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Virgil van Dijk, il gigante di Breda

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«Virgil, è inutile che continui a sperare. Resta qui, avrai un posto di lavoro sicuro e uno stipendio per poter aiutare la tua famiglia». Deve essere stata più o meno questa la frase che, in assoluta buona fede, il titolare del ristorante Oncle Jean disse a Virgil van Dijk, quando quest’ultimo lavorava per lui. Già, colui che nel 2018 è diventato il difensore più costoso della storia del calcio – prima di venir superato da Harry Maguire e Matthijs de Ligt l’anno dopo – faceva il lavapiatti di notte per 3 sterline l’ora, in un ristorante qualunque di Breda, nell’estremo sud dei Paesi Bassi.

Estremo sud dei Paesi Bassi dove Virgil nasce, cresce e inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo del calcio, giocando fondamentalmente per strada con suo fratello e i suoi amici, oltre che, dai sei ai dieci anni, nella squadra del suo quartiere, la WDS.



Nel 2001 un osservatore del Willem II, società militante nell’Eredivisie, va a vedere una partita per visionare due giovani attaccanti, ma sfortunatamente questi ultimi trovano sul loro cammino van Dijk, il quale lascia senza parole il dirigente e viene acquistato seduta stante, senza pensarci due volte, nella commozione del pubblico che spera in un futuro migliore per un ragazzo della loro comunità.

Sì, perché il quartiere dove cresce van Dijk è molto povero, e la sua famiglia non fa di certo eccezione, in particolare perché il padre abbandona la moglie e i bambini, tutti sotto i dodici anni, per scomparire nel nulla, lasciando il nido familiare in piena povertà. Per questo motivo sulla sua fiammeggiante maglia Reds, sopra il numero 4, non spicca il suo cognome, ma semplicemente ‘Virgil’.

Tra un lavoretto part-time e l’altro per aiutare la propria famiglia, Virgil trascorre nove anni a Tilburg, città della sua nuova società, in cui inizia a mettere in mostra le proprie doti difensive, ispirate dai suoi connazionali che quando era bambino giocavano nella sua squadra del cuore, il Barcellona, ovvero Ronald Koeman e Frank de Boer. Con quest’ultimo, per altro, condivide anche la posizione in campo ad inizio carriera, entrambi infatti hanno la particolarità di non aver iniziato a giocare nel ruolo in cui poi si sono consacrati, ovvero da centrali, ma sulle fasce, de Boer a sinistra e van Dijk a destra.

Lo spostamento al centro di Virgil avvenne poco prima che diventasse maggiorenne, quando crebbe in poco tempo di circa 18 centimetri, sviluppando quella forza fisica immensa che lo contraddistinguerà per il resto della sua carriera. Questo sviluppo così veloce, però, gli causò anche dei problemi fisici, in particolare alle ginocchia, e anche per questo motivo i Tricolores decisero di non puntare su di lui per la prima squadra, rischiando di stroncare sul nascere il suo sogno di diventare un professionista.

Un talento sprecato dal Willem II, esattamente come, qualche anno dopo, Frankie de Jong, ceduto all’Ajax per la cifra simbolica di 1 euro

Quando tutto sembra ormai perso, però, a credere nel ragazzo fu Martin Koeman – padre di uno dei suoi idoli –, che all’epoca lavorava per il Groningen, e riuscì a portarlo a titolo gratuito nella parte opposta del Paese. Passerà un anno nella primavera del club prima di entrare in prima squadra, nel maggio del 2011, quando debutterà entrando dalla panchina nel match vinto per 4-2 contro l’ADO Den Haag. E proprio contro gli Zwanen, circa un mese più tardi, segnerà i suoi primi gol da professionista: una doppietta per il 5-1 finale in un match di Europa League. Un vizio, quello del gol, che spesso tornerà nel corso della sua carriera.

Quando tutto andava per il meglio, però, un altro trauma impattò la vita di van Dijk: un forte dolore addominale lo colpì improvvisamente, e dopo i primi accertamenti medici che non capirono cosa fosse e lo rimandarono a casa, Virgil venne ricoverato e operato di appendicite, peritonite e infezione renale in un’altra struttura, con l’ospedale che gli chiese addirittura di firmare un testamento in caso di sua morte.

Fortunatamente tutto andò per il meglio, e nella stagione successiva van Dijk riuscì a riprendersi quel posto da titolare che si era conquistato. In maglia biancoverde Virgil arriverà a totalizzare 66 presenze, segnando 7 gol e fornendo 5 assist per i compagni, prima di fare un’ulteriore passo in avanti nella sua carriera.




Nessuna squadra del gruppo delle De Grote Drie – Ajax , PSV e Feyenoord – era disposta a puntare su van Dijk, motivo per il quale decise di lasciare il suo Paese, approdando in Scozia, dove vestì ancora una volta il biancoverde, quello del Celtic di Glasgow. I Celts si riveleranno una tappa fondamentale per Virgil, grazie a loro, infatti, inizia ad abituarsi al calcio britannico e, per la prima volta, gioca la Champions League, il torneo di club più ambito d’Europa.

Gioca per due stagioni in Scozia, e alla fine della sua esperienza biennale figurerà tra i titolari più di cento volte, andando in rete in 15 occasioni – affinando molto la già presente abilità nei calci di punizione – e imparando cosa significhi vincere. Con gli Hoops, infatti, vince due volte il campionato e una volta la Coppa di Lega, i primi di una importante serie di trofei.




Date le ottime prestazioni, i club della vicina e ben più prestigiosa Inghilterra lo notano e si danno battaglia per l’acquisto dell’allora ventiquattrenne. La battaglia per portare van Dijk in Premier League si conclude nell’unico modo in cui poteva concludersi: ad avere la meglio è il Southampton.

I Saints, in quel periodo, sono allenati da Ronald Koeman, uno dei modelli di ispirazione di Virgil fin da bambino nonché figlio di Martin, colui che lo portò al Groningen. Come era successo 5 anni prima, un Koeman dà fiducia a van Dijk, e ancora una volta ci vede benissimo.

Virgil, alla sua prima stagione con il Southampton, si mette in luce come una delle più grandi rivelazioni del campionato, dando un grande contributo al raggiungimento del sesto posto in Premier League – ancora oggi miglior risultato nella storia dei Saints – e della conseguente qualificazione in Europa League. Le grandi prestazioni in Inghilterra gli valgono anche la prima convocazione in Nazionale, con cui debutta il 10 ottobre del 2015.

Nell’annata successiva la squadra cambia negli equilibri, perché Koeman vola verso la sponda blue di Liverpool, e al suo posto arriva Claude Puel. La stagione è molto complicata ma i Saints sono in corsa per replicare la qualificazione europea. Oltre alle grandi doti atletiche e tecniche, van Dijk mette in mostra sempre di più la sua grandissima leadership, e a gennaio, dopo l’addio di José Fonte, viene nominato capitano.

Durante la prima gara in cui guida ufficialmente da capitano la propria squadra, si infortuna gravemente alla caviglia, ed è costretto ad uscire dal campo, che non vedrà più per il resto della stagione. Il Southampton, senza i suoi due fari difensivi, non riesce nell’obiettivo prefissato, e chiude all’ottavo posto in campionato.

Nonostante i quasi 5 mesi di inattività, nell’estate del 2017 il nativo di Breda diventa l’uomo più discusso del mercato britannico: per accaparrarselo lottano City, Chelsea, United e Liverpool. A conclusione di una lunga asta durata sei mesi, che dà anche dei problemi a Virgil con la società, i Reds lo acquistano per circa 85 milioni di euro, la cifra ampiamente più grande mai spesa per un difensore fino a quel momento.

Dopo 80 presenze e 7 gol saluta dunque il Southampton, per approdare finalmente in una big europea, guidata per altro da un maestro assoluto come Jurgen Klopp, il motivo principale per il quale ha scelto Liverpool come meta.




Al suo arrivo, uno degli ambienti calcistici più uniti, quello del Liverpool, si divide, così come l’intero mondo calcistico: siamo sicuri valga quella spesa? La maggior parte crede sia una spesa folle, senza né capo né coda. La pressione sul ragazzo, come si può facilmente immaginare, è tantissima, ma Virgil, che è da sempre una persona ragionevole e laboriosa, si concentra sul campo e sul performare come nelle stagioni precedenti.

I risultati sono immediatamente dalla sua parte: il 5 gennaio 2018 esordisce con la nuova maglia – rigorosamente a maniche lunghe, come la porta sempre per scaramanzia – nel derby di FA Cup tra Liverpool e Everton, decidendo il match con la rete del 2-1 finale al minuto 84. L’ultima volta che un calciatore segnò al debutto nel Merseyside derby il mondo non aveva ancora conosciuto l’orrore delle due Guerre Mondiali – Bill White nel 1901.

Nel corso dei mesi Virgil forma insieme a Lovren una difesa sempre più compatta, che in quel di Anfield non si vedeva da parecchio tempo, e se in campionato le cose non vanno in maniera idilliaca – la squadra conclude con un quarto posto senza infamia e senza lode –, in Champions, come spesso è accaduto nella storia del Liverpool, viene fuori la vera anima dei Reds.

Se nel girone di qualificazione – quando ancora van Dijk non era in rosa – ha mostrato qualche lacuna difensiva compensata dal tridente Mané-Firmino-Salah in stato di grazia assoluta, la truppa di Klopp sembra non avere difetti nella fase ad eliminazione diretta.

Elimina prima il Porto con un netto 0-5 all’Estádio do Dragão nella gara d’andata e un comodo 0-0 al ritorno, e poi il Manchester City di Pep Guardiola, umiliato con un 5-1 complessivo – 3-0 in casa all’andata, 1-2 in trasferta al ritorno. L’unica squadra che riesce davvero a mettere in difficoltà i Reds è la Roma di Eusebio Di Francesco, capace di una clamorosa remuntada ai danni del Barcellona nel turno precedente, e di sfiorarne un’altra proprio con il Liverpool, visto che dopo il 5-2 dell’andata che apparentemente chiudeva i discorsi qualificazione, i giallorossi vinsero 4-2 all’Olimpico, non abbastanza per approdare in finale.

L’atto conclusivo si gioca a Kiev, il 26 maggio del 2018, e ad aspettare il Liverpool c’è il Real Madrid di Zinédine Zidane, che spazza via i Reds – senza Salah dal 30′ e con una notte da incubo di Karius – con un 3-1 che li porta sul tetto d’Europa per la terza volta consecutiva.

Il sogno svanisce, ma non c’è tempo per la disperazione, le lacrime vanno immediatamente asciugate e la rabbia va convertita in determinazione. Il Liverpool ha un grande progetto, capitanato dal suo allenatore, e non è di certo quella la sua tappa conclusiva.

Nel frattempo i Paesi Bassi, che negli ultimi anni hanno toccato il fondo fallendo la qualificazione ad Euro 2016 e ai Mondiali del 2018, sono ripartiti con un nuovo progetto e nuove idee. Virgil può essere considerato il modello della rinascita della Nazionale dei tulipani, e per questo motivo viene nominato capitano dal nuovo CT neerlandese. Chi è il personaggio in questione che lo insignisce di questa grandissima responsabilità, dandogli la fascia che negli anni è passata per le braccia di campioni senza tempo? Non poteva che essere Ronald Koeman, con i destini dei due che si incrociano ancora una volta.



La nuova stagione per i Reds ricomincia dalla buonissima base che l’anno precedente aveva solo sfiorato il sogno, andando a rinforzare la squadra con l’arrivo di Alisson Becker, che si rivelerà poi uno dei portieri più forti del mondo, e che completa definitivamente la rosa di Klopp.

La stagione inizia bene per van Dijk e per tutto il Liverpool, la squadra vince e subisce pochissimo, grazie alla solida difesa guidata dal gigante di Breda. Dopo 28 giornate di campionato il Liverpool si trova in testa alla classifica, con 21 vittorie, 6 pareggi e 1 sola sconfitta, contro il Manchester City. Proprio la squadra di Guardiola è la rivale principale per la conquista al titolo, e sta a soli 2 punti di svantaggio.

A 10 giornate dal traguardo, il Liverpool affronta l’Everton al Goodinson Park. La stracittadina potrebbe essere decisiva per le sorti del campionato, e così sarà, i Toffees fermano i cugini con uno stoico 0-0, il Manchester City vince Bournemouth e passa avanti.

Le 9 gare successive non sposteranno la classifica di un millimetro, 9 vittorie a testa per le due corazzate e Manchester City campione d’Inghilterra. Il sogno Premier, ancora una volta, si rivela un incubo per i Reds.

Un campionato pazzesco, concluso con 97 punti, solo uno in meno del City, ma non abbastanza per scacciare la maledizione del campionato, che al Liverpool manca dal 1990. Per la banda di Klopp sono stati 89 i gol segnati, ma soprattutto 22 quelli subiti, che la rendono la squadra ad aver concesso meno gol nella storia della Premier League dopo l’Arsenal di Wenger 1998/1999 e il Chelsea di Mourinho 2004/2005.

Oltre a questo, le prestazioni individuali di van Dijk sono esemplificate da uno speciale record: il nativo di Breda non è mai stato dribblato durante tutto il campionato, un record che si è poi concluso nella stagione successiva con 50 partite consecutive senza subire un dribbling.

In Champions League le prestazioni degli inglesi sono meno convincenti, il girone è tribolatissimo, arrivano addirittura tre sconfitte e il Liverpool riesce a qualificarsi solo all’ultima gara, passando da seconda, grazie alla vittoria sul Napoli di Carlo Ancelotti, al quale sarebbe bastato un pareggio per passare il turno.

Gli ottavi di finale sono subito complicati, si pone sulla strada verso Madrid il Bayern Monaco di Niko Kovač. All’andata, ad Anfield, finisce 0-0, si deciderà tutto al ritorno, davanti al pubblico tedesco.

I Reds affrontano la gara senza paura, riuscendo a passare in vantaggio con Mané, grazie soprattutto all’uscita non impeccabile di Neuer e al lancio spettacolare di 50 metri con il quale van Dijk lo ha messo davanti al tedesco. Negli ultimi minuti del primo tempo, un tentato anticipo di Matip termina con un autogol, portando il risultato sull’1-1 e la qualificazione dalla parte dei bavaresi. La gara è dura e combattuta, a 20 dalla fine il risultato è ancora inchiodato sull’1-1, ed è qui che le doti offensive di Virgil tornano utili: da un calcio d’angolo il neerlandese salta più in alto di tutti – surclassando Hummels e Javi Martínez, due signori che superano agilmente il metro e 90 –, colpisce perfettamente e mette la palla alle spalle di Neuer, 2-1 e vantaggio Liverpool. Il gol di Mané nel finale chiude i conti, 3-1. Il Liverpool avanza ai quarti di finale.

Ai quarti si riaffaccia la vecchia conoscenza Porto, e anche questa volta non c’è storia: 2-0 all’andata, 4-1 al ritorno – con un altro gol di testa di van Dijk nel tramonto della gara – e Liverpool che vola in semifinale.

Ad attenderli c’è il Barcellona di Messi, imbattuto fino a quel momento e che aveva spazzato via con facilità Lione e Manchester United nei turni di qualificazione diretta.

L’andata si gioca al Camp Nou, e la serata è solo a tinte blaugrana. Suárez interrompe il digiuno europeo, il Liverpool spreca diverse occasioni e Messi è in serata da Messi. 3-0 netto e qualificazione apparentemente chiusa.

Per ribaltare un risultato del genere, contro una squadra del genere, serve un miracolo, ma se c’è un posto dove l’incredibile può accadere, quello è Anfield. Lo stadio è una bolgia, Klopp studia perfettamente la partita e il Liverpool vince 4-0, ribaltando tutto e volando in finale nel modo più spettacolare possibile.

La partita di van Dijk è clamorosa, dalle sue parti non passa nulla, e in fase di impostazione è spesso determinante. Dopo Wijnaldum e Origi – che l’hanno decisa con una doppietta per testa –, è senza dubbio il migliore dei suoi, un muro assoluto sul quale per un’intera gara ha rimbalzato il Barcellona.

Il Liverpool raggiunge per il secondo anno consecutivo l’atto conclusivo della competizione, e questa volta ci arriva da favorita. Ad affrontarli sarà il Tottenham di Mauricio Pochettino, che è arrivato in finale con una gara altrettanto e forse più folle, eliminando la rivelazione Ajax.

L’inizio e la fine della partita sono scanditi dai gol del Liverpool, Salah su rigore prima e Origi con un bel sinistro poi, in mezzo la maestria difensiva di van Dijk – abbinata alla sicurezza data da Alisson – che annulla completamente tutto l’attacco degli Spurs. Dopo 14 anni il Liverpool torna sul tetto d’Europa, trascinato dai suoi mattatori offensivi ma anche e soprattutto da Virgil van Dijk, che a fine gara viene eletto migliore in campo dalla UEFA.

Oltre al premio come migliore in campo della finale, la UEFA gli assegna quello di miglior giocatore dell’anno – il primo difensore a riuscirci. Questo riconoscimento non avverrà anche con il Pallone d’Oro, che vincerà Lionel Messi, con non moltissimi voti in più del gigante dei Reds.

La vittoria della Champions dà inoltre l’accesso a due ulteriori e prestigiose competizioni: la Supercoppa europea e il Mondiale per club, ed entrambe entrano a far parte della ormai importantissima bacheca personale di van Dijk.



Trovare degli stimoli dove aver toccato il punto più alto che una squadra di club possa toccare non è semplice, ma per entrare in maniera inscalfibile nella storia del Liverpool van Dijk e compagni devono ancora vincere quella maledetta Premier League.

L’obiettivo è chiaro e dichiarato fin dall’inizio, e la risposta sul campo dei Reds è praticamente perfetta. Vincono consecutivamente le prime 8 gare di campionato, e dopo il pareggio alla nona contro il Manchester United, ne vincono altre 17 di fila. Il campionato finisce prima ancora di iniziare, non c’è storia. Il Liverpool, dopo 30 anni dall’ultima volta, torna campione d’Inghilterra, e lo fa con sette giornate d’anticipo e 18 punti sulla seconda.

Virgil ha giocato ogni minuto di quel campionato, e per la terza stagione consecutiva – ovvero da quando gioca con i Reds – il Liverpool non ha mai perso una partita di Premier League ad Anfield. La fortezza resta inespugnabile, la Premier League è tornata a Liverpool, la storia è stata definitivamente scritta.

Il ragazzo che faceva il lavapiatti di notte per 3 sterline l’ora ha praticamente vinto tutto quello che si poteva vincere. Il futuro potrà solo arricchire ulteriormente il tutto, ma nella leggenda del calcio van Dijk ha già scritto il suo nome a caratteri cubitali.

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