nel 4-3-3 o 4-2-3-1 di una squadra prettamente difensiva e poco interessata al controllo della sfera – quindicesima per possesso palla – quanto più alla compattezza; una squadra impegnata a chiudersi a guscio dietro e a lanciare lungo davanti, sfruttando le doti nei duelli aerei – in cui era la quarta miglior squadra – per risalire rapidamente il campo, scombussolare la difesa avversaria e creare occasioni estemporanee. È evidente quindi come in un contesto del genere per il numero 6 l’obiettivo fosse più quello di erigere una diga a centrocampo – compito peraltro eseguito brillantemente, visto che era risultato a fine campionato tra i primissimi per contrasti e intercetti a partita – piuttosto che di alzare la testa e imbucare per il compagno più avanzato. Anche nel Real Madrid, ben più propenso a dominare gli avversari, il ruolo di Marcos Llorente si limitava a quello di recupera-palloni, nonostante una visibile attitudine alla salita offensiva aiutata da una buona capacità nel proteggere palla in progressione.

Fondamentalmente, prima dell’arrivo all’Atlético, Marcos è un uovo crudo. Un uovo crudo, senza processi industriali e prodotto in buone condizioni igienico-sanitarie, è commestibile, ma non esattamente nutriente o sfizioso. Simeone ha il merito di scoprire che il tuorlo che raramente al Bernabéu usciva dal guscio può essere cucinato in vari modi, che lo rendono più buono e soprattutto più utile. L’intuizione in realtà non arriva subito, ma solo nella partita di ritorno di Liga con il Valencia. «Mi aveva avvertito poche settimane prima della possibilità che giocassi un po’ più avanti e mi aveva detto di prepararmi a ciò». Il test è volto a cercare un’ulteriore arma per un reparto offensivo disperatamente alla ricerca dei gol che Griezmann da solo forniva, ed ha istantaneamente esiti positivi, perché Llorente, schierato esterno d’attacco, segna subito il suo primo gol con la maglia dell’Atlético.

È solo il preludio a quella che il ragazzo poi definirà «la miglior partita che abbia mai giocato», riferendosi ovviamente alla vittoria per 2-3 ad Anfield degli ottavi di Champions League 2019/2020, poco prima dell’apocalisse COVID. Marcos stavolta subentra addirittura a Diego Costa, andando a fare il partner d’attacco di João Félix e poi di Morata. Andando a guardare la sua performance individuale, si può notare come si muova a seconda della situazione come terzino, esterno destro, trequartista e punta centrale; cosa più importante, i suoi movimenti del tutto imprevedibili mandano in tilt i Reds e gli permettono di ribaltare da solo la partita nei supplementari, con la sua prima doppietta in carriera e un assist.

Se per Llorente si può quindi parlare di un prima e un dopo Anfield è merito soprattutto di Simeone e della sua memoria calcistica, visto che anche Raúl García, uno dei più importanti uomini del suo primo ciclo, era stato usato come seconda punta pur essendo solito bazzicare il centrocampo. E dopo lo stop forzato dal COVID, alla domanda su un possibile riutilizzo in avanti del giocatore, il Cholo mostra il pollice in su e spiega il perché della scelta: «È un centrocampista, continuerà ad esserlo e continuerà ad essere anche un’importante alternativa a giocare davanti. Ci dà visione e qualità di gioco, è un’alternativa in più in un ruolo dove non è facile trovare un equilibrio per far giocare la squadra. Correa, João, Vitolo hanno altre caratteristiche, Marcos ci offre un’alternativa diversa e continueremo a sfruttarla in alcuni momenti della partita».



Se la stagione 2019/2020 è l’antipasto, quella 2020/2021 è primo, secondo, frutta e dolce – e a proposito, occhio che non siano in contrasto con la sua dieta paleolitica, che prevede solo prodotti biologici, pesce, carne, pollo e riso. Lo spostamento di Llorente in avanti ha sicuramente portato un miglioramento in fase offensiva, ma questo non può bastare a risolvere il grande problema dell’attacco colchonero: dalla stagione 2017/2018 a quella 2019/2020 il rapporto tiri tentati/gol è passato dal 19% al 15%, con un aumento del numero medio di tiri a partita e una diminuzione dei gol totali. In questo contesto si inserisce l’arrivo di Luis Suárez, presto dimenticato dalle parti del Camp Nou, subito trascinatore fisico e spirituale del nuovo Atlético che vince 9 delle prime 12 partite; ma l’uruguaiano non è la sola svolta offensiva per la squadra del Cholo, che infatti per la prima volta dopo anni – secoli? – abbandona almeno in parte il solito 4-4-2 per sposare vie più offensive e flessibili, come il 4-3-3 o il 3-4-2-1.

Llorente, schierato come mezzala, esterno o seconda punta ha la possibilità di esprimersi in ogni sua qualità: le sue “vecchie” doti difensive lo rendono utilissimo nella riconquista, stavolta alta, del pallone; la sua capacità di inserimento e la sua abilità nel dribbling ampliano gli spazi; infine, la sua visione e la sua precisione sotto porta, per tanto tempo ignorate, portano gol (12) e assist (11) fondamentali e a livelli straordinari, visti gli standard della sua carriera. Tutto questo, insieme ad un sistema di gioco coriaceo e ad uno scatenato pistolero Suárez, riportano il Cholo e l’Atlético sul tetto di Spagna a 7 anni di distanza dalla prima impresa.

L’«Ops! Lo ha fatto ancora!» di Stefano Borghi insta-cult nella storia della Liga

L’importanza di Marcos Llorente come carta sbroglia-problemi non finisce qui: quando Trippier, a dicembre 2020, viene squalificato dalla FIFA per 10 settimane per aver scommesso in precedenza sul suo trasferimento all’Atlético, mette subito la sua duttilità al servizio della squadra muovendosi come terzino destro in fase difensiva, che in caso di difesa a 3 prevede appunto l’arretramento di uno dei due esterni sulla linea dei difensori.

È proprio da terzino destro che Luis Enrique lo convoca per la prima volta in Nazionale, ed è da terzino destro che debutta dal primo minuto nella sfida contro la Grecia; dulcis in fundo, è da terzino destro che entra a far parte dei 24 giocatori della Spagna all’Europeo, dove però non brilla e lascia presto il posto tra i titolari ad Azpilicueta, più adatto a dare copertura sul lato destro, che dovrebbe essere il più solido, difensivamente parlando, delle Furie Rosse, essendo invece quello sinistro presidiato da giocatori tendenti a salire in avanti, ovvero Jordi Alba e Koke.

Le difficoltà incontrate con la Selección non possono che aumentare i meriti di Simeone, che sembra aver nascosto in un cassetto la formula magica che riesce a trasformare Marcos Llorente in uno dei giocatori più poliedrici dell’ultimo decennio. Ma forse limitarsi agli ultimi dieci anni è riduttivo: trovatelo voi un altro calciatore che anche per Wikipedia è «un difensore, centrocampista e attaccante».

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