Caputo

Francesco Caputo, non è mai troppo tardi

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La vita molte volte mette le persone davanti a un bivio senza preavvisi. Nel proprio percorso di crescita, a un tratto, si arriva a un punto in cui si è chiamati a fare la decisione giusta, una scelta che se intrapresa esclude completamente l’altra. Nel caso di Francesco Caputo, il fatidico momento si è materializzato all’età di 16 anni, quando il ragazzo sembrava ormai indirizzato verso una carriera nel mondo del pallone.



La sua squadra di appartenenza di allora era il Toritto, compagine pugliese militante in prima categoria e che Caputo era in procinto di lasciare per giocare a Grosseto. Il trasferimento, però, si interruppe bruscamente per l’intervento di Onofrio Colasuonno, allenatore del ragazzo proprio al Toritto.

«Quell’estate aveva fatto il provino con il Grosseto. Lo volevano prendere, ma io mi opposi perché obbligavano i genitori a pagare 800 euro al mese per il convitto. Stoppai tutto»

A quel punto, Caputo scelse di seguire il padre, muratore da quelle part,i e non fare più ritorno al Toritto, accantonando per sempre il futuro da calciatore. Nell’estremo tentativo di far risalire il giovane in sella al suo futuro, Colasuonno si presenta nell’abitazione di famiglia e riesce a convincere Caputo a continuare per un altro anno il suo rapporto con la squadra, con la consapevolezza di avere un’altra chance per emergere un domani in altri lidi.

«Se mi vuoi bene fai un altro anno al Toritto, avrai altre occasioni. Andrà tutto bene, te lo prometto»

Mai più profetiche furono quelle parole. Caputo trascina la sua squadra alla promozione con 12 reti e a fine campionato riceve la chiamata dell’Altamura, la squadra della città nella quale è nato e cresciuto. Si fa subito notare per la facilità con cui trafigge i portieri avversari e nel giro di due anni firma il primo contratto professionistico della sua carriera, in C2 con il Noicattaro. In 29 partite mette a segno 11 reti, pur iniziando l’annata da terzo attaccante. In pochi mesi Caputo stravolge le rotazioni offensive dell’allora tecnico Pino Giusto e si conquista la titolarità fino al suo addio nell’estate del 2008.



Su di lui ha infatti messo gli occhi Antonio Conte, allora tecnico del Bari in Serie B e desideroso di accaparrarsi le sue prestazioni. Di quella squadra Caputo diventa punto fermo e grazie anche alle sue reti, i pugliesi conquistano la promozione in massima serie. Il tecnico leccese ha avuto il merito di credere fin da subito nella fame di gol di Caputo, che dopo tanta polvere mangiata nei campi di categoria della sua regione, può ora finalmente iniziare a pensare in grande.

«Lo considero il numero uno. Ti carica, ti sta sempre addosso, pretende e ottiene il massimo anche perché se non lo dai finisci in panchina. Dal punto di vista tattico ti fa crescere ad ogni allenamento»

Il 25 ottobre arrivano i primi gol in cadetteria con la tripletta al Grosseto. Tre reti che hanno il sapore della vendetta per Caputo. In un San Nicola quel giorno trasformatosi in una sorta di palcoscenico e che ha mandato in scena un’opera a lieto fine. La vittima sacrificale ha il volto dei toscani, vinti dallo strapotere di una carriera – quella di Caputo – in rampa di lancio e che loro stessi stavano indirettamente per mandare a monte, con quel trasferimento saltato all’età di sedici anni.

Il gioco del destino, che nel calcio ha sempre la sua parte, non ha ancora chiuso i conti con Caputo. Quei gol che a fine stagione diventeranno 10, non bastano al giocatore per meritarsi la conferma in Serie A, il paradiso promesso dopo tanta gavetta su e giù per la Puglia. Il Bari lo manda in prestito alla Salernitana l’anno successivo, ancora in Serie B e in una realtà tormentata da una serie di problemi societari. La squadra campana infatti cambia quattro allenatori e retrocede in Serie C con ben sette giornate di anticipo. Con cinque reti in campionato e una in Coppa Italia, Caputo lascia Salerno e torna dal prestito al Bari, questa volta finalmente in Serie A.

Sempre il San Nicola è teatro di un’altra grande emozione per il nativo di Altamura, in quel 28 novembre 2010 che per l’attaccante è il giorno della prima gioia nel massimo campionato italiano. Una rete delle sue, piombando su una palla rasoterra messa al centro da Emmanuel Rivas – esterno argentino che ha trascorso la maggior parte della sua carriera in Italia – e messa nel sacco da Caputo, che brucia il diretto marcatore con un ottimo anticipo, marchio di fabbrica del pugliese.

Quello sarà l’unico centro in campionato per Caputo, per il quale è ancora tempo di viaggiare, questa volta durante il mercato invernale. Scende nuovamente di categoria in B a Siena, ritrovando quell’Antonio Conte che per lui è stato a dir poco fondamentale. Nel girone di ritorno va a segno in tre occasioni: tre colpi di testa in 13 partite che aiutano – in minima parte – i bianconeri a garantirsi la promozione.



Una Serie A che per Caputo si trasforma in una sorta di ossessione. Gli anni passano ma il suo percorso non riesce a trovare una tappa fissa, una dimensione continuativa in cui esprimere a pieno il suo desiderio di emergere. Un prestito dopo l’altro per poi fare ritorno a Bari, una sorta di quartier generale o, per meglio dire, un centro di spedizione dove far partire i suoi gol per la penisola.

Un equilibrio che Caputo ritrova dalla stagione 2011/2012, annata nella quale torna a Bari – nel frattempo retrocesso nuovamente in cadetteria – per restare. Un inizio in sordina fino a gennaio, mese nel quale diventa capitano dei pugliesi e inizia a sbloccarsi a livello realizzativo. Tra campionato e Coppa Italia va nuovamente in doppia cifra, un bottino impreziosito da due doppiette contro Gubbio e Padova. Caputo è il migliore realizzatore stagionale dei suoi, statistica che ripeterà l’anno successivo, quello delle 17 reti in campionato che lo collocano all’ottavo posto nella classifica marcatori di Serie B – vinta da Daniele Cacia con 24 centri. Una continuità che inizia dunque a giovare sulle prestazioni dell’attaccante di Altamura.

La vita di Caputo, però, quando sembrava finalmente incentrata su una certa stabilità di rendimento, è scossa dallo scandalo legato al calcioscommesse. Un fatto risalente alle stagioni 2007/2008 e 2008/2009 quando il Bari militava in Serie B e che fa riferimento a due partite in particolare, Salernitana-Bari e Bari-Treviso, vendute dai biancorossi per un totale complessivo di 220.000 mila euro. Caputo è accusato di omessa denuncia ed è costretto a saltare per squalifica tutta la stagione 2013/2014.

«Ero un ragazzo che stava realizzando un sogno: giocare tra i professionisti con il Bari. Dopo parecchio tempo hanno accusato l’intera squadra, tranne uno, di aver combinato la partita. Ma era chiaro che i senatori all’interno dello spogliatoio avevano un peso diverso rispetto a chi come me era l’ultimo arrivato. Figuriamoci se venivano a parlare con noi di certe cose. La mia carriera poteva finire in questo modo e c’è stato un momento in cui mi sono guardato intorno, spaurito»

Questa la dura analisi di Caputo, che verrà assolto completamente dalla vicenda nel 2016. Un brutto capitolo della sua storia da ragazzo di provincia, diventato un esempio da seguire grazie al sacrificio e alla voglia di emergere. Un desiderio che non svanisce neanche dopo l’anno di stop forzato e riparte – e dove sennò – da Bari, polo attrattivo delle sue giocate. Altro giro e altra doppia cifra in cascina, per quello che sarà l’ultimo ballo sul terreno del San Nicola.

La società che ha creduto in lui prima ancora di sapere l’esito delle accuse legate al calcioscommesse è stata l’Entella. La fiducia verrà ricompensata da due campionati straordinari come quelli vissuti da Caputo in Liguria. Il primo anno, chiuso con 17 centri, ha portato i liguri a un punto dalla zona play-off, malgrado il ripescaggio ottenuto in extremis a inizio stagione. L’attaccante pugliese si è classificato al terzo posto nella classifica marcatori, traguardo ripetuto anche la stagione successiva, nella quale è andato a bersaglio 18 volte. La sua avventura all’Entella si chiude dunque con un bottino di tutto rispetto, 35 reti in 82 presenze, numeri che fanno sognare in grande il ragazzo e che attirano le sirene di molti club ambiziosi, compresi quelli di Serie A.



Alla fine a spuntarla è l’Empoli, allora allenato da Vincenzo Vivarini, poi sostituito in corso d’opera da Aurelio Andreazzoli. Un anno a dir poco spettacolare per Caputo che raggiunge la sua maturazione in un contesto ideale, culla di talento e di fantasia. I toscani dominano quel campionato di B, lanciati dai gol del pugliese del suo partner in crime Alfredo Donnarumma. Cinquanta centri in due, con Caputo che dopo due terzi posti raggiunge meritatamente il traguardo di miglior realizzatore del torneo e si guadagna il palcoscenico più ambito, a otto anni di distanza da quell’esordio appena accennato.

Una promozione che vale tanto per Caputo, pronto a una massima serie da vivere da protagonista, all’alba dei 31 anni. Non è mai troppo tardi per raggiungere i propri sogni, un insegnamento che il pugliese ha impresso sul terreno di gioco, in quell’area di rigore che è meta delle sue sgroppate palla al piede o porto sicuro dei suoi gol di rapina. Caputo ha saputo raffinare la figura del bomber di provincia, alcune volte denigrata, elevandola ad attaccante totale, bravo nelle assistenze ai compagni e a muoversi molto per favorire eventuali inserimenti o all’occorrenza per cercare nuovi pertugi in cui sorprendere gli avversari.

Con l’Empoli in Serie A arriva vicino alla salvezza, sfiorata nell’ultima gara contro l’Inter a San Siro, vinta poi dai nerazzurri per 2-1 dopo il temporaneo pareggio dei toscani. A fine stagione saranno 16 le reti per Caputo, che ha avuto il pregio di disputare tutti i minuti in campionato, rivestendo peraltro il ruolo di vicecapitano della squadra. Non sono mancate le vittime illustri come Napoli e Juventus, marchiate dall’esultanza tipica del pugliese. Il gol ai bianconeri, in particolare, evidenzia tutta la sua tecnica, anche con il piede debole, il sinistro che usa per fulminare Wojciech Szczęsny con una rasoiata a giro di precisione.

La mancata salvezza dell’Empoli non coincide – come spesso in passato – con l’ennesimo salto di categoria per Caputo, che rimane in Serie A, vestendo la maglia del Sassuolo nella stagione 2019/2020. La squadra di Roberto De Zerbi è perfetta per i meccanismi del giocatore pugliese, da subito a suo agio con gli schemi dell’ex tecnico del Benevento. Al contrario di Empoli, Caputo non ha la squadra a suo supporto, ma una composizione di violini che attraverso una serie di scambi a terra e ripartenze, danno vita a un’orchestra sinfonica di primo livello. Il gioco espresso dai neroverdi porta infatti ben tre giocatori a superare la doppia cifra stagionale – Domenico Berardi, Jeremie Boga e appunto Caputo – con il nativo di Altamura che primeggia a quota 21 gol messi a segno – miglior italiano dopo Ciro Immobile, scarpa d’oro con 36 reti. Il numero nove degli emiliani ha battuto il record di segnature in una singola stagione per un giocatore del Sassuolo, altro traguardo che simboleggia la bontà del lavoro svolto.

Un premio che potrebbe arrivare ora è quello del CT della Nazionale Roberto Mancini, sostenuto da milioni di italiani che vorrebbero Caputo vestito d’azzurro per le prossime partite in programma. Una soddisfazione personale che gratificherebbe quanto fatto dal giocatore in questi anni ricchi di gol, a coronamento di una carriera che ancora una volta ci ha insegnato che nella vita non è mai troppo tardi.

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