Dejan Savićević

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Dejan Savićević, follia e ordine

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Sono passate da poco le 23 di un caldo 8 maggio del 1994, quando allo stadio Olimpico di Atene il Milan si è laureato campione d’Europa per la quinta volta nella propria storia, battendo per 4-0 il Barcellona di Johan Cruijff. Nelle settimane precedenti alla gara l’olandese era apparso sicuro della vittoria dei suoi al punto da risultare parecchio presuntuoso, forse il più grande errore nella carriera del Profeta. Il Milan di Fabio Capello – nonostante l’assenza dei due centrali Alessandro Costacurta e Franco Baresi – gli diede infatti una vera e propria lezione calcio, giocando una partita perfetta e mettendo in luce il talento di Dejan Savićević come non aveva mai fatto prima.

Il suo pallonetto, partito dalla riga sinistra dell’area di rigore e insaccatosi alle spalle di un incredulo Andoni Zubizarreta, divenne istantaneamente iconico, ma la sua partita mostrò anche tanto altro. Il montenegrino avevo infatti servito l’assist per il primo gol di Daniele Massaro, cucito l’azione della doppietta del nativo di Monza, colto un palo con un altro pallonetto prima della quarta rete firmata Marcel Desailly, e in generale aveva messo in mostra per tutta la serata una tale quantità e qualità di talento da stropicciarsi gli occhi. In novanta minuti il Genio aveva sciorinato tutto il suo repertorio tecnico di altissimo livello, emerso solo in parte nei precedenti anni italiani.


Che giocatore era Dejan Savićević?

Dejan Savićević era un giocatore fuori dagli schemi “italiani”. Nei suoi due club antecedenti all’esperienza rossonera, il Budućnost Titograd – squadra della sua città natale, oggi Budućnost Podgorica – e la Stella Rossa, il montenegrino aveva giocato con risultati eccezionali da trequartista, un ruolo che nel calcio italiano non trovava posto. O meglio, nei primi anni a Belgrado, a causa della presenza ingombrante di Dragan Stojković, aveva anche calcato le zone di campo che gli verranno imposte negli anni al Diavolo, ma interpretandole sempre in maniera libera e del tutto personale.

Nei Balcani, dove era nato il 15 settembre 1966, il talento di Dejan Savićević era considerato la massima espressione di una bellezza tecnica che trovava nel calcio slavo la propria essenza. «Umirati u lepoti» («Morire nella bellezza»), a quelle latitudini è questo il mantra. Una bellezza quasi primordiale, a tratti bestiale, che, non a caso, fece le fortune prima del Budućnost e poi della Stella Rossa, con cui vinse tre campionati jugoslavi, ma soprattutto la Champions League del 1991 – la prima e per il momento l’unica della storia per una squadra della penisola balcanica – e, qualche mese più tardi, l’Intercontinentale.

La Coppa dalle Grandi Orecchie la conquistò al San Nicola di Bari contro il Marsiglia del già citato ex compagno e rivale Stojković, ai calci di rigore, dopo aver segnato ai quarti e in semifinale contro le tedesche orientali e occidentali Dinamo Dresda – andata e ritorno – e Bayern Monaco – all’andata, allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera. La Coppa Intercontinentale, conseguenza della vittoria barese, la vinse invece per 3-0 a Tokyo, contro il Colo-Colo – gara nella quale, dopo aver servito l’assist per il primo gol di Jugović, venne peraltro espulso a causa di una testata e un pugno rifilati ad un avversario.

Tutti i gol della Stella Rossa in quell’incredibile annata europea

Quella meravigliosa e sferzante Stella Rossa poteva contare su una rosa di assoluto livello, in cui spiccavano giocatori del calibro di Robert Prosinečki, Siniša Mihajlović, Darko Pančev e appunto Savićević. Quest’ultimo, arrivato secondo nella classifica per il Pallone d’Oro del 1991 – dietro a Jean-Pierre Papin, che sarà suo compagno di squadra –, venne accostato ai club più forti d’Europa: dal Real Madrid alla Juventus fino ad arrivare al Manchester United. Erano tante, tantissime le squadre che avrebbero voluto portare il Genio nei rispettivi stadi. Alla fine, però, fu il Milan di Silvio Berlusconi a convincerlo.

I rossoneri lo avevano incontrato negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1988, e proprio da lui avevano subito un gol che rischiava di eliminare la squadra di Arrigo Sacchi, ma l’arrivo di una fitta nebbia al Marakana fece rinviare la gara, vinta poi dai futuri campioni d’Europa ai calci di rigore – con un errore dal dischetto proprio del talento slavo. L’era Sacchi al Milan era ormai terminata, e ad aspettarlo in Italia c’era il fiulano Fabio Capello.

Il modulo di riferimento del Sergente di ferro, però, era un rigido 4-4-2, in cui i trequartisti dovevano adattarsi e giocare o da esterni o da punte. Savićević si dimostrò abbastanza maturo tatticamente da poter scendere in campo sia nei due d’attacco che da esterno su entrambe le fasce, ma, quando lo si vedeva in partita, si capiva che non era possibile imprigionare in determinate posizioni il genio che dimorava in lui.

Dejo, infatti, partendo largo, tendeva inevitabilmente ad accentrarsi. Non poteva coprire la fascia come faceva Donanoni, né in fase offensiva né soprattutto in quella di ripiegamento, ma la velocità con cui questo jugoslavo slanciato di 181 centimetri muoveva le gambe era impressionante, e i suoi dribbling nello stretto, spesso sottovalutati da chi gli si poneva davanti a causa del suo andamento barcollante sul pallone, erano fatali. Savićević riusciva infatti a spostare il pallone dal piede sinistro al piede destro e viceversa in maniera continua, nascondendo la palla all’avversario e saltandolo nel momento in cui sembrava potesse perderla.

Quando Dejan Savićević era ispirato nessuno poteva fermarlo, perché in ciò che faceva non c’era un ordine precostituito, ma era tutta fantasia e magica improvvisazione. Allo stesso tempo, quando non era in giornata era indolente e snervante, ma è il prezzo che si deve quasi sempre pagare per questo genere di calciatori. Sta di fatto che nessun sergente di ferro avrebbe mai potuto incanalare tutto quello straordinario talento, che, come un animale selvaggio, non si prestava ad essere facilmente ammaestrato.


La complicata ascesa all’Olimpo

Nonostante il dribbling sopraffino e un sinistro delizioso e potente in base all’occorrenza, prima della sua super prestazione contro il Barcellona, in pochi lo avevano preso sul serio, e tra questi non c’era di certo Capello. Era considerato un giocatore troppo fuori dall’ordinario per poter far la differenza al Milan e secondo l’opinione pubblica la squadra giocava meglio senza di lui. Nel calcio italiano, infatti, l’ordine era un ideale fondamentale e insostituibile, a cui tutti i giocatori dovevano sottostare. Ovviamente ci furono anche delle eccezioni importanti, ma l’ex Stella Rossa non fu mai una di queste, nonostante fosse arrivato tra gli applausi generali.

Al primo anno in rossonero gioca infatti pochissimo, appena 10 presenze in campionato, anche a causa della regola che imponeva alle squadre italiane di schierare un massimo di tre giocatori stranieri per partita – e con il trio d’Olanda più Papin, oltre a Boban, fu il meno impiegato. E di certo non andava meglio in Europa, basti pensare che non venne nemmeno convocato in occasione della finale di Champions League persa contro il Marsiglia.

Per questo motivo e per il pessimo rapporto che aveva istaurato con l’allenatore e il suo staff, durante l’estate successiva chiede la cessione, ma il presidente Berlusconi lo convinse a rimanere – e convinse Capello a puntare su di lui. Don Fabio, che nel frattempo aveva perso la classe di Gullit, è quasi costretto ad utilizzarlo, ma i risultati non saranno per niente negativi. Nonostante in campionato – il terzo consecutivo vinto dai rossoneri – rimase a secco, quando in Champions League gli venne chiesto di essere incisivo, lui non si tirò indietro. Prima agli ottavi di finale – cross vincente per Papin contro il Copenhagen –, poi durante i vecchi gironi da Coppa dei Campioni decisivi per stabilire le semifinaliste – triplo assist nel 3-0 rifilato al Porto di Tomislav Ivić, gol in casa e in trasferta contro il Werder Brema di Otto Rehhagel – e infine nell’atto conclusivo del torneo, quando stupì il mondo intero con quel meraviglioso arcobaleno che ha definitivamente elevato Dejan Savićević a Genio del calcio.


Fra follia e ordine

Quella calda serata di Atene rimane il picco più alto toccato dallo sfavillante talento di Dejan, nonostante saranno le due stagioni successive quelle migliori dal punto di vista numerico – 20 gol e 26 assist in 58 presenze complessive. Nel 1994/1995, dopo aver conquistato la Supercoppa europea contro l’Arsenal, trascina nuovamente il Milan in finale di Champions – memorabile la doppietta in semifinale contro il Paris Saint-Germain di David Ginola –, ma questa volta non può giocare a causa di uno stiramento muscolare rimediato poco prima della gara e i rossoneri perdono contro l’Ajax di Louis van Gaal e dell’ex Frank Rijkaard, privi di quella fantasia e di quella follia che solo Dejan Savićević poteva garantire. L’anno dopo, invece, il trequartista montenegrino ebbe un ruolo da protagonista assoluto nella vittoria del quindicesimo scudetto della storia del club rossonero – andando in gol anche nella gara scudetto contro la Fiorentina di Claudio Ranieri.

Terminato il ciclo vincente di Fabio Capello, il Milan visse due stagioni di transizione, chiudendo rispettivamente con un undicesimo e un decimo posto. Furono due stagioni da incubo anche per Dejan, sempre più messo in difficoltà dai guai fisici. Il Genio finì ai margini del progetto, e diede il definitivo addio al Milan nella sessione invernale di calciomercato della stagione 1997/1998, dopo 144 partite, 34 gol e 52 assist, e con in bacheca tre Scudetti, tre Supercoppe italiane, una Champions League e una Supercoppa europea in più.

Dejo prese la romantica scelta di tornare alla Stella Rossa, ma la sua seconda avventura in Serbia durò solo per pochi mesi, dove riuscì a collezionare appena 3 presenze. Decise dunque di trasferirsi in Austria, al Rapid Vienna, dove visse due eccellenti stagioni da 20 reti complessive, prima di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo e chiudere la sua carriera.

Una carriera vissuta fra follia e ordine. Una follia vietata, che non piaceva e non voleva piacere; un’ordine che, invece, doveva piacere, perché considerato la massima espressione del calcio a certe latitudini. Savićević, però, è riuscito a rimanere in bilico fra due mondi in lotta fra loro, facendo coesistere due correnti di calcio che non volevano nemmeno sfiorarsi. Tutto questo con un pallone fra i piedi e il genio nella testa.


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