Pasolini calcio

Pasolini e il calcio, un amore in tre atti

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Su Pier Paolo Pasolini, e di Pier Paolo Pasolini, è stato ormai detto tutto. A quasi cinquant’anni anni di distanza dalla sua morte non c’è angolo della sua vita, professionale e privata, che non sia stato frugato fino in fondo e analizzato in ogni minimo particolare. Si è cercato, attraverso una sorta di analisi postuma, di delineare la figura quanto più completa possibile di un uomo dalle mille sfaccettature e dagli interessi più disparati, come la sua carriera avrebbe dovuto abituarci a pensare: poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, pittore, filosofo, romanziere, linguista, traduttore e saggista; dall’analisi di una figura del genere viene fuori il ritratto di un uomo complesso e contraddittorio, e non ci si dovrebbe meravigliare di questo, ché qualsiasi persona, messa sotto una lente allo stesso modo, tenderebbe a mostrare crepe, incertezze o semplicemente sfumature.

Come detto, le indagini sulla sua vita ne hanno riguardato ogni aspetto, e anche il rapporto tra Pasolini e il calcio è stato sviscerato fin nel più piccolo dettaglio. Il pallone ha ricoperto un ruolo fondamentale nella sua esistenza: «Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri». Esistono quindi articoli di giornale, libri e decine di interviste ad amici che ci restituiscono l’immagine di un Pasolini innamorato del gioco, addirittura il documentario ‘L’Ultima Partita di Pasolini‘ tenta di ricostruire il match giocato dal poeta a San Benedetto del Tronto, recuperando immagini inedite a colori, girate il 14 settembre 1975 da un regista amatoriale. Da tutti questi reperti salta fuori come l’esperienza calcistica pasoliniana sia stata a tutto tondo, influenzando nel profondo la vita dell’uomo oltre che dell’artista. Non potrebbe essere altrimenti, considerata la natura del personaggio e la cornice entro la quale si muove, l’Italia degli anni ’60 e ’70 completamente sovraesposta al fenomeno calcistico. Nonostante il gioco colpisca gli italiani in maniera totalizzante, possiamo notare come Pasolini si rapporti al calcio su tre piani differenti, che tuttavia non possono fare a meno di influenzarsi l’uno con l’altro: il tifoso, il calciatore ed il teorico si incontrano a metà strada, si accordano o si odiano a seconda della situazione, mettono a nudo le contraddizioni tipiche della figura di Pasolini, senza tuttavia cedere all’incoerenza.


Pasolini tifoso

«Sono tifoso del Bologna. Non tanto perché sono nato a Bologna quanto perché a Bologna, […] sono ritornato a quattordici anni, e ho cominciato a giocare a pallone. […] Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale!».

Pasolini è stato, come ogni appassionato di calcio, prima di tutto tifoso. Non può esserci passione, né amore, se prima non viene a crearsi lo stupore: stupore per il gesto tecnico, il gesto atletico, e l’ambiente che circonda questi gesti, che li rende magici. È per questo che spesso diventiamo tifosi, e prigionieri, delle squadre che da bambini ci hanno fatto innamorare per la prima volta. È per questo che Pasolini resterà sotto il giogo del Bologna per tutta la vita, anche quando i rossoblù saranno lontani dai fasti antichi dei quattro campionati vinti. Egli si strugge, si lamenta ad ogni sconfitta, e da tifoso si rapporta agli altri esattamente come qualunque tifoso, attraverso prese in giro e punzecchiature: «Intanto ti avverto che domenica il mio cuore è a Milano, insieme a quello grassoccio di Volponi: tutti e due a palpitare fino sull’orlo della trombosi, e mi dispiace che la gioia nostra sarà la tua disfatta…».

Ma il Bologna è solo la prima tappa di un amore che diverrà illimitato, che non si fermerà soltanto al campanilismo – pur forte – degli esordi, ma che si estenderà al gioco nella sua interezza. Pasolini si recherà allo stadio per assistere a una partita ogni volta che potrà, interessato non soltanto alla sua squadra del cuore, ma al pallone in generale. Dopo essere stato spettatore di un’Inter-Torino a San Siro, non manca di tessere lodi alla classe – parola quanto mai odiata dal poeta stesso – dei calciatori nerazzurri, che hanno travolto il Torino a più riprese.

Al Pasolini intellettuale i momenti vissuti da ragazzino – e i successivi – resteranno impressi nella mente, e rafforzeranno l’idea che il poeta ha del calcio, e cioè di un evento ai limiti del ritualistico: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’ultima rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo». Difficile comprendere il concetto che Pasolini tenta di esprimere al giorno d’oggi, perché lo sport è veicolato sempre più attraverso l’utilizzo di telecamere, ma negli anni ’70 nella maggior parte dei casi non c’era filtro, nessuna televisione che tenesse. Il rapporto tra calciatori – coloro che muovono la rappresentazione – e spettatori – coloro che fruiscono della rappresentazione – è fisico, da singolo a singolo, e in quanto tale resta l’unico baluardo del reale. Per questo, secondo il filosofo, il calcio ha soppiantato il teatro e ne fa le veci. Purtroppo, non ci è dato sapere cosa avrebbe pensato Paolini del calcio odierno, ma conoscendone la posizione fortemente anticapitalista non credo che avrebbe accolto con piacere la deriva spettacolarizzante che lo sport ha seguito negli ultimi anni: è probabile che le immagini dei calciatori costretti a disputare decine di partite in stadi svuotati dei primi fruitori – e allo stesso tempo creatori – dell’arte calcistica l’avrebbero desolato.


Pasolini calciatore

«I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo ‘Stukas’: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita».

Allo stupore per il gesto tecnico si sostituisce quasi immediatamente la necessità di imitare quel gesto, di rendersi artefice di quella magia che induce migliaia di persone a emozionarsi collettivamente. Se il valore del gesto è ai massimi livelli, il gioco del calcio può essere paragonato senza dubbio a qualsiasi altro tipo di espressione artistica. Paragonare il pallone alla letteratura, o alla pittura, non è un’idea così blasfema come può sembrare in un primo momento; così, tentare di imitare un calciatore sui campi di periferia non è tanto diverso dal cercare di imitare un poeta: la bontà del risultato è tutta nel riuscire a replicare, o addirittura migliorare, i propri punti di riferimento. A Pasolini riesce decisamente meglio cimentarsi in ambito letterario piuttosto che applicarsi a fare il calciatore, ma l’amore per lo sport è tale da non scoraggiarlo.

Ogni qualvolta è possibile intavolare una partita lui ci prova, non importa né il dove né la compagnia: campetti di periferia, parchi pubblici, o Cinecittà, ogni posto è perfetto per passare da spettatore ad attore protagonista. Nel fare questo, Pasolini osserva un certo rigore: veste di tutto punto per cercare il più possibile per essere identificato con un vero calciatore; redige schemi, forma squadre e fa rispettare le posizioni in campo, come fosse un vero capitano-allenatore; è piuttosto competitivo, e tenta di innalzare ogni partita, anche quella sui campi più improvvisati, a qualcosa che abbia quantomeno una parvenza di ufficialità. Nonostante questo, il poeta ha limiti tecnici, che non vengono sopperiti dalla serietà con cui affronta il gioco, se non sul versante puramente atletico: è un’ala destra dai polmoni d’acciaio, e questo gli permette di percorrere la fascia instancabilmente.

L’ossessione di Pasolini riaffiora nei ricordi degli amici e colleghi che hanno avuto il piacere – o la sfortuna nel caso in cui la sua squadra fosse sconfitta – di giocare con lui, e nelle cronache postume delle partite più strane a cui il poeta abbia partecipato. Ad esempio, in tanti ricordano del suo tentativo di imitare il “Doppio Passo alla Biavati”, che riusciva a replicare in maniera abbastanza goffa: mentre infatti il campione del Bologna fintava in corsa, Pasolini aveva bisogno di fermarsi, ricreare la finta in modo plastico e poi ripartire, rendendo il gesto comicamente ma genuinamente inutile.

Altrettanti amici ricordano la partita disputata nel 1975 a Parma Uno tra la squadra messa su da Pasolini con il cast di ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma‘ e la squadra di Bertolucci, che stava ultimando le riprese per ‘Novecento‘. Si racconta che Pasolini, nei giorni precedenti all’incontro disputato sul campo del Cittadella, non abbia smesso per un attimo di caricare i prescelti della troupe, creando un clima di aspettative surreale; si racconta anche che Bertolucci, per l’occasione, abbia fatto indossare alla propria squadra magliette di un color viola acceso, per destabilizzare l’autore di ‘Uccellacci e uccellini‘, che invece aveva optato per il rossoblù tipico dei colori sociali bolognesi. Inoltre, Bertolucci mancò di confessare all’amico regista di aver nascosto tra le fila della sua squadra quattro ragazzi provenienti dalle giovanili del Parma, e il risultato della partita risentì del piccolo scherzo.


Pasolini teorico

«Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato. […] Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo».

La formazione classica di Pasolini influenza anche il suo modo di vedere il calcio, che negli anni si modifica, progredisce e diventa più elaborato. Esattamente come qualcuno che viene colpito inconsciamente dall’osservazione di un quadro all’interno di un museo, e poi tornando a casa decide che è giunta l’ora di indagare a fondo quel mistero, allo stesso modo Pasolini decide che è giunta l’ora di svelare il perché e il percome un determinato modo di giocare possa instillare nelle persone sentimenti positivi. Il poeta-calciatore decide di approcciare al mondo del calcio su un piano puramente teorico, di esaminare nel dettaglio il “linguaggio calcistico” fino ad elaborarne un vero e proprio manifesto: nei suoi ‘Saggi sulla letteratura e sull’arte‘ Pasolini riduce il gioco alle sue componenti fondamentali, e il modo in cui esse si combinano può portare a risultati molto differenti, anche se accomunati dall’indubbio valore artistico.

Il calcio, come la letteratura, comprende due macrocategorie: esiste il calcio “prosastico” e il calcio “poetico”. In questi due calderoni prendono posto i giocatori e le squadre, che “parlano” un diverso linguaggio a seconda del codice interpretativo che sono abituati ad usare: «Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera». Per Pasolini c’è un filo nemmeno tanto nascosto che lega il modo di giocare di squadre e calciatori alla cultura di un determinato Paese: il calcio europeo, per la sua natura corale e ragionata, è facilmente assimilabile a un tipo di calcio prosastico, mentre completamente opposta è l’interpretazione che i brasiliani danno al gioco; il loro è un calcio basato sull’invenzione e sulle giocate estemporanee. L’organizzazione e gli schemi sono relativi, perché ciò che conta è l’esaltazione del gesto tecnico, che avviene attraverso il dribbling e la ricerca ossessiva del gol – entrambi i momenti per il regista hanno un carattere di natura prettamente poetica – e tutto questo rende il calcio sudamericano necessariamente poetico.

Pasolini ci tiene a precisare che il calcio poetico non ha niente di più rispetto al calcio in prosa, che non c’è alcuna differenza di valore tra i due movimenti, ma soltanto tecnica: facendo riferimento alle Olimpiadi del ’68, egli ammette che la prosa estetizzante italiana è stata battuta dalla poesia brasiliana, ma soltanto sul piano tecnico, e non certamente su quello ideologico. È una lezione, quella pasoliniana, che andrebbe ricordata con maggior vigore ad oggi, dove il dibattito tra “giochisti” e “risultatisti” – per dirla alla Caressa – imperversa in ogni angolo dei salotti calcistici televisivi e su tutte le riviste sportive: non c’è un modo esatto di giocare a calcio, né un’interpretazione che sia migliore dell’altra; il Catenaccio, il Gegenpressing, il Tiki-Taka, sono tutte frutto della stessa necessità espressiva che giocatori e allenatori vivono intensamente, e proprio per questo non esiste un’espressione che sia ideologicamente superiore ad un’altra. Al massimo la superiorità può essere tecnica, ma essa è legata al contesto e al momento storico in cui le idee vengono applicate.

La lezione di Pasolini resta viva, a cinquant’anni di distanza, perché rappresenta quel sentimento d’amore primordiale che ognuno di noi ha provato quando, da bambino, si è trovato per la prima volta ad ammirare le invenzioni di coloro che sarebbero diventati per sempre i loro idoli. Il fuoco della prima volta è rimasto vivo in Pasolini fino alla sua morte, e in tutti noi dovrebbe avvenire lo stesso.

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