partita della morte

Fonte immagine: Alessandro Lombardi

La partita della morte

Calcio Europeo Le Sfide PSS Slider

È il 1941, è in corso la Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista di Adolf Hitler sta estendendo sempre di più il proprio dominio sull’Europa. Il 26 settembre dello stesso anno, dopo un’estenuante battaglia che si è portata con sé oltre un milione e duecentomila morti, le armate tedesche conquistano Kiev. Per il popolo ucraino inizia un incubo che durerà oltre due anni, l’occupazione nazista in Ucraina verrà ricordata come una delle più sanguinose e disumane della Seconda Guerra Mondiale. Non vi era infatti una semplice limitazione di libertà e diritti: i soldati tedeschi, corrotti dalla propaganda di Joseph Goebbels, reputavano gli ucraini una razza inferiore, in quanto slavi, e per questo motivo il trattamento a loro riservato fu ancor più crudele.



Mentre la fame, la disperazione e la paura sopprimevano sempre più gli ucraini, avvenne un incontro casuale che, in un certo qual modo, scriverà la storia di Kiev: Iosif Kordik, un collaborazionista dei nazisti, si imbatte al mercato in Nikolaj Trusevič, portiere della Dinamo Kiev prima dell’occupazione, che era finito a vendere accendisigari. Il primo, grande appassionato di calcio, dirige il panificio cittadino, e non ci pensa due volte ad aiutare Trusevič assumendolo, proponendogli inoltre di riformare la squadra di calcio. Il portiere riesce ad arrivare a diversi ex giocatori della Dinamo, che come tutti hanno bisogno di una mano in un periodo così duro e vengono attirati principalmente dalla proposta lavorativa di Kordik, che li assume e permette loro di portare a casa dei pezzi di pane o piccole razioni di burro e farina, concessioni notevoli per il periodo.

Passato l’inverno, la popolazione sempre più denutrita e demotivata non riusciva più a sostentare lo sviluppo della città, è per questo motivo che i nazisti decisero di alleggerire la morsa e concedere alcune tenui forme di svago, tra le quali vi è anche il calcio.

Kordik, che nel frattempo era riuscito a formare una squadra aggiungendo ai ragazzi del panificio ex giocatori della Lokomotiv Kiev – l’altra squadra della capitale –, decise di farli partecipare al campionato organizzato dai nazisti che da lì a poco si sarebbe svolto. Oltre alla squadra di Kordik, le compagini partecipanti rappresentavano le forze di occupazione e i loro alleati, vi erano infatti due squadre formate rispettivamente da soldati rumeni e ungheresi, due tedesche – una composta da soldati semplici e l’altra, la Flakelf, dai membri della Luftwaffe, l’aviazione tedesca – e infine una squadra di collaborazionisti ucraini.

Nikolai Trusevič, Mikhail Sviridoski, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedor Tyutčev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko, Makar Hončarenko, Pavel Komarov, Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev e Mikhail Melnik. È questa la rosa dei prigionieri di guerra, sono questi i ragazzi della Start.



Il 7 giugno, per la prima partita del torneo, la Start affronta i collaborazionisti della Ruch. L’intera squadra è composta da gente sfinita dal lavoro e dalla fame, non hanno i mezzi minimi necessari per giocare, non sono allenati, ma sono dei professionisti: spazzano via la Ruch con un sonoro e umiliante 7-2, che non passa inosservato, né dal popolo, che vede nella Start un motivo di riscatto nazionale, né tanto meno dagli avversari, che chiesero ai nazisti di squalificarli. Solo la mediazione di Kordik riuscì ad evitare l’estromissione dalla competizione, e si optò solamente per un cambio di luogo: le partite della Start non verranno più disputate allo Stadio della Repubblica – l’attuale Stadio Olimpico di Kiev –, il principale della città, ma in uno decisamente più piccolo e periferico, lo Zenit, con l’intento di dare meno spazio a loro e ai loro risultati.

La Start, nel nuovo stadio, non si fa intimorire e batte prima gli ungheresi per 6-2 e poi i rumeni per 11-0. Lo scopo di rendere meno conosciute le imprese della squadra non funziona, le partite sono comunque molto seguite, le voci girano ancora di più: è iniziato il mito della Start.

Gli ucraini – emotivamente toccati da quello che la Start stava facendo e da cosa rappresentava – aiutano come possono la squadra nel giorno delle partite, portando loro cibo e indumenti, Trusevič riesce a procurarsi anche delle divise da calcio rosse, e saranno pure invernali e di lana pesante, ma indossarle rendeva loro sempre più un simbolo della resistenza ucraina.

Le successive partite contro PGS e MGS – composte da soldati tedeschi e ungheresi – portano ad altri due successi, rispettivamente per 6-0 e 5-1; la gara contro i soldati magiari venne poi inspiegabilmente ripetuta pochi giorni dopo, ma la Start ebbe ancora la meglio per 3-2.

I nazisti decisero allora che la vincitrice del campionato si decidesse in una partita tra la Start e la temuta Flakelf, il risultato è però quasi lapalissiano: i ragazzi in maglia rossa si impongono per 5-1. I tedeschi sono umiliati e infuriati, non possono accettare una sconfitta, non loro, non contro una squadra formata da uomini che reputavano di razza inferiore: ci sarà un’altra gara, una partita di rivincita, e si giocherà il 9 agosto.

I ragazzi della Start, già in condizioni precarie, provano a rifiutare o rinviare l’incontro viste le tante partite ravvicinate, tra le quali l’ultima proprio con la Flakelf solo tre giorni prima, ma non riescono ad ottenere nulla. Per i loro avversari, invece, vengono richiamati dal fronte i migliori atleti nazisti. Non esiste altro risultato al di fuori della vittoria, anzi, gli ucraini dovranno essere umiliati, la razza superiore dovrà imporsi su quella inferiore, e una volta per tutte il mito della Start dovrà eclissarsi.



Arriva il giorno del grande evento, la partita che doveva essere ricordata come quella dell’imposizione nazista, ma che per ovvi motivi passerà alla storia come ‘La partita della morte‘.

Convinti della vittoria, i tedeschi avevano tappezzato la città nei giorni precedenti di manifesti che promuovevano la partita, e il popolo ucraino non si fece attendere: il tifo era tutto per la Start. C’erano diversi ufficiali e soldati nazisti, ma la maggior parte dello stadio era occupato dalla gente di Kiev, che sapeva bene di quanto sostegno avesse bisogno la loro squadra per quella partita.

I tedeschi mettono fin da subito in chiaro la situazione: l’arbitro, ufficiale SS, fa visita ai giocatori della Start, chiede di “portare rispetto” in campo e di fare il saluto nazista prima della partita. Gli eroi di Kiev si guardano in faccia, sanno benissimo a cosa stanno andando incontro, sanno benissimo cosa succederà, ma sanno benissimo anche che daranno del filo da torcere ai nazisti e che non si sottometteranno al nemico. All’«Heil Hitler» dei tedeschi gli ucraini rispondono con «Fitzcult Hurà!», letteralmente «Viva la cultura fisica», saluto classico dello sport sovietico.

Inizia la partita, la Start viene bersaglia di colpi ed entrate dure, l’arbitro, naturalmente, finge di non vedere. Al decimo minuto Trusevič blocca un pallone rasoterra, l’attaccante tedesco in corsa, invece di evitarlo, lo colpisce con un calcio violento all’altezza della fronte, stordendolo. La Start non ha cambi per il portiere, Trusevič deve restare in campo, e, al primo tiro in porta, subisce gol.

La reazione della Start non tarda ad arrivare, se non potevano competere fisicamente, avrebbero lottato con l’orgoglio, Kuzmenko calcia una punizione potente da trenta metri e sorprende il portiere, 1-1. Poi ci pensa Hončarenko con una doppietta, e il primo tempo si chiude sul 3-1 per i ragazzi in maglia rossa.

Nell’intervallo la Start riceve un’altra visita da un ufficiale nazista, che dice molto chiaramente che i tedeschi non possono perdere la partita, ma loro, i prigionieri, possono perdere tutto, persino la vita.

Probabilmente influenzata da quanto successo negli spogliatoi, rientrata in campo, la Start subisce in poco tempo due gol, la partita è sul pareggio. In quel momento, però, i timori dei giocatori vennero spazzati via dalle voci fiacche e logore del pubblico ucraino che era lì per incitarli, persone che avevano visto la soppressione, l’umiliazione e il disprezzo da parte dei nazisti, persone che faticavano a procurarsi un pasto per loro e i loro figli, persone che soffrivano. I ragazzi della Start avevano capito che non contavano più come singoli calciatori, quella squadra rappresentava la resistenza, e doveva vendicare il loro popolo per quanto stesse avvenendo da quasi un anno.

La Start segna, due volte. La partita finisce 5-3 e la squadra viene portata in trionfo dai propri tifosi. La gioia, però, è solo una momentanea illusione, i ragazzi della Start sapevano di aver firmato la loro condanna a morte. Solo in 3 riuscirono a sopravvivere: Fedor Tyutčev, Mikhail Sviridoski e Makar Hončarenko.

Nikolai Korotkikh fu il primo ad essere arrestato, torturato e fucilato, anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec. Il 20 febbraio 1943 in tre persero la vita a Syrec: Kuzmenko, Klimenko e Trusevič; vennero disposti in fila insieme ad altri prigionieri e fucilati. Nikolai Trusevič, il portiere-eroe della Start, poco prima che i soldati sparassero, si girò e con le ultime forze che gli eran rimaste in corpo urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai!».

Oggi, a Kiev, lo Stadio Zenit è diventato Stadio Start, e fuori da esso vi è una scultura dedicata ai ragazzi che quel giorno diedero speranza al popolo ucraino, alla base della statua campeggia la frase «Per il nostro presente sono morti nella lotta, la vostra gloria non si spegnerà, eroi, atleti senza paura».

Leggi anche: Matthias Sindelar, il calciatore che sfidò il nazismo



Condividi su...
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter