partita della morte

Fonte immagine: Alessandro Lombardi

La partita della morte

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Nonostante sia certificato l’avvenimento della partita e le sue conseguenze, alcuni studi smentiscono taluni dettagli della storia e altri li confermano, probabilmente influenzati nel corso degli anni dal clima politico che accompagnava l’Ucraina – le vicende riguardanti ‘La partita della morte’ sono avvenute durante l’occupazione nazista e sono passate attraverso quasi cinquant’anni di Unione Sovietica, che in base a chi fosse al comando si poneva in modo diverso sui fatti –, indi per cui non è storicamente appurato al 100% tutto quello che leggerete, nonostante le nostre ricerche approfondite e le fonti autorevoli consultate. Il nostro intento principale è comunque quello di raccontare una storia, per la ricostruzione precisa dei fatti è giusto affidarsi a chi lo storico lo fa di professione.

È il 1941, è in corso la Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista di Adolf Hitler sta estendendo sempre di più il proprio dominio sull’Europa. Il 26 settembre dello stesso anno, dopo un’estenuante battaglia che si è portata con sé oltre un milione e duecentomila morti, le armate tedesche conquistano Kiev. Per il popolo ucraino inizia un incubo che durerà oltre due anni. L’occupazione nazista in Ucraina verrà ricordata come una delle più sanguinose e disumane della Seconda Guerra Mondiale. Non vi era infatti una semplice limitazione di libertà e diritti: i soldati tedeschi, corrotti dalla propaganda di Goebbels, reputavano gli ucraini una razza inferiore, in quanto slavi, e per questo motivo il trattamento a loro riservato fu ancor più spregevole.



Mentre la fame, la disperazione e la paura sopprimono sempre più gli ucraini, avviene un incontro casuale che, in un certo qual modo, scriverà la storia di Kiev. Iosif Kordik, un collaborazionista dei nazisti, si imbatte al mercato in Nikolaj Trusevič, portiere della Dinamo Kiev prima dell’occupazione, che era finito a vendere accendisigari. Il primo, grande appassionato di calcio, dirige il panificio cittadino, e non ci pensa due volte ad aiutare Trusevič assumendolo, proponendogli inoltre di riformare la squadra. L’estremo difensore riesce ad arrivare a diversi ex giocatori della Dinamo, che come tutti hanno bisogno di una mano in un periodo così duro e vengono attirati principalmente dalla proposta lavorativa di Kordik, che li assume e permette loro di portare a casa dei pezzi di pane o piccole razioni di burro e farina, concessioni notevoli per il periodo.

Passato l’inverno, la popolazione sempre più denutrita e demotivata non riesce più a sostentare lo sviluppo della città, ed è per questo motivo che i nazisti decidono di alleggerire la morsa e di concedere alcune tenui forme di svago, tra le quali vi è anche il calcio.

Kordik, che nel frattempo era riuscito a formare una squadra aggiungendo ai ragazzi del panificio ex giocatori della Lokomotiv Kiev – l’altra squadra della capitale –, decide di farli partecipare al campionato organizzato dai nazisti che da lì a poco si sarebbe svolto. Oltre alla squadra di Kordik, le compagini partecipanti rappresentano le forze di occupazione e i loro alleati, vi sono infatti squadre formate da soldati rumeni, ungheresi, tedeschi – per i quali in particolare una è composta da soldati semplici e l’altra, la Flakelf, dai membri della Luftwaffe, ovvero l’aviazione – e una squadra di collaborazionisti ucraini.



Il 7 giugno, in occasione della prima partita del torneo, la Start – come viene chiamata la squadra dei “prigionieri” – affronta i collaborazionisti della Ruch. L’intera squadra è composta da gente sfinita dal lavoro e dalla fame, non hanno i mezzi minimi necessari per giocare, non sono allenati, ma sono dei professionisti, e spazzano via gli avversari con un sonoro e umiliante 7-2. Il risultato non passa inosservato, né dal popolo, che vede nella Start un motivo di riscatto nazionale, né tanto meno dagli avversari, che chiedono ai nazisti di squalificarli. Solo la mediazione di Kordik riesce a evitare l’estromissione dalla competizione, optando solamente per un cambio di luogo: le partite della Start non verranno più disputate allo Stadio della Repubblica – l’attuale Stadio Olimpico di Kiev –, il principale della città, ma in uno decisamente più piccolo e periferico, lo Zenit, con l’intento di dare meno spazio a loro e ai loro risultati.

La Start, nel nuovo stadio, non si fa intimorire e batte prima gli ungheresi per 6-2 e poi i rumeni per 11-0. Lo scopo di rendere meno conosciute le imprese della squadra fallisce, le partite sono comunque molto seguite, le voci girano ancora di più: è iniziato il mito della Start.

Gli ucraini – emotivamente toccati da quello che la Start stava facendo e da cosa rappresentava – aiutano come possono la squadra nel giorno delle partite, portando loro cibo e indumenti. Trusevič riesce a procurarsi anche delle divise da calcio rosse, e saranno pure invernali e di lana pesante, ma indossarle rendeva loro sempre più un simbolo della resistenza ucraina.

Le successive partite contro PGS e MGS – composte da soldati tedeschi e ungheresi – portano ad altri due successi, rispettivamente per 6-0 e 5-1. La gara contro i soldati magiari viene poi inspiegabilmente ripetuta pochi giorni dopo, ma la Start ha ancora la meglio per 3-2.

I nazisti impongono allora che la vincitrice del campionato venga decisa in una partita tra la Start e la temuta Flakelf, il risultato è però quasi lapalissiano: i ragazzi in maglia rossa si impongono per 5-1. I tedeschi sono umiliati e infuriati, non possono accettare una sconfitta, non loro, non contro una squadra formata da uomini che reputano di razza inferiore. Ci sarà un’altra gara, una partita di rivincita, e si giocherà il 9 agosto.

I ragazzi della Start, già in condizioni precarie, provano a rifiutare o rinviare l’incontro viste le tante partite ravvicinate, tra le quali l’ultima proprio con la Flakelf solo tre giorni prima, ma non riescono a ottenere nulla. Per i loro avversari, invece, vengono richiamati dal fronte i migliori atleti nazisti. Non esiste altro risultato al di fuori della vittoria, anzi, gli ucraini dovranno essere umiliati. La razza superiore dovrà imporsi su quella inferiore, e una volta per tutte il mito della Start dovrà eclissarsi.



Arriva il giorno del grande evento, la partita che doveva essere ricordata come quella dell’imposizione nazista, ma che per ovvi motivi passerà alla storia come ‘La partita della morte‘.

Convinti della vittoria, nei giorni precedenti alla gara i tedeschi hanno tappezzato la città di manifesti che promuovevano la partita, e il popolo ucraino non si è fatto attendere. Il tifo è tutto per la Start. Ci sono diversi ufficiali e soldati nazisti, ma la maggior parte dello stadio è occupato dalla gente di Kiev, che sa bene di quanto sostegno serva alla loro squadra per quella gara.

I tedeschi mettono subito in chiaro la situazione: l’arbitro, ufficiale SS, fa visita ai giocatori della Start, chiede di “portare rispetto” in campo e di fare il saluto nazista prima della partita. Gli eroi di Kiev si guardano in faccia, sanno benissimo a cosa stanno andando incontro, ma sanno altrettanto bene che daranno del filo da torcere ai nazisti e che non si sottometteranno al nemico. All’«Heil Hitler» dei tedeschi gli ucraini rispondono con «Fitzcult Hurà!», letteralmente «Viva la cultura fisica», saluto classico dello sport sovietico.

Inizia la partita e la Start viene fin dal principio bersagliata di colpi ed entrate dure. L’arbitro, naturalmente, finge di non vedere. Al decimo minuto Trusevič blocca un pallone rasoterra, l’attaccante tedesco in corsa, invece di evitarlo, lo colpisce con un calcio violento all’altezza della fronte, stordendolo. La Start non ha cambi per il portiere, Trusevič deve restare in campo, e, al primo tiro in porta, subisce gol.

La reazione della Start non tarda ad arrivare, se non potevano competere fisicamente, avrebbero lottato con l’orgoglio. Ivan Kuzmenko calcia una punizione potente da trenta metri e sorprende il portiere, 1-1. Poi ci pensa Makar Hončarenko con una doppietta, e il primo tempo si chiude sul 3-1 per i ragazzi in maglia rossa.

Nell’intervallo gli ucraini ricevono un’altra visita da un ufficiale nazista, che dice molto chiaramente che i tedeschi non possono perdere la partita, mentre loro possono perdere tutto, persino la vita.

Probabilmente influenzata da quanto successo negli spogliatoi, la Start subisce due gol nei primi minuti del secondo tempo, e la partita è ora sul pareggio. In quel momento, però, i timori dei giocatori vengono spazzati via dalle voci fiacche e logore del pubblico ucraino che è lì per incitarli. Persone che avevano visto la soppressione, l’umiliazione e il disprezzo da parte dei nazisti, persone che faticavano a procurarsi un pasto per loro e per i propri figli, persone che soffrivano. I ragazzi della Start capiscono che ormai non sono più dei singoli calciatori. La squadra rappresenta la resistenza dell’intero popolo ucraino, e deve vendicarlo per quanto stava vivendo da quasi un anno.

La Start segna, due volte. La gara finisce 5-3 e la squadra viene portata in trionfo dai propri tifosi. La gioia, però, è solo una momentanea illusione, gli eroi della Start sanno che vincendo quella partita hanno firmato la loro condanna a morte.

Nei giorni successivi alla gara quasi tutti vengono arrestati, e saranno in pochi a sopravvivere. Nikolai Korotkikh è la prima vittima della partita, torturato fino alla morte, poi tocca a Olexander Tkachenko. Dopo tre settimane di torture nelle prigioni della Gestapo, otto di loro vengono deportati nel campo di concentramento di Syrets, e lì obbligati a lavorare per i nazisti in condizioni disumane. Il 24 febbraio 1943 in tre perdono la vita a Syrets: Kuzmenko, Klimenko e capitan Trusevič. Vengono disposti in fila insieme ad altri prigionieri e fucilati. La vittoria di quella gara gli costò tutto.

Oggi, a Kiev, fuori dallo stadio della Dinamo, vi è una scultura dedicata ai ragazzi che quel giorno diedero speranza al popolo ucraino, andando incontro alla morte per una partita di pallone. Alla base della statua campeggia la frase «Per il nostro presente sono morti nella lotta, la vostra gloria non si spegnerà, eroi, atleti senza paura».

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