Mertens

Dries Mertens, un folletto particolare

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Nella mitologia nordeuropea è onnipresente la figura del folletto, nella cultura popolare è rappresentato come un esserino minuscolo, irrequieto e dispettoso, di base ha una natura allegra. Non è un caso che a Dries Mertens sia stato affibbiato il soprannome di ‘Folletto Belga‘, di fianco al nome ormai acquisito di ‘Ciro’ nella sua seconda vita napoletana. Il motivo dell’associazione è lampante: alto appena 1,69 metri, gioviale nella personalità come nelle esultanze ai suoi gol, tarantolato sul campo di gioco. Ma c’è anche altro. Una caratteristica dei folletti spesso dimenticata nelle favole che ascoltavamo da bambini, ma nascosta sotto pelle durante questi anni, finché Mertens non l’ha fatta riaffiorare inconsciamente: la metamorfosi, ovvero la capacità di cambiare quando è necessario.



La storia di Dries è tutta un arrangiarsi, uno sgomitare per farsi spazio tra i grandi, ma senza esagerare, in attesa del momento giusto per colpire, prendendosi i suoi tempi e i suoi spazi. È stato così sin dal principio, già a Lovanio, la città natale del belga. Ai genitori di Dries – padre ex ginnasta professionista e madre docente universitaria – viene consigliato di incoraggiarlo a cimentarsi nel calcio a cinque, più adatto alle sue caratteristiche fisiche, ma lui vuole giocarsela in grande e sceglie il calcio a undici, entrando nella squadra della sua piccola città.

Per un ragazzino di dieci anni è normale sperimentare diversi ruoli prima di raggiungere la sua comfort zone, ma nelle giovanili Mertens si distingue particolarmente per la sua versatilità: il suo primo allenatore ammette che era ovunque e faceva di tutto, dal centrocampista all’attaccante; ma anche che non si aspettava che diventasse chi è oggi. Lo scetticismo sul suo aspetto fisico è una costante che lo accompagnerà sempre nella sua prima parte di carriera.

Le doti però ci sono e il ragazzo, già sedicenne, viene accolto nelle giovanili dell’Anderlecht prima e del Gent poi. Anche qui i problemi non tardano ad arrivare: ancora una volta il pregiudizio sull’altezza, in un calcio fisico come quello dei primi Duemila, preclude il passaggio del fiammingo nelle rispettive prime squadre. Il Gent decide di darlo via in prestito, e nel 2005 approda all’Eendracht Aalst, club di terza divisione belga, dove non gioca tantissimo. Alla fine del prestito è evidente che il Gent non creda più in lui, così come le altre squadre del campionato belga. Cosa fare allora? Come andare avanti nonostante i rifiuti e le beffe subite? Non sono poche, né facili da digerire: l’osservatore di una squadra per cui Mertens ha effettuato il provino lo definisce «nano da giardino», attingendo ancora una volta dalla mitologia, ma dalla sezione sbagliata.

La soluzione è muoversi verso l’estero, verso un campionato che sia più affine al suo modo di intendere il calcio, e in cui le sue caratteristiche vengano apprezzate. Nel 2006 Mertens ha appena 19 anni, ma ha già compreso che se Maometto non va alla montagna, meglio che avvenga il contrario, invece di arrendersi. Anche qui si parte dal basso, precisamente dalla Serie B olandese, nell’AGOVV Apeldoorn. Ma questo non è un problema, perché nei Paesi Bassi i riflettori non sono puntati solo sui settori giovanili: la serie cadetta funge da vivaio alternativo, producendo grandi risultati nell’attività di scouting. Non è un caso che quattro anni dopo la nazionale olandese si trovi a un passo dal tetto del mondo. Il ciclo degli Orange, secondo solo alla Golden Age dei Settanta, deve molto alla struttura della Eredivisie di inizio Duemila. Mertens si prende come sempre il tempo di cui ha bisogno, e resta in Serie B per tre anni. Nelle ultime due stagioni segna con continuità e sforna assist. Finalmente viene notato in Prima Divisione, e firma per l’Utrecht.



È un ventiduenne quando fa il salto di qualità. Oggi sembra assurdo pensare che un giovane di talento possa esordire nella massima serie a questa età. Magari potrebbe diventare un buon giocatore, adatto a squadre di metà classifica, ma niente di più. Invece il belga esplode subito, senza alcun preavviso. È un’anomalia rispetto a quanto abbiamo visto finora, ma è destinata a ripetersi nel corso della sua parabola. Al primo anno in Eredivisie Mertens si classifica secondo nella classifica di MVP del campionato, dietro Luis Suárez; ancor più incredibile dando un’occhiata alla sua media realizzativa: 6 gol in 34 partite, uno ogni 493 minuti.
Eppure il Folletto incanta per le giocate e l’intelligenza tattica. Il secondo anno quasi raddoppia il numero di gol, ma ciò che sbalordisce è il numero di assist messi a segno: 17 in 31 partite.

È il momento giusto per fare il passo successivo, che in Olanda vuol dire PSV Eindhoven o Ajax. Entrambi i club se lo contendono, ma alla fine è il primo ad avere la meglio. Il trasferimento avviene per sostituire l’ala sinistra Dzsudzsák, e da esterno alto Mertens nei due anni al PSV alza ancora l’asticella: 21 gol e 15 assist il primo anno, rispettivamente 16 e 17 il secondo. Sono numeri impressionanti per un’ala. C’è forse una spiegazione del perché ci abbia messo tanto a diventare così decisivo, a realizzarsi alla soglia dei 26 anni, è solo una supposizione, che prende forma sempre più nel corso della sua carriera: sembra che Mertens sia quasi annoiato dal suo talento, che abbia bisogno sempre di nuovi stimoli per raggiungere un livello più alto. Stimoli che vadano oltre la semplice progettualità di un club, ma legati alla connessione del calciatore con l’ambiente e con la squadra, c’è la necessità di sentirsi vivo in ogni giocata, e in ogni dialogo con il compagno. Se tutto questo mancasse assisteremmo a un Mertens molto meno incisivo, che si affiderebbe a soluzioni sì di rara bellezza, ma estemporanee e fini a sé stesse.

Nel frattempo, nel 2011, ha esordito anche in nazionale. Anche qui è partito in sordina, e vive per la prima volta il ruolo di riserva, a cui poi si abituerà nei primi anni di Napoli. Sembra inevitabile per lui rassegnarsi alla panchina, perché per sua sfortuna il Belgio ha una generazione di talenti mai vista nel Paese. Quasi impossibile contendere il posto ai vari De Bruyne, Hazard e Carrasco. Eppure Mertens si gioca, come sempre, tutte le sue carte. Ai Mondiali del 2014 si fa trovare pronto e da subentrato segna il gol della vittoria nella partita d’esordio contro l’Algeria. Nel 2016, agli Europei, subentra quasi sempre dalla panchina, ma questo non gli impedisce di vincere il premio come sportivo dell’anno, superando i campioni citati sopra. I Mondiali di Russia del 2018 sono la ricompensa per una carriera passata all’ombra degli altri, in Nazionale come nel club. Il Folletto gioca la metà delle partite da titolare, subentrando in tutte le altre. Non vi è più alcun timore reverenziale – se mai vi fosse stato –  verso i compagni e verso un sistema che lo ha sempre respinto. È questa la conquista più importante di Mertens in patria: la possibilità di essere trattato al pari degli altri, al netto di ogni pregiudizio.



Ma il percorso catartico in terra d’origine non sarebbe stato possibile senza un’ulteriore tappa per Dries. Negli anni della consacrazione in Nazionale si svolge una storia parallela alle pendici del Vesuvio, che rende il belga finalmente consapevole di sé stesso. È l’estate del 2013 quando approda a Napoli fortemente desiderato da Rafa Benítez, alla prima stagione come allenatore dei partenopei. Più che allenatore lo si potrebbe definire vero e proprio manager, almeno durante il primo anno: stila una lista dei giocatori di cui ha bisogno per dare al club un’aura internazionale dopo gli ottimi risultati dell’era Mazzarri, che però sembra giunta a un punto morto. Il gioco del Napoli di allora è tacciato di provincialismo, e Benitez sembra l’uomo giusto per cambiare rotta. Alla sua corte richiama i madrileni Higuaín, Callejon e Albiol, a cui si aggiungono Reina e Mertens. Sono tutti giocatori di esperienza, ma che per un motivo o per un altro hanno bisogno di ricominciare, di riacquistare fiducia in sé stessi. Benítez riesce a intrigarli tutti, grazie al nuovo grande progetto che prende forma. Su queste basi viene costruito un Napoli che si porterà ben oltre il ciclo Rafaelita.

E Mertens? Viene acquistato per circa dieci milioni, e considerato quello che ha fatto intravedere in Olanda è un vero e proprio affare – lo stesso vale per Callejon – che passa in sordina. Si inserisce benissimo in questo nuovo contesto, in un modulo che gli è perfettamente congeniale: il 4-2-3-1 gli permette di avere continui punti di riferimento in attacco, e di dialogare fittamente con i compagni; gli riesce meno la fase di copertura, essendo spesso costretto a correre a tutta fascia. È lo stesso problema che troverà anche Insigne nel ricoprire la fascia sinistra. La difficoltà nel mantenere una certa tenuta fisica per tutto il campionato è uno dei motivi per cui si crea una fortissima dicotomia tra le due ali: ognuno diventa l’alter ego dell’altro, e la competizione li sprona a dare il meglio per non rimanere indietro.



Il primo anno con il Napoli è pieno di soddisfazioni, con la vittoria della Coppa Italia e il terzo posto in campionato. Mertens segna 11 reti e confeziona 8 assist. L’unica nota dolente di questa stagione, come anche delle due successive, è assistere a un giocatore ancora incompleto, che riesce a colpire anche due o tre volte nella stessa partita quando le cose vanno bene, ma che in altre occasioni soffre la sua stessa esplosività. In questi tre anni il Folletto quando è in campo trotta, e spesso lo fa a vuoto, perdendo lucidità nelle occasioni più importanti.

La stagione 2014/2015 è la meno positiva per il Napoli degli ultimi anni, eliminato ai preliminari di Champions League e costretto a rincorrere senza risultati il quarto posto in campionato, che svanisce definitivamente quando Higuaín segna due gol ma spara alle stelle il rigore nella partita decisiva dell’ultima giornata di campionato contro la Lazio. Il sogno Europa League si infrange invece alle semifinali contro il Dnipro. Per Mertens è comunque una buona stagione – non giocherà mai, nella sua carriera, al di sotto delle aspettative – anche se meno prolifica della precedente. Ma l’idea di gioco di Benítez non ha funzionato, e il ciclo sembra essere giunto al termine dopo appena due anni.



L’intelaiatura della squadra però è ottima, sarebbe un peccato gettare tutto al vento. Così, per la stagione successiva, il Napoli fa una scommessa: sulla panchina azzurra si siede Maurizio Sarri. La sua carriera da allenatore è per certi versi simile alla carriera di Mertens da giocatore: è fatta di piccoli passi, di attese, e di occasioni prese al volo. Li accomuna la cocciutaggine, ma ancor più la capacità di riuscire a sfruttare determinate situazioni, quelle che magari all’inizio sembrano portare solo guai, ma poi riescono a girare sempre e comunque per il verso giusto.

Nella prima stagione di Sarri prevale l’ostinazione: il tecnico toscano basa la sua fortuna su idee di gioco codificate – non su sistemi fissi come si crede spesso erroneamente – e per questo ha bisogno di uomini che entrino a fondo in quei meccanismi. Il turnover è raro in quella macchina ben oliata che è il Napoli, perché la capacità di interpretazione del ruolo è superiore ad ogni altra qualità. In un tale contesto l’alternanza Mertens-Insigne è complicata, e il secondo è solito prevalere sul primo, giocando il doppio delle volte da titolare.

Dall’altro lato però c’è qualcuno che non si arrende facilmente, che continua a mettere pressioni all’allenatore: ripercorrendo i ricordi di quella stagione troviamo un Mertens mai decisivo come allora. Si ha la sensazione, non del tutto errata, che basti farlo entrare per risolvere un assedio interminabile dell’area avversaria. È forse l’ultima volta che vediamo un Sarri così in difficoltà nelle scelte, almeno nell’era pre-Juve.

Per il belga però non è facile convivere con questa situazione. In una recente intervista ha dichiarato: «Nella sua prima stagione mi ha fatto giocare dall’inizio sei volte. Ogni settimana venivo chiamato alla sua scrivania e dovevo sentire quanto gli dispiacesse il fatto che mi avesse messo di nuovo in panchina. Sarri mi ha fatto davvero impazzire e spesso mi sono arrabbiato. Ci sono stati momenti in cui volevo combatterlo. […] Ma Sarri mi ha conosciuto fino in fondo, sapeva che non ero in grado di sostenerlo per più di cinque minuti. E aveva ragione».

Nella stagione successiva il copione non sembra cambiato, a fronte di tutte le novità che ha affrontato il club, anche dolorose, durante l’estate. Higuaín ora è alla Juve, e il posto in attacco viene preso da Milik. Per Mertens sembra ancora più difficile affermarsi in questo contesto, perché con il polacco non è tanto necessario associarsi nello stretto, ma rifornirlo di lanci in profondità; e Insigne sembra essere l’uomo adatto per questo. Il Napoli delle prime giornate va alla grande, e al belga sembra di essere arrivato a un punto di rottura. Poi, però, accade qualcosa. Una serie di sfortunati eventi per il Napoli: Milik si rompe il crociato e Gabbiadini non funziona come prima punta.



Il 23 ottobre 2016, nella trasferta di Crotone, i partenopei vengono da una striscia di risultati negativi che stanno minando tutto quanto di buono fatto fino ad allora. È in quel momento che si spalancano le sliding doors della carriera di Dries. Sarri si ricorda di alcune sessioni di allenamento estive, in cui il belga ha interpretato il ruolo di prima punta. Così, quando Gabbiadini viene espulso, è lui a occupare il suo posto, e da questo momento tutto cambia.

Si scopre che ciò che sa fare meglio non è lanciare in profondità gli altri, ma farsi lanciare da loro. Mertens offre una interpretazione del ruolo completamente differente da quella di un numero nove tipico, ma altrettanto efficace. Sa quando scattare in avanti e sa quando associarsi con i compagni. C’è un’altra caratteristica, che solo lui possiede e sa interpretare così bene in squadra: la lettura dei mezzi spazi. In un sistema che ha acquisito movimenti così definiti come quello sarriano, è l’unico che ha maggior libertà di spaziare sul fronte d’attacco, con l’innata capacità di guastare le  difese avversarie. Sistematicamente riesce a trovare il punto debole e colpire al momento giusto. E poi comincia a segnare gol su gol, il cambio di posizione ha messo l’accento sulle sue doti di finalizzatore. È avvantaggiato anche dal non dover più correre a vuoto, e quel suo essere tarantolato si rivela estremamente utile nel primo pressing. Mertens staziona al centro dell’attacco per l’intera stagione, e non lascia a Gabbiadini nessuna possibilità di riprendersi il posto. Lo score al termine della stagione in Serie A è di 28 reti, impensabile fino a pochi mesi prima.

Il Napoli ha seguito lo stesso percorso di Mertens, e tutti in città si sono resi conto di poter giungere a qualcosa di straordinario. Due anni prima il sogno scudetto era tramontato nel peggiore dei modi, con l’espulsione di Higuaín a Udine e con l’argentino via al termine della stagione. Mertens è rimasto, come gli altri, perché crede ancora dentro di sé che non sia impossibile farcela. La sua storia lo dimostra. Così, nella stagione 2017/2018, è lui a incarnare lo spirito della squadra, che ha acquisito una nuova consapevolezza di sé. Lo percepiscono tutti, dai tifosi alla società, che l’ambiente è mutato, e in ogni vittoria del Napoli di quella stagione c’è una lucida follia, rimonta su rimonta. Mertens ha rubato il posto anche a Milik, che purtroppo si romperà l’altro crociato dopo essere tornato per pochi mesi, così, per tutta la stagione, fino alle battute finali, sarà lui a reggere tutto il peso di una città che rivive il sogno di trent’anni prima. Il Napoli, però, quell’impresa la sfiorò solamente, arrivando ad accarezzarla ma senza riuscire ad agguantarla in maniera definitiva, ma nella memoria collettiva della città rimangono impresse le giocate di Ciro, come il gol alla Lazio in una delle partite-manifesto del Napoli sarriano.




Dopo l’era di Sarri è difficile ricominciare. Rimettersi in gioco dopo tre anni di incessanti spese fisiche e mentali richiede enormi sacrifici. Ora è Ancelotti a sedere sulla panchina del Napoli, e Mertens inevitabilmente diventa meno centrale nel progetto. Il Napoli di Ancelotti si schiera con un 4-4-2, che è un modulo ostico per lui, in cui gli è difficile trovare una collocazione. Non può fare l’esterno di centrocampo, almeno non al meglio, e la coppia d’attacco canonica nei primi mesi è Insigne-Milik. Ma dalla sua Mertens ha la pazienza. A 32 anni cerca ancora una volta di adattarsi a un ruolo non suo, e ci riesce benissimo. Riesce a partire metri indietro rispetto alla posizione che occupava in precedenza, da falso nove, ma a mantenere lo stesso la pericolosità all’interno dell’area di rigore. Ancora una volta riesce a farlo grazie a una lettura del gioco fuori dal comune, prevedendo intenzioni di compagni e difensori. Tutto questo lo fa senza rinunciare ai compiti da prima punta che aveva in precedenza, perché riesce ancora magistralmente a far salire la squadra e a garantire un certo numero di gol. Sono calati nel numero, ma non nel peso.

Nell’ultima stagione Mertens è stato decisivo soprattutto in Champions, anche a causa del rendimento altalenante del Napoli in campionato. Segna gol al Liverpool e al Barcellona, arrivando alla stessa cifra di reti prima di Maradona e poi di Hamšík, ed entra di diritto nella storia del Napoli come suo miglior marcatore. Ma questo è un aspetto secondario, perché non saranno i record ad essere ricordati. Piuttosto è l’osmosi con la città ad essere incancellabile. Al di là di tutta la retorica che può essere fatta su questo giocatore, è evidente come lui fosse e sia ancora un giocatore di Napoli più che del Napoli.

Con l’esonero di Ancelotti, però, si è giunti a una fase di accettazione, in cui giocatori e tifosi si sono guardati in faccia e hanno capito tutti insieme che si era alla fine di un ciclo, trascinatosi stancamente nell’ultimo anno. Ci si è resi conto che era il momento di separarsi da quella coperta di Linus che li accompagnava da sette anni, sempre più logora. Così, con l’arrivo di Gattuso, a Napoli si è assistito a un cambiamento radicale, a partire dalle voci di cessione degli uomini chiave.

In un clima surreale anche Mertens sembra destinato all’addio, e a gennaio le sirene di Borussia e Inter hanno chiamato a gran voce. Il Napoli ha deciso di tenere tutti fino al termine della stagione – anch’essa surreale, nel bel mezzo di una pandemia – e le voci su Mertens all’Inter continuano a rincorrersi. Eppure proprio pochi giorni fa le notizie sul rinnovo con il Napoli hanno preso corpo sempre più insistentemente, e pare che l’avventura del belga sotto il Vesuvio non sia ancora terminata.

Hitchcock diceva che il lieto fine di una storia è dovuto al momento in cui si smette di raccontarla, e allora la storia di Mertens a Napoli deve necessariamente continuare ancora un po’, per avere un finale diverso. Non può terminare con l’amaro in bocca lasciato dall’ultima stagione. D’altronde, il folletto è una creatura del focolare domestico, e adesso che lo ha trovato, potrebbe decidere di non lasciarlo mai più.

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