paracadute

Paracadute, davvero conviene retrocedere?

Analisi AR Slider

Negli spazi di approfondimento calcistico, sentiamo spesso parlare di società retrocesse che beneficiano del “paracadute” della Serie B. Si potrebbe dunque presumere che retrocedere sia vantaggioso, almeno dal punto di vista economico, e che dunque possa essere addirittura una strategia. Ma possiamo davvero sostenere che retrocedere convenga? Procediamo per punti.


Cos’è il “paracadute”? E come funziona?

Il “paracadute” è uno strumento che la Lega offre alle società per rendere economicamente meno duri gli effetti finanziari diretti e indiretti della retrocessione in Serie B.

Come riporta Calcio e Finanza, le squadre retrocesse vengono divise in fasce, come nelle coppe europee. La fascia A è riservata alle squadre tornate in B dopo un solo anno nella massima serie dalla loro promozione, e per loro sono previsti 10 milioni di euro. La fascia B è quella delle squadre che tornano in cadetteria dopo aver disputato due anni – anche non consecutivi – di Serie A nelle ultime tre stagioni, e per loro sono previsti 15 milioni di euro. Infine, la fascia C è quella destinata alle squadre che retrocedono dopo aver disputato almeno tre stagioni – anche non consecutive – di Serie A nelle ultime quattro, e per loro sono previsti 25 milioni di euro.

La ratio della norma è quella di aiutare e sostenere le squadre che sono rimaste per più tempo nel massimo campionato, e che quindi idealmente hanno speso più – o meglio – negli anni.

La domanda che molti si pongono è se alle volte questo meccanismo non induca le società ad alzare bandiera bianca a metà campionato, quando la salvezza appare ormai lontana. Questo può avvenire, ad esempio, in sede di mercato di riparazione: se le società valutano che le possibilità di rimanere in Serie A siano particolarmente basse, vuoi per un progetto tecnico finito male, vuoi per difficoltà nello spogliatoio, queste possono decidere di non intervenire risparmiando, e ripartendo dal prossimo campionato – monetizzando anche con la svendita dei calciatori. È evidente però che questo atteggiamento violi l’etica dello sport.

Per vedere se questo accade, analizzeremo nello specifico qualche caso relativo a squadre retrocesse negli ultimi anni, per osservare come queste tendono a comportarsi quando la situazione in campionato diviene preoccupante. Posto che ogni caso è a sé, ed è sostanzialmente impossibile ricavare una legge assoluta secondo cui le squadre agiscono, valuteremo un episodio del passato e uno potenzialmente futuro, tenendo ben chiaro in mente come le logiche aziendali siano fortemente cambiate dopo il COVID.

Una postilla per una migliore comprensione dell’articolo: per ricavi intendiamo il totale incassato dalle società in un anno, mentre per avanzo – o disavanzo – di bilancio, per semplicità, intendiamo il ricavato dal solo calciomercato.


Alle squadre conviene retrocedere?

La stagione 2016/2017 è stata quella del ritorno in Serie B del Palermo, che avrebbe conosciuto di lì a poco una delle epoche più buie della propria storia, con il fallimento del 2019. Considerato che il Palermo ha disputato in Serie A le stagioni 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017 – tre nelle ultime quattro –, la società ha avuto diritto al “paracadute” da 25 milioni di euro.

I ricavi a bilancio dell’ultimo anno di Serie A, al 30 giugno 2017, ammontavano a 79,4 milioni – in cui è presumibile che fosse confluita una buona parte del “paracadute”. Al Palermo conveniva effettivamente retrocedere? Considerando le turbe societarie del tempo, proveremo a capire come è cambiata la strategia della società. Sfortunatamente, i bilanci del Palermo pre-fallimento non sono reperibili online, ma possiamo comunque stimare l’impatto della retrocessione.

Anzitutto, i diritti televisivi – spesso la quota più consistente in percentuale dei ricavi delle società – calano drasticamente per le squadre di Serie B. Basti pensare che la quota fissa della Serie A ammonta a circa 23,5 milioni di euro, mentre quella della cadetteria è di circa 2 milioni – a questa parte fissa poi vanno aggiunti ulteriori guadagni dati dal piazzamento, dalle presenze allo stadio, dall’andamento degli ultimi anni e altri fattori. È pertanto presumibile pensare che il Palermo abbia sofferto particolarmente da questo punto di vista, nonostante il “paracadute” in questo caso specifico pare abbia assorbito questo divario.

D’altro canto, che dire delle spese sul mercato? Il Palermo ha terminato la sessione del 2017/2018, la prima di Serie B, con un bilancio in avanzo di 8 milioni di euro. Ovviamente quando le squadre retrocedono tendono ad “alleggerire” il bilancio, con i giocatori più blasonati e richiesti che trovano altra sistemazione generando un doppio guadagno: il risparmio sullo stipendio e il costo del cartellino. Tuttavia, anche nei due anni precedenti vi era stato un consistente avanzo di bilancio derivante dal mercato. Prima di 20 milioni nel 2016/2017 – dovuto in gran parte alla cessione di Franco Vázquez al Siviglia per circa 17 milioni di euro –, e addirittura di 50 milioni nella stagione precedente – dovuto qui in gran parte alla cessione di Paulo Dybala alla Juventus per 41 milioni di euro. Se è dunque vero che la discesa in Serie B permetta di alleggerire il bilancio per le motivazioni di cui sopra, è altrettanto veritiero che comporti la scomparsa di uno dei principali ruoli delle squadre di medio-bassa classifica, quello di “vetrina” per i giocatori provenienti dall’estero o dai campionati inferiori, che possono essere rivenduti a cifre superiori rispetto al costo di acquisto ammortizzato, generando ingenti plusvalenze.

Questa semplice analisi può essere ripetuta per la maggior parte dei dubbi sul “paracadute”. Ad esempio, la Sampdoria – altra squadra con grandi difficoltà societarie – ha in questo momento un avanzo di bilancio in riferimento alla stagione in corso pari a quasi 30 milioni di euro, e nonostante nelle due stagioni passate abbia accumulato un disavanzo di 10 milioni complessivi – stagioni 2020/2021 e 2021/2022 –, nelle due precedenti conta un avanzo pari a circa 43 milioni complessivi – stagioni 2018/2019 e 2019/2020.

Oltre a questo, bisogna considerare anche le entrate indirettamente compromesse dalla retrocessione e dalla conseguente perdita di blasone legate ai tifosi, come i ricavi ottenuti dalla vendita di biglietti e abbonamenti e quelli conseguiti dalle maglie e dai vari gadget degli store, praticamente sempre in diminuzione quando una squadra gioca in palcoscenici minori.

Stando dunque alla nostra analisi – che ripetiamo essere semplicistica, ma un buon riassunto di quello che effettivamente accade – il Palermo a livello economico non sembrerebbe aver beneficiato della retrocessione, considerato anche che le turbe societarie hanno portato a una brusca interruzione della rincorsa della Serie A, a causa del fallimento dichiarato.


Le squadre a rischio retrocessione spendono meno a gennaio?

A primo impatto sembrerebbe che ci sia talvolta un incentivo a ridurre la spesa nel mercato di gennaio di fronte alla concreta prospettiva di una retrocessione. Ma si comportano effettivamente così le squadre? Una risposta univoca non c’è.

Continuando con l’esempio del Palermo, nella stagione 2016/2017 i rosanero hanno effettivamente speso poco: solamente 800.000 euro per Stefan Silva, a fronte della cessione di Robin Quaison per 2,5 milioni e altre operazioni minori. Nell’annata precedente i siciliani spesero di più: 3,85 milioni a fronte di cessioni per soli 500.000 euro. Tuttavia, se andiamo indietro di un’ulteriore stagione, il Palermo effettuò solo prestiti a gennaio, cedendo Ezequiel Muñoz alla Sampdoria in prestito oneroso per 500.000 euro. Un trend chiaro dunque non c’è. In questo caso l’ipotesi non è né confermata né smentita.

Consideriamo ora un altro esempio, l’Empoli retrocesso nella stessa stagione del Palermo e rimasto in Serie A per le precedenti due annate. I toscani, nel mercato invernale 2016/2017, spesero 3,5 milioni – in gran parte per l’acquisto di Miha Zajc –, a fronte di un incasso di 1,5 milioni. L’anno prima le spese furono nulle – arrivò solo Ariaudo dal Sassuolo in prestito –, a fronte di 1 milione di euro in entrata per il prestito oneroso di Barba allo Stoccarda. E nel primo anno di questo triennio in A, spesero 860.000 euro con incassi per 4,5 milioni – derivanti perlopiù dalla cessione di Daniele Rugani alla Juventus. In questo caso, l’ipotesi sembra smentita: l’Empoli ha perlopiù incassato quando si è salvato e ha tentato di investire per evitare la retrocessione quando non ce l’ha fatta – anche se c’è da dire che la squadra non era spacciata, ma è retrocessa a seguito dell’ultima giornata.

Come vediamo, anche in questo caso non esiste una legge univoca, ma cambia da caso a caso. È probabile che le squadre con più fondi a disposizione e/o che lavorano meglio possano intervenire più fortemente e facilmente per rimanere in Serie A. In linea generale non sembra esserci un trend “disfattista” dato dalla situazione di classifica, come spesso si ipotizza.

Stante la nostra analisi, la risposta alla domanda iniziale è quasi sempre no, poiché nel 99% dei casi – remotissime eccezioni potrebbero essere date da un’abbinata necessità imminente di fare cassa e risparmiare sui costi – retrocedere non è per nulla conveniente, per tutti i motivi che abbiamo elencato. Questo smentisce di conseguenza i discorsi complottisti che si vengono a creare ogni qual volta una squadra che lotta per la salvezza cede un giocatore importante o inizia un filotto negativo. Sul “paracadute” e sulla sua applicazione si può discutere, ma quel che è certo è che non rappresenta in alcun modo una strategia di guadagno volontaria per i club che ne usufruiscono.

Leggi anche: Come funziona il Fair Play Finanziario?