Vlahović

Capire Dušan Vlahović

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Chi, durante l’ultimo Fiorentina-Milan, lo ha visto addomesticare di suola un pallone teso in piena area, rivolgere le spalle alla porta e toccare la sfera di sinistro per mandare in gol Ribéry, probabilmente se lo è chiesto più di una volta: ma che giocatore è Dušan Vlahović?

Sicuramente se lo è chiesto anche chi più di un anno fa – in tempi non sospetti – ha visto il suo sinistro spaccare la porta di Cagliari e anche chi quest’anno si aspettava la sua consacrazione nel calcio che conta – che, per inciso, sembra stia arrivando. Già, perché nonostante la sua giovanissima età – ha compiuto 21 anni lo scorso 28 gennaio – il puntero di Belgrado ha tutti gli occhi addosso da quando aveva 16 anni, e, come spesso succede ai giovani che con lui condividono la “croce” di un talento cristallino, dopo appena mezza stagione tra i professionisti è stato già accostato a grandi punte del passato – e alcune anche del presente. Perché Vlahović, nonostante il metro e 90 di altezza, ha tanta qualità, un bagaglio tecnico quasi impressionante – quando riesce e metterlo in mostra – e la cattiveria di uno che le porte vuole portarsele a casa. Nella complessa sistematicità del calcio italiano, però, per una punta come lui, non è sempre facile esaltare tutte le proprie skill. Per questo motivo, proveremo a ripercorrere le giocate che ci sono rimaste maggiormente impresse per cercare di dare una risposta alla domanda che apre il pezzo.



Partiamo dall’inizio. Come nasce la Vlahović-mania che ha gradualmente investito il calcio italiano da due anni a questa parte?

Sicuramente muove i suoi primi passi sui campi di Belgrado, città natale dell’attaccante viola, dove Dušan firma il suo primo contratto con il Partizan – club che di giovani talenti non ne ha lanciati pochi – a 15 anni, diventando il tesserato più giovane nella storia del club. I suoi mezzi fuori dal comune verranno subito messi in mostra. I 32 gol in 15 partite con le giovanili, infatti, gli varranno la convocazione con la prima squadra, in cui militerà per due stagioni – totalizzando in tutto 3 gol in 27 presenze, non male per uno sbarbatello di 16 anni –, prima di finire inevitabilmente nel mirino dei maggiori club europei, incuriositi dalle prestazioni e stuzzicati dalle voci che iniziano a girare su di lui.

Ad avere la meglio, però, è Pantaleo Corvino, che nel 2018 riesce a portarlo alla Fiorentina per integrarlo alla Primavera dei viola, dove in una sola annata segna 20 gol in 22 presenze, di cui 6 in 5 partite nella Coppa Italia Primavera, competizione che riporta dopo quasi 10 anni a Firenze trascinando la squadra. In particolare, nella finale contro il Torino, segna una doppietta all’andata e, al ritorno, sommerso dai fischi e da insulti razzisti, si conquista un rigore che trasforma con un cucchiaio.

Dušan, però, la Serie A la sente e la vuole. Non bisognerà aspettare molto, infatti, per vederlo esordire in prima squadra con Pioli, diventando il primo classe 2000 a vestire la maglia viola. Dopo i primi passi sul prato del Franchi sono già chiare le caratteristiche principali dell’attaccante serbo: gran fisicità, ottima difesa del pallone e progressione in velocità niente male, ma dovremo aspettare la stagione successiva, quella 2019/2020, per iniziare ad assaporare anche il suo sinistro atomico.

Il primo assaggio, Dušan ce lo regala in Coppa Italia. Siamo al terzo turno della competizione e i viola si ritrovano ad affrontare il Monza, vivace promessa della Serie C. La partita non inizia benissimo per la Fiorentina, che al 33’ del primo tempo si ritrova addirittura a inseguire, dopo lo 0-1 targato Brighenti. Non il massimo, ma è proprio in queste situazioni che l’orgoglio di un giocatore come Dušan Vlahović viene fuori. Minuto 28’ della ripresa ed eccolo scalpitante, pronto a fare il suo ingresso in campo. Per lasciare il segno ci metterà solo 5 minuti, sfruttando un ottimo passaggio in profondità di Montiel che gli permette di inserirsi tra le maglie della difesa brianzola e di infilare il pallone all’angolino basso opposto, ovviamente di sinistro.

Mentalità verticale, corsa, protezione della palla e finalizzazione: il primo gol in Italia è anche il manifesto più fedele di cosa sa fare meglio Dušan Vlahović, e per averne una prima conferma dovremo aspettare solo un paio di mesi.

A Cagliari, la Fiorentina si gioca la dodicesima giornata di campionato. Sarà una partita nefasta per la squadra allenata da Montella, che subirà un sonoro 5-2. A rendere un po’ meno amaro il sapore della sconfitta ci penserà lui, Dušan da Belgrado, con una doppietta impressionante. Il primo gol arriva al 75’. Dopo aver appena subito la quinta rete, una reazione d’orgoglio porta la Fiorentina a riversarsi tutta in attacco conducendo palla fino alla trequarti per scaricarla a sinistra, sulla fascia di Dalbert. Intelligente il tocco di prima del brasiliano, che riesce a trovare subito Vlahović al centro dell’area – completamente abbandonato dalla marcatura un po’ blanda dei sardi, ormai sazi. Il serbo allunga il piede destro per stoppare il pallone, molto forte e teso, che all’impatto con l’interno dello scarpino finisce per sollevarsi leggermente dal suolo. Non il migliore degli stop, ma un’ottima occasione per sganciare un sinistro al volo potentissimo sul secondo palo, se ti chiami Dušan Vlahović. Ma il meglio deve ancora venire. Minuto 87’, a farsi avanti sulla sinistra è ancora Dalbert che, dopo l’ennesima progressione, lancia un cross troppo alto per tutti, che finisce per andare oltre il secondo palo, in una zona dell’area apparentemente inoffensiva. Ecco, peccato che esattamente in quella zolla di campo, a ricevere la palla sia di nuovo Dušan Vlahović che, stavolta, decide di fare tutto col suo piede migliore. Stop, conduzione col sinistro, finta di corpo a sbilanciare il povero Luca Pellegrini, rientro e tiro imprendibile sul secondo palo.

Forse a qualcuno basterebbero queste prime prodezze per incoronarlo come un predestinato, e in effetti a qualcuno sono bastate quanto meno per accostarlo subito a nomi importanti, lanciandosi spesso in paragoni un po’ estremi se non, in alcuni casi, estemporanei. Fortunatamente per lui, Dušan Vlahović non sembra essere il tipo di persona che si fa destabilizzare da certe pressioni o dalle prime responsabilità.



Il gol che consacrerà il talento serbo tra quelli più interessanti sulla piazza arriva il 15 dicembre del 2019, e non sarà un gol qualunque. Al Franchi si gioca Fiorentina-Inter, la squadra di Conte conduce per 1 a 0 e sembra in pieno controllo del match, almeno fino a quando, dopo l’ennesimo attacco nerazzurro, il solito Dalbert non riesce a riconquistare palla a pochi metri dalla linea di fondo per lanciare in contropiede le due punte viola: Boateng e, per l’appunto, Dušan Vlahović. L’attaccante ghanese, non esattamente di primo pelo, legge con esperienza il movimento del serbo e, con un tocco ad assecondare la profondità, lo lancia all’altezza della metà campo in una progressione furiosa verso la porta difesa da Handanovič. Per Vlahović, come abbiamo visto, corsa e fiato non sono un gran problema, ma neanche per i difensori dell’Inter che riescono a inseguirlo fino al limite dell’area, costringendolo a dirottare la direzione della sua corsa verso sinistra. Un’ottima copertura, insomma, se non fosse per il collo-interno di sinistro del serbo che riuscirà a scagliare il pallone esattamente all’angolo opposto, in un diagonale ai limiti del videoludismo.

Quello con l’Inter è un gol che mette definitivamente in mostra un’altra delle caratteristiche principali di Dušan Vlahović: la fiducia nei propri mezzi. Sì, perché se segnare un gol del genere a una squadra come l’Inter, per molti, può capitare al massimo una volta nella vita, è quando poi lo vedi ripetere prodezze simili contro Napoli e Juventus – nella sciagurata prima sconfitta dell’era Pirlo – che diventa inevitabile ripetersi ancora una volta la domanda: che giocatore è Dušan Vlahović?

Nel mondo della comunicazione si ricorre spesso alle video reel per esporre i propri lavori migliori. Dopo aver visto quella di Dušan Vlahović, sono ancora più chiare le sue qualità. Ma quindi quali sono i suoi limiti? Perché il ragazzo di Belgrado non si è ancora ritagliato un posto sulle vette del calcio mondiale?

Probabilmente perché la fiducia nei propri mezzi è importante, ma non è tutto. Quando il giovane serbo è approdato in Serie A, si è reso conto che la sua grande fisicità e la capacità di inserirsi nello spazio – caratteristiche che lo hanno reso dominante in tutte le categorie giovanili –, non erano abbastanza contro i ruvidi difensori italiani, e probabilmente non era abbastanza raffinato neanche il suo bagaglio tecnico, che tende a rendersi sempre più evidente dopo il secondo-terzo tocco del pallone, evidenziando invece una palese rigidità nel primo controllo. Per non parlare di quel sinistro, ai limiti del porto d’armi, che riesce a diventare anche un grosso limite quando il serbo si ostina a usarlo come se fosse l’unico piede che ha, forzando spesso giocate che sarebbe molto più semplice smarcare con un piede debole adeguatamente allenato.

Tutti aspetti, in ogni caso, ampiamente migliorabili e che, sicuramente, non comprometteranno ancora a lungo l’esplosione del suo talento. Aspetti però che, allo stesso tempo, lo allontanano sensibilmente dal suo idolo e dal campione a cui più volte è stato accostato nell’ultimo anno: Zlatan Ibrahimović. Sicuramente li accomuna l’amore per il gol spettacolare, per il gesto estemporaneo, la capacità di trasformare ogni giocata in una dimostrazione di forza e imponenza, ma conosciamo tutti la creatività dell’attaccante svedese e la sua capacità di infondere tecnica cristallina anche nella giocata più semplice.

Durante l’ultimo Fiorentina-Milan, sotto gli occhi del suo idolo, Dušan Vlahović è riuscito a mettere in mostra i suoi numeri migliori e chissà che, visti i recenti rumors di mercato, l’anno prossimo non possa essere proprio lo svedese ad aiutarlo a perfezionare ciò che ancora gli manca per ripercorrere almeno in parte i suoi passi. Quel che è sicuro è che la scalata all’Olimpo del calcio di Dušan Vlahović è appena iniziata e sarà piena di cattiveria, corsa e gol. Bisogna solo mettersi comodi e vedere quanto in alto arriverà.

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