Mário de Castro

L’illustre lustro sconosciuto di Mário de Castro

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È passato un solo anno da quando lo stadio Antônio Carlos è stato inaugurato per accogliere la squadra più forte dello stato federale di Minas Gerais, ed è ormai chiaro che, se gioca davanti al suo pubblico, l’Atlético Mineiro è più forte della nazionale della Repubblica Federale del Brasile, checché ne pensino i fanfaroni di Rio e San Paolo, o quegli altri, gli uruguagi: dicono che sono i più forti, ma quelli che hanno sconfitto sono argentini ed europei, non il Trio Maldito di Belo Horizonte, la Trinità Profana, un Dio e i suoi angeli custodi.

Solo un Dio poteva abbattere un miracolo con un miracolo più grande: come poteva il piccolo Villa Nova essere in vantaggio di tre gol a zero all’intervallo, all’Antônio Carlos, con l’Atlético che doveva vincere per avere ciò che gli spetta per diritto, del nome e del più forte, il titolo nazionale, il Mineiro? Un santo o un diavolo doveva aver brigato per far finire il primo tempo con un risultato così oltraggioso, un nume con l’attitudine del santo e la fama del diavolo al ritorno degli spogliatoi per quattro volte, quanti i Cavalieri dell’Apocalisse, aveva fatto echeggiare l’estádio, e ora è il tempo della festa.

Con 6 mila posti la struttura avrebbe dovuto contenere senza problemi tutti i tifosi, ma ora gli spalti sono più caotici e gremiti di un formicolaio in fiamme: la gioia che li anima è selvaggia, perdere il titolo all’ultima giornata in quel modo lì sarebbe stato assurdo, averlo recuperato con un poker calato dalla manica di una divinità che cammina tra i comuni mortali in pantaloncini e tacchetti è semplicemente incredibile. Nessuno può fermare il Mineiro nella sua casa, nessuno deve osare concepirlo: questi insolenti del Villa Nova devono pagare la loro insolenza. Una mano tracotante sfodera una pistola, e il lampo di uno sparo pone fine alla carriera di Mário de Castro, medico di professione, calciatore per passione, campione per proclamazione.


La chiamavano la Profana Trinità

Nasce nel 1901, a Formiga, una cittadina nello stato di Minas Gerais, fiorente regione nel sud-est del Brasile, ultimo di cinque figli. Orfano di padre, la madre gli vieta tutti gli sport, così che non abbandoni la strada per professioni meglio retribuite dell’atleta “professionista”, negli anni in cui formalmente ancora vige il dilettantismo, e i migliori calciatori sono sovvenzionati solo sottobanco.

Coscienzioso e intelligente, coltiva tuttavia un amore troppo grande per il pallone per sacrificarlo alla devozione dell’amata madre: quando nel ’26 va a studiare medicina nel capoluogo di Belo Horizonte, fa un provino con l’América Futebol Clube. È la squadra che ha vinto 10 delle 11 edizioni dei campionati Minieiro sin allora disputate, quanto di più vicino possibile a un titolo nazionale, tutte consecutive. Il suo talento è evidente e viene accolto in rosa. Pochi giorni dopo, però, si presenta a un allenamento del Clube Atlético Mineiro, allora il secondo club dello stato, il cui campo si trova dall’altra parte della strada rispetto a quello dell’América. Viene reclutato immediatamente per la prima squadra. È una svolta che cambia la storia dei due clube: il Mineiro con oltre 40 titoli diventerà la compagine più vincente dello stato assieme al Cruizeiro, allora Palestra Itália, l’América ne vincerà appena altri 5 in un secolo.

Sui tabellini figura semplicemente come Oiràm, il contrario del nome di battesimo, così che giornali e radio non rivelino alla madre che si affatica sui campi da gioco oltre che sul sentiero di Ippocrate. I suoi compagni di reparto sono le ali Jairo e Said, ambedue coetanei di Mário-Oiràm e considerati straordinari: Jairo il più estroso, si laureerà in giurisprudenza ma diverrà direttore televisivo e non eserciterà mai, mentre Said, collega di de Castro anche in facoltà, è lo sgobbone dai piedi buoni. Insieme segnano più di 450 gol in 5 anni, e diventano noti come il Trio Maldito o la Profana Trinità. Le specialità del centravanti erano invece dribbling e tiro inesorabili e invincibili, potenza e tecnica. Vincono subito i titoli del ’26 e del ’27, con De Castro capocannoniere.

Mário de Castro



Le sfide e gli addii da gentiluomo

Il 30 maggio del 1929 viene inaugurato il nuovo stadio dell’Atlético, e per l’occasione venne invitato per un amichevole il Corinthians, ritenuto il club più forte del paese. Sotto gli occhi dei giornalisti di tutta la nazione e dei dirigenti federali, de Castro con una doppietta trascina i suoi a un impensabile trionfo per 4–2. Poco dopo arriva la chiamata per la Seleção, che gli permetterebbe di essere il primo giocatore al di fuori di Rio o San Paolo a essere convocato in nazionale. Tuttavia, rifiuta, perché vi sarebbe pervenuto solo come rimpiazzo della punta del Botafogo, il 17enne Carvalho Leite.

L’asse Rio-San Paolo rimane così intatto, e il Brasile rimedia una figura barbina ai primi mondiali della storia, in Uruguay nel 1930, facendosi eliminare ai gironi dalla Jugoslavia. Rassegna che con il Trio Maldito, o anche con il solo de Castro, molto probabilmente avrebbe potuto vincere. Forse con quei tre i non ancora verdeoro – lo saranno solo dopo il 1950 – sarebbero pure riusciti a infrangere il muro di Zamora che li porterà all’eliminazione al primo turno con la Spagna a Genova nel ’34.

Gli usi impongono un duello tra i due pistoleri, e nell’agosto post Mundial va in scena una sfida andata-ritorno tra Atlético e Botafogo: Mário de Castro a Belo Horizonte incide il vittorioso 3–2 con una tripletta mentre Leite rimane a secco, a Rio è Leite che sancisce la rivalsa con una tripletta per un colorato 6–3, in cui comunque de Castro piazza una doppietta.

Il centesimo e ultimo match di Mário de Castro è un’elegia al pallone: nel 1931 il Mineiro deve vincere in casa per aggiudicarsi il titolo, contro un Villa Nova che non ha ambizioni di classifica e combatte solo per l’onore; all’intervallo incredibilmente il Villa Nova conduce per 3 a 0, nella ripresa Mário-Oiràm cala il poker che vale il campionato; durante gli sfrenati festeggiamenti per la vittoria un dirigente dell’Atlético spara a un tifoso del Villa, ammazzandolo. Sdegnato, ad appena 26 anni, il supercalciatore Oiràm decide di ritirarsi per sempre, e Mário, grande uomo, comincia ad esercitare la professione del medico. I 195 gol nelle fatidiche 100 partite disputate gli valgono ufficiosamente la media realizzativa più alta di sempre, attribuita ufficialmente dalla FIFA al portoghese Fernando Peyroteo, 331 marcature in 187 match, 1.77 a partita, tutte con lo Sporting Lisbona, contro il 1.95 di de Castro.

Per mezzo secolo con serietà e umiltà eserciterà l’arte di Ippocrate e Galeno, laggiù nel nord-est del Brasile, dove l’Amazzonia sfiora le Pampas e bacia l’Atlantico, e al solo vederlo apparire, non c’era paziente che non si sentisse un po’ meglio. Un piccolo miracolo.

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