Albiol

Fonte immagine: Rolandhino1, via Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International

Raúl Albiol, leader silenzioso

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Quando pensiamo al Napoli di Maurizio Sarri sono tante le immagini che ci vengono in mente: dai gol di Higuaín e Mertens, agli stacchi perentori di Koulibaly, passando per la regia di Jorginho e le invenzioni di Hamšík. C’era però un altro giocatore di importanza capitale in quegli schemi, che quasi mai rubava l’occhio, ma perfettamente centrale in quel meccanismo, tanto che quest’ultimo si inceppava completamente nei suoi periodi di assenza. Stiamo parlando del regista arretrato e leader silenzioso di quella squadra, oltre che di tutte le altre in cui ha giocato: Raúl Albiol.

Un difensore centrale completo, alto 1 metro e 90 centimetri, ma elegante nei movimenti con e senza palla, in grado di dare sicurezza e ordine al reparto e dal cui piede nascono spesso delle trame di gioco illuminanti.


Gli inizi in Spagna

Raúl Albiol Tortajada nasce il 3 settembre 1985 a Vilamarxant, a pochi chilometri da Valencia. Dopo aver giocato, da piccolo, per due club locali, è proprio nel Valencia che percorre tutta la trafila delle giovanili, fino all’esordio in Liga e in Coppa UEFA – che a fine stagione i blanquinegres vinceranno – a soli 18 anni. La sua carriera sembra quella di un predestinato, ma l’anno successivo arriva già uno stop pesante: un incidente d’auto, avvenuto durante un viaggio a Getafe per andare a giocare lì in prestito, lo costringe a un’operazione alla milza, in cui finisce persino in rianimazione. Da vero guerriero, Raúl torna in campo dopo appena cinque mesi, e dopo qualche giorno segna un gol nel derby contro quella che diventerà la sua squadra, il Real Madrid.

Di ritorno a Valencia, diventa in breve tempo un titolare della squadra, dove i compagni gli affibbiano il soprannome di ‘el Chori‘ – salsiccia, per il fisico longilineo – e dove qualche anno dopo arriva la prima grande vittoria da protagonista, quella della Copa del Rey nel 2008.

Pochi mesi dopo ottiene un’altra grande soddisfazione: Luis Aragonés lo convoca per gli Europei in Austria-Svizzera, che la Spagna vincerà grazie al suo tiki-taka, che farà poi le sue fortune ancora per anni. L’allenatore madrileno trova in Albiol un ottimo difensore dai piedi buoni, e quest’ultimo riconoscerà nello stesso Aragonés uno degli allenatori che ha cambiato la sua visione del calcio.

I trionfi con il Real Madrid

Nel 2009, il difensore campione d’Europa arriva finalmente a giocare in un top club. Il Real Madrid sborsa 15 milioni per accaparrarsi le prestazioni di Albiol e portarlo all’ombra del Santiago Bernabéu.

Sotto la guida di Manuel Pellegrini, el Chori gioca la prima stagione nella capitale spagnola da titolare al fianco di Sergio Ramos, viste anche le continue problematiche fisiche di Pepe. La stagione si conclude però in maniera beffarda: il Real totalizza ben 96 punti in campionato, un record storico per la Liga, se solo il Barcellona di Guardiola non ne avesse fatti, proprio quell’anno, 99. Sembra già una sorta di preludio di ciò che accadrà otto anni dopo a Napoli. In compenso, Albiol vince la Coppa del Mondo in Sudafrica, pur senza scendere in campo.

Nel triennio con José Mourinho le cose iniziano ad andare peggio: arrivano i trionfi in Copa del Rey (2010/2011) e soprattutto in Liga (2011/2012), ma Pepe si riprende il posto da titolare e Albiol non riesce neanche ad essere la prima riserva, dato che, in mancanza del portoghese o di Sergio Ramos, lo Special One schiera più volentieri il connazionale e fedelissimo Ricardo Carvalho. Dopo un’altra vittoriosa spedizione con le Furie Rosse – anche questa senza vedere il campo – in Polonia-Ucraina, Albiol vince la Supercoppa di Spagna, ma si tratta del canto del cigno del Real di Mourinho. Il nativo di Vilamarxant definirà gli ultimi mesi passati a Madrid, prima di cambiare aria nell’estate del 2013, come i più pesanti mai vissuti, dicendo che pur avendo personalmente un rapporto buono con l’allenatore, l’atmosfera all’interno dello spogliatoio era diventata insostenibile. Il Real stava infatti preparando una vera e propria rivoluzione, e anche lo stesso Raúl ne fece le spese.


I primi due anni a Napoli: luci e ombre con Benítez

La quasi totale rifondazione del Real parte dall’ingaggio di Carlo Ancelotti, che dovrà però rinunciare a tanti giocatori, anche per finanziare il faraonico acquisto di Gareth Bale per 100 milioni – all’epoca il più costoso della storia. Insieme ad Albiol, lasciano la capitale spagnola Callejon e Higuaín, anche loro in direzione Napoli, oltre ad altri big come Kakà e Özil.

Albiol accetta quindi l’offerta del nuovo Napoli di Rafa Benítez per rimettersi in gioco, ma quest’avventura non inizia sotto i migliori auspici. La squadra è capace a tratti di incantare per il gioco espresso, ma si rivela estremamente fragile in fase difensiva. Resterà comunque un biennio, in qualche modo, vincente, visti i risultati nelle Coppe – una Coppa Italia al primo anno e una Supercoppa al secondo –, ma in campionato c’è sempre la sensazione di incompiutezza, di una squadra che potrebbe fare di più se avesse una maggiore solidità nel reparto arretrato. Neanche Albiol, con tutta la sua esperienza, riesce a risolverne i problemi. Nel primo anno, al suo fianco si alternano Federico Fernández e Miguel Ángel Britos – il capitano Paolo Cannavaro verrà ceduto a gennaio dopo sole 4 presenze –, con risultati altalenanti in entrambi i casi.

Nell’estate 2014, il Napoli sostituisce Fernández con un giovane difensore proveniente dal Genk: Kalidou Koulibaly. Per quanto strana possa sembrare, detta adesso, una cosa del genere, le cose inizialmente non migliorano, e anzi l’anno successivo il Napoli chiude al quinto posto in campionato, ma il dato drammatico è proprio quello dei gol subiti: 54. Nulla faceva pensare che Albiol e Koulibaly avrebbero fatto parte, nei quattro anni successivi, di una delle coppie meno battute di tutti i campionati europei e forse la migliore coppia di centrali della storia del Napoli.

L’incontro con Sarri

Tutto cambia con l’arrivo, nel 2015, di un allenatore che veniva dal basso, che aveva fatto una gavetta infinita: Maurizio Sarri. Dopo tre partite di assestamento, Albiol diventa il titolare di una squadra che chiuderà al secondo posto con soli 32 gol subiti. Tutto merito della difesa altissima che Sarri predilige, che manda spesso gli avversari in fuorigioco. A comandare la linea difensiva del suo 4-3-3, fungendo quasi da allenatore in campo e facendo scattare, appunto, la trappola del fuorigioco, è proprio Raúl Albiol.

Le sue caratteristiche si sposano alla perfezione con quelle dell’altro centrale della difesa titolare di Sarri, Kalidou Koulibaly, che di fianco a Raúl inizia a diventare il difensore che conosciamo oggi. Albiol e Koulibaly sono perfettamente complementari tra di loro: il senegalese più fisico ed esplosivo e con grandi abilità nell’uno contro uno, lo spagnolo più tattico, con grande senso della posizione e lettura delle situazioni.

L’importanza di Albiol nello scacchiere di Sarri non era comunque limitata alla pura fase difensiva: la prima costruzione partiva sempre dai suoi piedi. Soprattutto nelle fasi di gioco in cui Jorginho era pressato, era Raúl ad occuparsi dell’impostazione. In casi estremi, se neanche Albiol veniva lasciato libero, il compito passava a Pepe Reina, forse il portiere più bravo a giocare con i piedi del nostro campionato. Giocando da centrale di destra, Albiol aveva dal suo lato un terzino prettamente difensivo come Hysaj, dunque in alcune fasi, si trovava al centro di una difesa a tre – mentre Ghoulam, dall’altro lato, spingeva maggiormente.

Durante i suoi anni a Napoli, l’attuale capitano azzurro Lorenzo Insigne ha persino dato ad Albiol un altro soprannome, quello di ‘el Patron‘, per sottolineare la sua leadership all’interno dello spogliatoio, e le parole di Sarri su di lui sottolineano la sua grande umiltà e il suo spirito di sacrificio: «A Raúl ho fatto notare che sbagliava la postura in campo. Poi mi veniva da ridere perché avevo corretto un calciatore che ha vinto tutto, persino un Mondiale e due Europei con la Spagna».

Queste parole si commentano da sole: Albiol, a 30 anni già compiuti e con titoli importanti in tasca, ha cambiato il suo modo di difendere ascoltando i consigli di un allenatore che veniva dall’Empoli. Albiol stesso ha più volte ricambiato la stima del mister toscano, ribadendo, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport dell’ottobre 2020, che Sarri ha avuto la stessa importanza di Aragonés sulla sua crescita personale.

Albiol era quindi l’elemento centrale, in tutti i sensi, di questo meccanismo di impostazione. Questo e altri automatismi fecero sì che Sarri battesse ogni possibile record di punti della storia del Napoli, arrivando prima a 82 punti e poi migliorando sempre sé stesso – 86 il secondo anno, 91 il terzo.

Questo “giocare a memoria” era però croce e delizia di quella squadra, perché non appena un giocatore era indisponibile, inevitabilmente qualcosa andava perso. Ne è una prova il girone d’andata della Serie A 2016/2017, caratterizzato dall’assenza proprio di Albiol, infortunatosi in una gara di Champions League contro il Benfica.

Il Napoli, fino a quel momento imbattuto in stagione, subisce due gol nel finale di partita dalla squadra lusitana, ininfluenti dato il punteggio finale di 4-2. Col senno di poi, quei gol furono il preludio di due mesi di sofferenza. I partenopei, infatti, quattro giorni dopo incassano il primo KO stagionale a Bergamo (1-0), a cui fanno seguito le sconfitte interne con Roma (1-3) e Beşiktaş (2-3).

Spesso si fa risalire la causa di questa mini-crisi all’assenza di Milik – infortunatosi in Nazionale, dopo la trasferta di Bergamo –, di cui sicuramente è mancato l’apporto, ma in realtà il Napoli era andato in gol in entrambe le partite e il vero problema era la fragilità del reparto difensivo, che non dava nessuna certezza.

Chiricheș e Maksimović, nonostante a tratti offrissero buone prestazioni individuali, non fornirono mai la sicurezza al reparto che invece dava Albiol, e nessuno di loro aveva le sue caratteristiche da regista di difesa. Inoltre, in quel periodo Koulibaly sembrava spesso scoraggiato e non più esplosivo e sicuro negli interventi come era stato fino a quel momento.

La media punti di quel campionato parla chiaro sull’importanza del leader spagnolo per gli schemi di Sarri: 1.91 punti senza Albiol, 2.42 con lui in campo. Cominciò ad essere sempre più chiaro come, pur non rubando quasi mai l’occhio – anche per la minore esplosività rispetto a Koulibaly –, Albiol fosse una pedina fondamentale per gli azzurri. «Si nota quando manca» sembra una frase fatta, ma in questo caso serve a descrivere perfettamente la situazione.

Una sola sconfitta, nell’intera stagione, è arrivata con lui in campo, al ritorno contro l’Atalanta di Gasperini, ormai bestia nera storica di Sarri. In quella partita, tra l’altro, il compagno di reparto di Albiol era Maksimović. La coppia Albiol-Koulibaly è invece rimasta imbattuta per oltre un anno e mezzo, da Roma-Napoli 1-0 del 25 aprile 2016 a Napoli-Juventus 0-1 del 2 dicembre 2017.

Albiol si rivela poi determinante anche nella terza e ultima stagione di Sarri a Napoli, questa volta anche nell’area avversaria: va infatti a segno tre volte. La rete più pesante è sicuramente quella decisiva nella vittoria di misura contro il Genoa, che permette al Napoli di rientrare a contatto (-2) con la Juventus, fermata il giorno prima dalla SPAL, in modo da contendersi lo scudetto fino alla penultima giornata. Una storia molto simile a quella del suo primo anno a Madrid, però, si ripete, come una sorta di maledizione: il Napoli realizza il record di punti per una squadra seconda in campionato (91), con la Juventus che chiude a 95.


Ancelotti-bis

La sesta e ultima stagione a Napoli di Albiol inizia con l’arrivo di Ancelotti sulla panchina azzurra. Re Carlo, che aveva già incrociato Albiol a Madrid soltanto di passaggio, questa volta lo conferma e si affida a lui e Koulibaly come coppia di centrali, cercando e trovando continuità con il lavoro svolto da Sarri nell’ultimo triennio. I risultati sono ottimi, tanto che Albiol ritrova anche la Nazionale dopo più di tre anni.

Un infortunio lo tiene però fuori dal campo ad inizio 2019, e proprio in quel periodo sono da registrare due cocenti eliminazioni dalle coppe: in Coppa Italia contro il Milan e in Europa League contro l’Arsenal. El Patron torna in tempo per il finale di stagione e per assicurare al Napoli la quarta qualificazione in Champions consecutiva, frutto di un secondo posto finale – il terzo in quattro anni. Nell’ultima partita stagionale al San Paolo e ultima in assoluto della coppia Albiol-Koulibaly, il Napoli asfalta per 4-1 l’Inter e Albiol mette il suo zampino nella seconda rete del Napoli, segnata da Mertens su assist di Callejon, che a sua volta aveva ricevuto un lancio proprio da parte di Raúl.

Il ritorno in Spagna

Nell’estate del 2019, Albiol decide di tornare nella sua Spagna, per giocare gli ultimi anni di carriera più vicino alla sua famiglia. Il Napoli, nonostante l’arrivo in pompa magna di Manōlas, non ha mai risolto tutti i problemi difensivi presentatisi negli ultimi due anni e non ha più raggiunto la qualificazione in Champions, dando ulteriore prova della centralità di Albiol nella squadra azzurra.

Al Villarreal Raúl non ha fatto fatica a trovare il posto da titolare al fianco di Pau Torres, a cui ha fatto da chioccia, tanto che entrambi hanno ricevuto la convocazione in Nazionale da parte di Luis Enrique ­– Torres sarebbe poi entrato a far parte in pianta stabile della Roja, partecipando anche a Euro 2020 – e hanno portato il Sottomarino Giallo al quinto posto in campionato, migliorando sensibilmente il quattordicesimo posto dell’anno prima.

Il campionato 2020/2021 vede il Villarreal confermarsi su alti livelli nonostante l’impegno europeo, ma è proprio il cammino in Europa League ad essere entusiasmante. Dopo aver superato i gironi da prima e imbattuta, infatti, la squadra guidata da un Re di Coppa come Unai Emery, elimina senza troppe difficoltà il Salisburgo ai sedicesimi, la Dinamo Kiev agli ottavi – con Albiol entrato nel tabellino dei marcatori – e la Dinamo Zagabria ai quarti.

Il vero capolavoro del Patron arriva però in semifinale contro l’Arsenal: segna il gol del momentaneo 2-0 all’andata – finirà 2-1 con gol su rigore di Pépé – e guida una difesa che tra andata e ritorno non concede neanche un gol su azione ai Gunners. Il ritorno all’Emirates finisce infatti 0-0, risultato che qualifica i ragazzi di Emery alla finale di Danzica contro il Manchester United.

Allo stadio Energa Gdańsk, Albiol sfida un altro ex-idolo dei tifosi del Napoli: Edinson Cavani, ed è proprio il Matador a pareggiare l’iniziale vantaggio di Gerard Moreno. Quella sul gol dell’ex PSG è però l’unica vera distrazione del Villarreal, che riesce a resistere agli assalti dei Red Devils e a portare il match prima ai supplementari e poi ai rigori, nonostante l’avversario di gran lunga più quotato. Raúl segna il suo rigore nella lunga serie di tiri dagli undici metri che consegnerà il titolo al Villarreal, chiudendo il cerchio con il trionfo ottenuto 17 anni prima con il Valencia, quando la competizione si chiamava ancora Coppa UEFA e lui era un giovane difensore che aveva giocato due scampoli di partita. Vila-real, cittadina che conta appena 50 mila abitanti, può così festeggiare la prima Europa League della squadra locale, che fino ad allora aveva vinto soltanto due Coppe Intertoto e un campionato di terza serie spagnola.

Ad agosto, nella Supercoppa Europea contro il Chelsea vincitore della Champions League, è proprio Albiol a commettere l’errore decisivo, facendosi parare il rigore da Kepa dopo l’1-1 maturato a seguito di altri 120 minuti di altissimo livello. La sconfitta lascia senz’altro l’amaro in bocca, perché il Villarreal aveva tenuto testa alla squadra di Tuchel e perché aumenta il numero di secondi posti nella carriera di Albiol, ma il difensore spagnolo può guardare con orgoglio a quella medaglia d’argento, per la sua clamorosa annata a 35 primavere e per quello che la sua squadra ha fatto, andando ben oltre le proprie possibilità.

Intanto, mentre ancora comanda da professore del ruolo qual è, la difesa del Submarino Amarillosta già studiando per diventare allenatore. Conoscendo la sua intelligenza tattica e le sue grandi qualità di leader e uomo-spogliatoio, non stupirebbe vederlo in futuro sciorinare dalla panchina, un calcio simile a quello che ha regalato e continua a regalare dal campo: elegante e intelligente ma allo stesso tempo ordinato e combattivo, perfettamente nel suo stile.

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