Guerreiro

Fonte immagine: Анна Нэсси, via Wikimedia Commons | CC BY-SA 3.0 Unported

Raphaël Guerreiro, terzino ma non troppo

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«Mio figlio deve giocare attaccante», «No, suo figlio in attacco non ci gioca, sta a centrocampo o in difesa, fascia sinistra». Dev’essere andata più o meno così una delle discussioni tra il padre di Raphaël Adelino José Guerreiro e gli allenatori del Blanc-Mesnil, la squadra omonima della città in cui Rapha è nato, frutto dell’amore di questo insistente operaio portoghese e di una casalinga francese. Chissà come sarebbe andata la sua carriera se suo padre quegli allenatori li avesse convinti a farlo giocare attaccante, come l’idolo del ragazzo, Pauleta, conquistatore portoghese in terra gallica come lui sarà tra qualche anno, quando si giocherà un campionato europeo sul prato dello Stade de France, non molto lontano da casa – circa 9 chilometri – ma dopo aver fatto veramente tanta strada.



Le prime sgroppate di Guerreiro risalgono quindi alla Francia e a Blanc-Mesnil, città natale anche di Moussa Sissoko, che sfida sulla fascia in quella finale di Euro 2016. Nel 1999 il ragazzo si iscrive alla squadra locale, e mentre il padre – ex-giocatore per lo stesso club – discute delle questioni tattiche, la madre si dedica a quelle psicologiche: ad ogni buona prestazione lo premia con un panino al chorizo, salsiccia d’un rosso invitante tipica dei paesi ispanofoni e iberici, presumibilmente importata in famiglia dal padre. A suon di panini guadagna a 11 anni il reclutamento nell’INF Clairefontainem, accademia dove vengono scelti e allenati i migliori prospetti francesi, pur essendo lui un portoghese sotto copertura, attratto da un Paese che forse vive più dentro di lui che fuori – per sua stessa ammissione parla meglio il francese che il portoghese –, un Paese che proprio in quegli anni vive l’incredibile disfatta dell’europeo casalingo perso, nella finale di Angelos Charisteas e delle lacrime di Cristiano Ronaldo – l’altro suo idolo giovanile – in cui si specchia una delusione sportiva nazionale.

Dopo un triennio ad alti livelli nell’accademia – diventa anche il capitano della rispettiva squadra, non semplice avendo tra i compagni Paul Pogba e Raphaël Varane –, Guerreiro viene acquistato dal Caen, ma passa 2 anni nella seconda squadra prima di essere arruolato tra i grandi, in Ligue 2, nella stagione 2012/13. Ed è tra i grandi che si mostra come qualcuno che metterebbe d’accordo padre e allenatori del Blanc-Mesnil: un terzino sinistro infaticabile – soprannominato infatti ‘the battery‘, ‘la batteria‘ – dalla netta propensione offensiva, capace di sovrapporsi sulla fascia così come tagliare centralmente, coraggioso nell’andare alla conclusione e ingegnoso nel regalare assist ai compagno di squadra. Con queste caratteristiche arriva a giocare ogni partita in quel campionato – segnando anche il primo gol nel professionismo – e ad attirare l’attenzione del Lorient, in quel momento in Ligue 1, che se lo porta in Bretagna.

In tre stagioni, prima con Christian Gourcouff e poi Sylvain Ripoll, il portoghese diventa progressivamente un perno della squadra, grazie soprattutto all’intuizione di Ripoll nella seconda stagione di farlo scalare a centrocampo, liberandolo di compiti difensivi in cui non eccelle – nel primo anno, ancora con Gourcuff, è 146esimo per contrasti a partita – ed esaltandone invece l’inerzia offensiva. Il prodotto concreto di questa mossa è il passaggio da 0 gol e 1 assist a 10 gol – con il primo segnato nella prima partita nella nuova posizione, contro il PSG – e 5 assist in due stagioni, evidenziato anche da un aumento dei passaggi chiave a partita – da 0,7 a 1,3 – e dei tiri a partita – da 0,7 a 1,6 – nella Ligue 1 2014/15, sebbene queste statistiche calino leggermente in quella 2015/16, causa lo spostamento saltuario nuovamente in difesa.

Le prestazioni con les merlus attirano gli occhi di Fernando Santos, il CT del nuovo corso portoghese, che lo convoca per la prima volta nel novembre 2014. Debutta il 14 dello stesso mese, giocando dal primo minuto nella partita contro l’Armenia, quattro giorni dopo, nell’ultima sfida – finora – in nazionale tra Cristiano Ronaldo e Messi, sblocca la gara al 91esimo con una zuccata degna del miglior Pippo Inzaghi, impossessatosi forse per un secondo della sua anima. Sparisce dai radar della Nazionale maggiore per praticamente un anno – non senza impressionare nell’Europeo Under-21 del 2015, dopo il Portogallo arriva in finale e lui entra nella squadra del torneo –, per poi riapparire nelle due tranche per le nazionali tra marzo e maggio-giugno, e strappa il biglietto, impensabile poco prima, per Euro 2016.

Con un misto di pareggi, accoppiamenti fortunati, supplementari e innegabile bravura, il Portogallo raggiunge la finale europea contro la Francia padrona di casa. Dopo 107 minuti e una quindicina di secondi la partita non ha ancora preso una piega precisa, ma i lusitani hanno ottenuto una punizione interessante. Sul pallone ci vanno Quaresma, pronto a calciare col destro, e Guerreiro. La Francia ha creato molto finora, mancando quasi solo di cinismo, e al 91esimo ha colpito il palo con Gignac: è il momento perfetto per trafiggerla dritta nel cuore e portare a casa l’agognato trofeo. Quaresma fa una micro-finta e lascia che il compagno si muova leggermente defilato da destra e faccia partire un arcobaleno alla destra di Lloris. Traversa. L’infortunato Cristiano Ronaldo saltella come fosse sulla sabbia bollente, in trance totale. A salvare i lusitani e l’esterno dai rimpianti ci pensa 59 secondi dopo Éder, con una staffilata dal limite che fa piangere la Francia e il Portogallo, chi di dolore e chi di gioia. Euro 2004 è superato.



L’estate 2016 è uno spartiacque per la carriera del ragazzo, non solo per il trionfo portoghese, visto che prima ancora che questo arrivi ha preparato le valigie per la Germania, divenuto un nuovo giocatore del Borussia Dortmund. Dal passaggio in giallonero in poi le sue prestazioni sono state sempre più sotto il cannocchiale, coerentemente con i notevoli miglioramenti espressi in palcoscenici sempre più importanti. I 28 gol e 21 assist dall’arrivo in Germania sono il prodotto di uno dei migliori terzini in circolazione, capace di brillare con chiunque si sia seduto sulla panchina del club della Renania, caratterizzato da un DNA offensivo che sicuramente ha aiutato.

Nello spericolato Dortmund di Tuchel gioca quasi come seconda punta in un estroso 4-1-4-1, come esterno o mezzala in un 3-4-2-1 o 3-4-1-2. Tuchel chiede molto ai suoi esterni, sia che si giochi in una difesa a 4 che in una a 3: devono all’occorrenza dare ampiezza, inserirsi centralmente a supporto del devastante attacco – Aubameyang, Reus, Dembélé –, in difesa compattarsi con i centrocampisti o i difensori per restringere gli spazi e, in caso di difesa a 3, arretrare come quinti di difesa. Tutti questi compiti non inficiano minimamente il rendimento di Guerreiro, anzi ne premiano le capacità sia atletiche – velocità e agilità – che tecnico-tattiche – capacità di inserimento, precisione nei passaggi e nel tiro, delicatezza nel tocco – ed infatti a fine 2016/17 le statistiche riportano 7 gol – tra cui un bellissimo e “inutile” bolide contro il Bayern Monaco – e 4 assist.

L’addio di Tuchel coincide con una stagione tribolatissima per il portoghese: tra operazioni, rotture della fibra muscolare e ritardo di condizione è fuori per 31 partite. La stagione è negativa anche a livello di squadra: in panchina arrivano Peter Bosz e il suo caro 4-3-3, e dopo un inizio da record – 0 gol subiti nelle prime 5 partite, 6 vittorie in 7 giornate – la tenuta difensiva si sgretola dopo la perdita dell’altro terzino, Piszczek. Guerreiro segna un solo gol, nel Revierderby contro lo Schalke, con cui il Borussia va sul 4-0 dopo 25 minuti, ed è un gol bellissimo, una volée di sinistro che accomoda la palla nell’angolino destro, un gol tanto bello che forse stordisce la squadra di casa, che riesce nella pazzesca impresa di farsi rimontare i 4 gol di vantaggio. La partita è perfettamente riassuntiva della stagione, partita con i migliori auspici e chiusasi in una delusione alquanto inaspettata.

Dopo la breve e improduttiva parentesi Stöger, per la stagione 2018/19 il BVB si affida a Lucien Favre, che ripesca il 4-1-4-1 “tucheliano”, adattandolo però subito dopo in un 4-2-3-1 con i nuovi arrivati Witsel e Delaney vertici bassi. Importanti nuovi innesti sono anche Abdou Diallo, Paco Alcácer e Achraf Hakimi. Favre se ne serve per plasmare un Borussia Dortmund ancora offensivamente devastante, nonostante la perdita di Aubameyang, ma più “saggio”, con un aumento del possesso palla attendista e una difesa più preparata a coprire durante l’esposizione offensiva. Per un esterno come Guerreiro le opzioni sono due: inserirsi centralmente o tagliare alle spalle della difesa per effettuare cross taglienti. Viene però spesso impiegato come uno dei tre trequartisti alle spalle della punta, ed è per questo più propenso ad accentrarsi per mandare in porta l’Alcácer o Reus di turno – in campionato passa da 1 a 1,7 passaggi chiave a partita – e lasciare l’attacco alla profondità ad Hakimi, altro terzino sulla via della sbocciatura. Con Favre i gialloneri accarezzano davvero a lungo il sogno del titolo – e vincono brillantemente il girone di Champions League – per poi soffrire un attacco di vertigini e lasciarsi rimontare dal solito Bayern. Ciononostante, la stagione resta positiva, anche per il numero 14, che mette in rassegna 6 gol – 4 in Champions, 2 nella partita d’andata contro l’Atlético – e un nuovo career-high negli assist, 6.

La seconda stagione sotto l’allenatore svizzero presenta maggiori problematiche: forse a causa dell’imprevedibilità un po’ persa del modulo, la squadra arranca non poco nella prima parte di stagione, ed è inevitabile un cambiamento, il passaggio al 3-4-3 o 3-4-2-1. La scelta di Favre si rivela azzeccata, e la vena realizzativa di Guerreiro – che ritorna sulla fascia sinistra – esplode – 8 i gol in Bundesliga –, soprattutto dopo l’arrivo di Erling Håland, che si trova subito a meraviglia con lo sciame di trequartisti e ali che gli ronza attorno.

Esplicativo a riguardo è ancora un derby con lo Schalke, nella prima partita dopo lo stop pandemico: il Borussia segna nuovamente 4 gol, stavolta senza subirne alcuno, e Raphaël è ancora nel tabellino, stavolta con una doppietta. Particolarmente bella è la seconda marcatura, una triangolazione con il norvegese, abile a forzare l’uscita del centrale avversario su di sé e a restituire la palla al compagno, che è costretto a una taglio in diagonale dell’area piccola ma ha l’intuizione brillante di finalizzare con una “puntata” di sinistro.

Nella stagione in corso il Borussia ha esonerato Favre dopo una partenza ancora complicata – in particolare dopo l’1-5 subito contro lo Stoccarda – ed in panchina è subentrato il suo vice Terzić, che con frequenti variazioni di moduli non ha risollevato le sorti del club, che rischia addirittura di non qualificarsi neanche per la Champions. Nonostante queste difficoltà, Guerreiro in Bundesliga è al momento dietro soltanto a Sancho e Håland tra i giocatori gialloneri che hanno contribuito a più gol – 12, 4 reti e 8 assist. Il ragazzo di Blanc-Mesnil è un degno membro della nuova generazione di terzini – Cancelo, Alexander-Arnold, Hakimi, Theo Hernandéz, Davies e non solo – che incantano in Europa grazie a estremo atletismo, spregiudicatezza e qualità offensiva. Ed è ironico pensare che, al momento del passaggio al Lorient, questa bomba di energia e talento concentrata in 170 centimetri si meravigliò nel vedere il prezzo – 3 milioni – sborsato per il suo acquisto. «Valgo davvero così tanto?», si chiedeva. No, Rapha, molto di più.

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