Sócrates

Sócrates e quel sogno chiamato Democrazia

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Domenica 8 gennaio 2023, migliaia di sostenitori dell’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro hanno assaltato la sede del Parlamento, dell’ufficio presidenziale e della corte suprema brasiliana, per protestare contro il risultato delle elezioni che hanno visto trionfare l’ex sindacalista Lula, spinti dal fatto che il presidente uscente si sia mostrato da subito abbastanza scettico – per usare un eufemismo – verso i risultati delle urne. Una vera e propria “trumpata“, come direbbe un politico – anch’egli controverso – della nostra Repubblica. Il neopresidente Lula ha accusato i manifestanti di non credere nei valori della democrazia e della libertà, magari ripensando alle battaglie portate avanti con l’amico e sostenitore Sócrates.

Sócrates



Che giocatore e, soprattutto, che uomo è stato Sócrates?

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato sicuramente uno di quelli che nella democrazia ci ha sempre creduto, e che avrebbe rabbrividito se avesse visto la lettera con la quale il presidente della FIFA Gianni Infantino chiedeva alle trentadue federazioni nazionali che hanno preso parte al mondiale in Qatar di portare fuori le battaglie ideologiche dal mondo del calcio. Una scelta paradossale, se si tiene conto del contesto sociale del paese ospitante e delle tensioni internazionali che stiamo tutt’ora affrontando.

Nasce a Bélem nel 1954, dieci anni prima del Golpe – guidato dai generali delle forze armate nazionali – che, con la deposizione del presidente João Goulart, mise fine alla quarta repubblica brasiliana (1946-1964), inaugurando una dittatura militare che durò ventuno anni.

Il Presidente deposto veniva considerato una minaccia viste le sue radici filo-comuniste e il conseguente deterioramento dei rapporti tra Brasile ed USA, i quali – come spesso accaduto durante la guerra fredda – hanno avuto un ruolo non marginale, aiutando le forze dell’opposizione a destabilizzare il potere politico di un presidente che i funzionari di Washington ritenevano troppo vicino alle idee dell’URSS, e in tempi di cortina di ferro non era un particolare che potesse passare inosservato. Le conseguenze furono una dittatura militare violenta ed autoritaria, durante la quale vennero espatriati o fatti prigionieri molti esponenti di vecchi partiti e vietati manifestazioni, comizi e qualsiasi tipo di opposizione.

È in un contesto come questo che Sócrates cresce e muove i primi passi da calciatore, nella squadra della città nella quale è cresciuto, il Botafogo Futebol Clube, fino ad esordire in prima squadra nel 1972. Il Dottore è sempre stato un calciatore tanto talentuoso quanto peculiare: «Ho sempre fumato e bevuto nel corso della mia carriera. Il calcio è uno sport collettivo, ci sono quelli che corrono e quelli che pensano». Potrebbe bastare questa frase per descrivere che tipo di calciatore fosse, ma non renderebbe giustizia a ciò che è stato.

Sócrates è stato un giocatore longilineo, alto 193 centimetri, ma non dotato di un fisico estremamente dominante – caratteristica a cui deve il soprannome di Magrão. Iniziò la sua carriera da estremo offensivo per poi essere spostato a centrocampo, viste le sue abili doti di lettura, accompagnate da una visione di gioco notevole. In campo aveva un atteggiamento molto diverso da quello che aveva al di fuori, era un giocatore che non amava molto sporcarsi le mani, ma era dotato di estrema intelligenza calcistica, che gli permetteva di sfruttare sempre gli spazi lasciati dagli avversari per spingersi in attacco e inserirsi alle spalle della linea di difesa – proprio un gol così lo segnò, da capitano, ai Mondiali del 1982, nella partita contro l’Italia di Paolo Rossi.

Ad accrescere ancora di più il mito di Sócrates, il fatto che gli capitasse di non prendere parte agli allenamenti della settimana per poter studiare e conseguire la laurea in medicina – ottenuta nel 1976, con specializzazione in pediatria. A questo punto, l’origine del suo soprannome, vi apparirà molto più chiara.

Ma quello di ‘Dottore‘ non era l’unico. Oltre al già citato Magrão, ‘O calcanhar que a bola pediu a Deus‘, ‘Il tacco che la palla chiese a Dio‘, ad esempio, è un altro dei tanti appellativi che gli sono stati affibbiati nel corso della carriera, dato dal fatto che in un calcio che stava sempre di più alzando il livello tecnico, Sócrates avesse trovato nel colpo di tacco il suo modo di sbarazzarsi velocemente del pallone e tornare a guardare la partita quasi da spettatore, per poi riapparire come un fantasma alle spalle dei difensori e colpire.

Insomma, era un uomo capace di giocate celestiali, con un bagaglio tecnico da far invidia, baciato da un calcio che lo ha amato più di quanto lui stesso lo amasse. Non gli piaceva essere ricordato per quello che faceva in campo, sapeva però che era in grado di conquistare gli appassionati con i suoi gesti tecnici e non si risparmiava dal farlo, per attirare l’attenzione sulle battaglie che portava avanti fuori dal rettangolo di gioco.



La Democrazia Corinthiana

Nel 1978 – dopo essersi ritagliato uno spazio importante nel mondo del calcio nazionale e non solo – arriva il salto di qualità: Sócrates diventa un giocatore del Corinthians. Il rapporto tra lui e la squadra inizialmente stenta a decollare, anche perché il Dottore deve far fronte alla perdita del padre – figura fondamentale per Sócrates, colui che gli ha trasmesso l’amore per la cultura – e alla nuova vita in una città che non era più casa sua, con i nuovi tifosi che lo vedevano come un idolo popolare.

Magrão si sentiva schiacciato dalle pressioni di una tifoseria che ancora non aveva imparato a capire, tanto da scappare da San Paolo per rifugiarsi nella più tranquilla vita della sua città per circa quaranta giorni. Quando tornò, ci mise poco a diventare il leader tecnico e carismatico del Corinthians, incarnando egli stesso lo spirito della tifoseria e portando la squadra al trionfo. Non c’era uomo migliore per un club chiamato ‘Time do Povo‘ – Squadra del Popolo. In quegli anni iniziò anche il rapporto di amicizia e rispetto tra un giovane Lula – ai tempi sindacalista – e Sócrates, il quale non nascose mai il suo appoggio all’attuale presidente della Repubblica brasiliana.

Nel 1981 fu promotore di qualcosa mai visto nel mondo del calcio e di molto lontano dal mondo politico che caratterizzava il Brasile dell’epoca. Forte dell’appoggio dei compagni di squadra Wladimir – uno dei primi sostenitori del movimento Black Power in Brasile – e Walter Casagrande, istituisce, con il supporto del direttore sportivo Adilson Monteiro Alves e del presidente Waldemar Pires, quella che viene definita Democrazia Corinthiana.

La squadra è autogestita, le decisioni vengono prese dai giocatori, che votano su ogni questione posta: formazione, allenamenti, acquisti, cessioni e così via. Si svolgono assemblee, si discute, si vota. Vincono due campionati paulisti consecutivi – 1982 e 1983 – e soprattutto diventano parte integrante di iniziative contro la dittatura, oltre che veri e propri simboli anti-regime.

Sócrates

«Ganhar ou perder, mas sempre com democracia», «Vincere o perdere, ma sempre con la democrazia»

Nel corso degli anni si fece sempre più intenso l’attivismo politico per Sòcrates, che divenne infatti uno dei volti più importanti della mobilitazione per la proposta del deputato brasiliano Dante de Oliveira, che presentò un emendamento costituzionale per istituire l’elezione diretta del Presidente. L’emendamento, tuttavia, non passò alla Camera perché i favorevoli non raggiunsero la soglia dei due terzi necessaria per l’approvazione. Un evento devastante per Sòcrates, che segnò de facto la fine della Democrazia Corthiana. Per Lula – presidente del Brasile anche tra il 2003 e il 2011 e tifosissimo del Timão –, la Democrazia Corinthiana ebbe un ruolo fondamentale nel processo di democratizzazione del Paese, avendo fatto arrivare a un gran numero di persone il messaggio di cambiamento.


L’esperienza italiana e la decadenza

Dopo la bruciante sconfitta politica si trasferì in Italia, alla Fiorentina. Fino a quel momento aveva rifiutato le proposte che arrivavano dai campionati europei, per poter sostenere in prima persona le battaglie politiche brasiliane, ma sentendosi deluso e tradito dalla sua gente decise di accettare la ricchissima offerta dei toscani.

Il suo rapporto con il calcio italiano, però, non decolla. Il suo stile di vita poco professionale e attento è antiquato per la direzione che sta prendendo il calcio europeo, di cui l’Italia in quel momento rappresenta l’avanguardia. Si presenta infatti fuori forma, fatica ad entrare negli schemi, si dimostra più volte insofferente alla mentalità calcistica del Bel Paese, e dopo un inizio discreto non riesce ad incidere come si sperava, pur facendo giocate di una qualità eccelsa. E d’altra parte lo aveva dichiarato fin dalle prime interviste, più che per il pallone era arrivato in Italia per leggere Gramsci in lingua originale.

Sócrates

Sócrates immortalato con i compagni di squadra Claudio Gentile e Daniel Passarella, difensori delle due nazionali che hanno vinto i Mondiali 1978 e 1982 dopo aver eliminato proprio il suo Brasile

Nella stagione successiva torna in patria, dove gioca per due anni al Flamengo e per uno al Santos – la squadra di cui era tifoso –, per poi ritirarsi nel 1989, simbolicamente nello stesso anno in cui in Brasile venne reintrodotto il voto per le elezioni dirette del Presidente della Repubblica.

Farà un’ultima apparizione calcistica quindici anni dopo il ritiro, giocando a cinquant’anni dodici minuti di partita in una squadra di decima serie inglese, il Garforth Town. La scelta era data dal fatto che il presidente del club aveva investito nella creazione di accademie in Brasile, e affascinato dal progetto, o Doutor divenne l’uomo immagine della squadra. Ma sia il presidente che lo stesso Sòcrates si renderanno ben presto conto che il suo stile di vita fatto di eccessi stava avendo delle conseguenze evidenti. Da allora non giocò più nessuna partita, ma continuò la sua esperienza come uomo immagine, non allontanandosi però dai suoi vizi.

Questo suo stile di vita libero ma altrettanto sregolato farà i conti con lui ben presto, quando, all’età di 57 anni, si spense a casa sua, per i danni provocati da decenni di abuso di alcol e tabacco. Nel 1983, in un’intervista, dichiarò di voler morire di domenica, nello stesso giorno in cui il suo Corinthians vince il titolo. Il 4 dicembre del 2011, qualche ora dopo la scomparsa di Sócrates, allo stadio Pacaembu di São Paulo si giocò il derby tra Corinthians e Palmeiras. Sugli spalti e in campo, durante il minuto di silenzio dedicato alla sua memoria, i giocatori ed i tifosi del Timão alzarono il pugno chiuso al cielo, gesto che il Dottore faceva dopo ogni suo gol. Alla fine della partita, terminata 0-0, il Corinthians festeggerà il quinto Brasileirão della propria storia.

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