rivelazioni Serie A

Le 9 migliori rivelazioni di questa Serie A

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In questa lista, che abbiamo stilato in maniera più o meno arbitraria, c’è chi ha dimostrato di potersi esprimere ad alti livelli nonostante la giovane età, chi è rimasto decisivo nonostante un salto di categoria; c’è chi è riuscito a dar sfogo al proprio potenziale represso e chi forte lo era già ed è divenuto fondamentale. Quello che accomuna questi giocatori è che, in un modo o nell’altro, anche per motivi profondamente differenti, ci hanno stupito, e si sono dunque rivelati tra le migliori rivelazioni di questa Serie A.


Rivelazioni Serie A: Dejan Kulusevski

Probabilmente Kulusevski è il giocatore più scontato e al contempo imprescindibile da inserire in questa lista. Le sue prestazioni al primo anno da titolare nella massima serie ed il recente trasferimento alla Juventus fanno dello svedese uno dei giocatori con più hype del nostro campionato e, quasi sicuramente, la più bella tra le rivelazioni in questa Serie A.

Dejan Kulusevski, classe 2000, 20 anni ancora da compiere, per larghi tratti dell’attuale stagione è apparso come un giocatore semplicemente fuori scala. Il suo atletismo, la fisicità che esprime, i picchi di velocità che raggiunge sono alcune delle caratteristiche che gli hanno permesso di poter competere ai massimi livelli fin dall’esordio, tralasciando il consueto “periodo di adattamento” che solitamente si perdona ai novizi.

Questo incredibile exploit, sostanziatosi in 7 assist e 5 gol in 20 presenze, è anche dovuto al contesto tattico in cui Kulusevski si è trovato a giocare: il Parma di D’Aversa è una squadra verticale, abituata a difendere nei pressi della propria porta e a ripartire velocemente attraverso strappi palla al piede. In un ambiente di questo tipo lo svedese ha trovato un terreno fertile in cui esaltarsi, potendo esprimere le proprie doti atletiche con tanto campo davanti e spazi dilatati. In particolare Kulusevski è apparso devastante nelle conduzioni palla al piede partendo dall’esterno e andandosi ad accentrare a tutta velocità per poi cercare il passaggio filtrante in piena corsa, una delle sue caratteristiche più pregevoli.

La straripanza fisica di Kulusevski è ben fotografata dal dato sui chilometri percorsi in media a partita (11,98) in cui è secondo solo a Marcelo Brozović (12,55) che però gioca al centro del campo. Per capire quanto anomalo sia un dato del genere per un giocatore offensivo basti pensare che il secondo giocatore che ricopre un ruolo simile in questa classifica è Luca Pellegrini in decima posizione.

Le incredibili doti atletiche dello svedese sono anche utili ad occultare alcune sue carenze tecnico-tattiche, come quelle riguardanti il primo controllo – non troppo brillante – o la leggerezza di pensiero con cui a volte sembra prendere le decisioni sulla giocata da fare; spesso, a seguito di un primo controllo non troppo preciso, segue uno strappo in velocità o un ritorno furente sulla palla che compensa ampiamente l’errore commesso in precedenza.

In ogni caso Kulusevski ha statistiche eccellenti anche per quanto riguarda i dribbling – 2 dribbling riusciti ogni 90 minuti – e passaggi chiave – 2.1 passaggi chiave ogni 90 minuti – questo a testimonianza del fatto che le sue qualità sono trasversali e riguardano anche la rifinitura oltre che la conduzione in campo aperto.

Acquistato a gennaio dalla Juventus per 35 milioni più bonus rimane il rebus sul suo possibile adattamento in un contesto tattico molto differente come quello juventino con spazi più stretti e più possesso palla. Il tempo, il talento e la fortuna sembrano pendere decisamente dalla sua parte, anche perché a vent’anni, con questo potenziale, si può imparare a fare praticamente ogni cosa.

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Rivelazioni Serie A: Mattia Zaccagni

Un’altra delle rivelazioni di questa Serie A è Mattia Zaccagni, classe 1995. Fino allo scorso campionato è sempre stato utilizzato come centrocampista centrale, ma, con l’arrivo a giugno di Ivan Jurić, la sua funzione in campo è cambiata: l’allenatore croato ha progettato un sistema di gioco elaborato e ambizioso, attuando dei concetti che raramente abbiamo visto abbracciare da una neopromossa. La marcatura a uomo e il pressing sulla costruzione bassa sono dei tratti che rimandano all’influenza delle idee di Gasperini, ma Jurić ha lavorato anche sulla flessibilità, organizzando delle fasi di difesa posizionale e istruendo gli esterni ad aggredire solo in alcune circostanze. Così facendo, l’allenatore ha ibridato dei principi innovativi a un approccio più tradizionale, formando una squadra in grado di mettere in seria difficoltà anche avversarie più blasonate.

Una delle principali novità introdotte da Jurić è stata proprio l’avanzamento di Zaccagni, schierato davanti agli interni di centrocampo e dietro la punta, nel ruolo di trequartista. In questa posizione è stato alleggerito da alcune responsabilità difensive, permettendo così alle sue qualità di dribbling e passaggio di essere esaltate. Se fosse stato utilizzato come mediano, acquisendo la funzione di filtro nella fase difensiva, avrebbe dovuto migliorare l’interdizione e abbassare la zona di influenza. Da trequartista, invece, è stato il regista delle transizioni positive, uno dei creatori della superiorità numerica e una delle chiavi per attaccare posizionalmente.

La sua velocità gli ha poi permesso di condurre la palla da una zona del campo all’altra, cosicché gli avversari non potessero ricompattarsi e l’Hellas punisse il loro sbilanciamento. Mattia, nel suo nuovo ruolo, ha saputo servire i compagni con precisione, rimanendo lucido anche dopo delle corse impegnative. Il dribbling, invece, gli ha consentito di superare la pressione ottenendo vantaggi posizionali, avvicinandosi alla porta, oppure, se gli avversari reagivano ruvidamente, di guadagnare dei falli con cui far alzare il baricentro. La capacità di smarcamento unita alla rapidità di pensiero ed esecuzione tecnica, ha favorito i cambi di lato palleggiati con cui il Verona ha disordinato gli schieramenti opposti. Infine, data la predilezione di Jurić per un gioco senza una vera e propria punta di ruolo, Zaccagni è stato utile anche per gli inserimenti in area, contribuendo ad affollare il territorio nemico.

Considerando che sta affrontando solo la prima stagione da titolare in Serie A – e in una posizione mai occupata prima –, le sue statistiche sono interessanti; tuttavia, potrebbe migliorare ancora sviluppando la propria interpretazione del ruolo di trequartista, divenendo più incisivo nella finalizzazione e aumentando la frequenza dei passaggi chiave. In ogni caso, i sei assist in millequattrocento minuti, i quasi due dribbling a partita, la percezione istintiva dei tempi di gioco e la capacità di servire i compagni nel punto giusto, creano il ritratto di un giocatore fuori dal comune; e molto divertente da guardare.



Rivelazioni Serie A: Gaetano Castrovilli

Gaetano Castrovilli, classe 1997, è probabilmente la migliore notizia che il calcio italiano abbia ricevuto quest’anno. Dopo un ottimo percorso a livello giovanile e due anni trascorsi in Serie B alla Cremonese, il centrocampista pugliese, in maniera completamene inaspettata, ha fatto il definitivo salto di qualità diventando un inamovibile del centrocampo della Fiorentina e candidandosi per una possibile convocazione ad Euro 2020.

In principio ciò che si nota di Castrovilli è che quasi tutto quello che lo riguarda è anomalo rispetto agli standard a cui siamo abituati: le modalità con cui si è imposto, il suo talento, la narrazione che se ne fa, sono tutti aspetti che lo allontano decisamente dai canoni del “predestinato”. Basti pensare che lo stesso Castovilli fino a giugno non sembrava rigettare la possibilità di trascorrere un’altra stagione di gavetta in Serie B.

Tutto ciò rende ancora più clamoroso l’impatto che ha avuto nella massima serie: dopo un precampionato fenomenale, Montella decide di dargli fiducia e lo schiera – a sorpresa – titolare a centrocampo nella partita inaugurale di Serie A contro il Napoli. Gaetano in quella partita incanta e da quel momento gli unici fattori in grado di togliergli la titolarità sono stati le squalifiche ed i lievi infortuni.

Le anomalie di Castrovilli non si riducono però al solo percorso, quello che lo rende decisamente unico è il suo modo di muoversi in mezzo al campo. È come se giocasse uno sport diverso rispetto a chi lo circonda; ed infatti la sua leggerezza, l’eleganza e la grazia hanno molto a che vedere con il suo passato di ballerino.

«La danza? Mi ha aiutato tanto nel calcio e, che ci crediate oppure no, continua a farlo.
Come? Quando devo pensare e realizzare un dribbling, una finta, un inserimento.»

Anche senza conoscerne i trascorsi da ballerino, guardando giocare Castrovilli, la prima immagine a cui la mente rimanda è qualcosa di non semplicemente calcistico. Il modo in cui ruota il baricentro, la capacità di mantenere l’equilibro, la corsa in punta di piedi, le pause che utilizza per spezzare le frenesia, sembrano tutte caratteristiche veicolate da un mondo decisamente lontano rispetto a quello delle scuole calcio a cui siamo abituati. Il suo talento sembra essere più prossimo al calcio di strada o alla tradizione sudamericana – se non proprio ad uno spettacolo circense – che non al calcio fisico-tattico a cui sempre più spesso si ricorre.

Tali caratteristiche si sostanziano in un’interpretazione del ruolo di mezzala piuttosto particolare e versatile: grazie alle sue doti tecniche fuori dal comune può sia abbassarsi per ricevere palla davanti alla difesa, innescando l’azione, che ricevere sull’esterno nello spazio lasciato dall’ala e cercare il fondo. Non di rado capita poi di trovarlo anche in fase di rifinitura intento a mandare in porta un compagno o a tentare direttamente la conclusione.

Non si può poi non accennare alla qualità che più di tutte lo rende unico nel panorama italiano, ovvero la sua facilità nel dribblare l’avversario: Castrovilli è il secondo giocatore in Serie A – alle spalle del solo Boga – per dribbling riusciti ogni 90 minuti – 3.3, tentandone in media 4.5, con una conseguente percentuale di conversione del 73%. Il modo in cui dribbla – e l’uso che ne fa a livello tattico – è molto simile a quello di Marco Verratti, con cui, ironia della sorte, condivide il procuratore: entrambi usano il dribbling sia in fase di impostazione – per guadagnare un vantaggio posizionale o mettere ordine – sia nella trequarti avversaria per liberarsi e cercare l’imbucata.

Se siamo o meno di fronte al nuovo Verratti non è dato saperlo – e non spetta a noi perpetuare paragoni scomodi – quel che è certo è che Castrovilli è un regalo inaspettato del destino e come tale va preservato e messo nelle condizioni di rendere al meglio, e chissà che dopo la Serie A non possa essere una delle rivelazioni degli azzurri agli Europei.

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Rivelazioni Serie A: Marko Rog

A luglio, il Cagliari ha creduto nelle capacità di Marko Rog, investendo ben quindici milioni per acquistarlo, più della cifra che il Napoli aveva pagato alla Dinamo Zagabria quattro anni fa. Si è trattata di una operazione in parte azzardata, perché il talento del centrocampista, nel periodo partenopeo e nel breve trascorso sivigliano, era sembrato limitato dalla discontinuità delle prestazioni. Maran, dunque, ha dovuto affrontare una sfida: comprendere le sue caratteristiche, i punti deboli e le evidenti potenzialità, per inserirlo in un sistema che finalmente sapesse valorizzarlo.

L’allenatore trentino ha dimostrato di puntare su di lui e fin dalle prime giornate il centrocampista croato è sembrato esprimersi a dei buoni livelli, ma solo con il passare dei mesi si è mostrato come una delle migliori rivelazioni del Cagliari e di questa Serie A.

Per affermarsi è risultata decisiva la sua capacità di curare degli aspetti differenti del gioco con la medesima intensità: ha mostrato, infatti, di avere le qualità per dare un contributo nella gestione del possesso, nella creazione di occasioni e nell’interdizione. È stato bravo sia ad aiutare Cigarini nel dare ordine e superare il pressing con dei passaggi rapidi che e nel fornire una opzione alternativa se il regista veniva schermato dagli avversari; in questa fase ha acquisito una grande importanza la sua accuratezza nei passaggi, che ha raggiunto l’88,1%.

Rog si è poi contraddistinto per il dinamismo e la facilità di spostamento dalla posizione davanti alla difesa alla trequarti avversaria, per partecipare alla fase di rifinitura. L’inclinazione a tentare il dribbling è lampante, specie se confrontata con quella dei compagni: con 1,7 dribbling riusciti a partita è stato il dribblatore migliore della squadra, davanti a Pellegrini, Nainggolan e João Pedro, rispetto ai quali ha registrato anche un numero inferiore di palle perse.

La sua velocità, unita alla tecnica, gli ha consentito di superare l’avversario, creando la superiorità numerica e ponendosi nelle condizioni di servire passaggi chiave.

Infine, il croato sembra essere migliorato anche in fase difensiva: i due contrasti e mezzo riusciti a incontro – anche in questa statistica è il migliore – sono un buon indicatore di questa sua evoluzione. Tuttavia, dovrà diminuire il dato dei dribbling subiti, 2,1 a partita, che rimane ancora troppo elevato.

Non è un caso che l’infortunio di Rog si sia sovrapposto al periodo di flessione del Cagliari, nel quale il croato ha dovuto assentarsi in quattro occasioni, tra l’infortunio alla coscia e la squalifica per somma di ammonizioni. Col ritorno del suo dinamismo, della sua tecnica e della sua grinta la squadra sarda potrebbe riprendere la marcia verso l’Europa League.



Rivelazioni Serie A: Theo Hernández

L’arrivo di Theo Hernández in estate al Milan, sia tra i tifosi che tra gli addetti ai lavori, è passato quasi in sordina. L’accoglienza non è stata di quelle che solitamente si destinano alle grande speranze, né, tantomeno, ai campioni. Eppure l’approdo a Milano del terzino francese avrebbe dovuto fin da subito suscitare più di qualche entusiasmo, anche in un ambiente ai limiti del depressivo come quello milanista.

Di Theo, infatti, da anni si parlava come uno dei difensori più promettenti del panorama europeo e prima dell’arrivo al Milan aveva già avuto modo di affrontare una stagione da titolare in Liga all’Alavés, di debuttare nel Real Madrid e di giocare con una discreta continuità al Real Sociedad nella scorsa stagione. Un bagaglio di esperienze non indifferente per un classe 1997.

Fattori questi che non devono essere passati inosservati a Paolo Maldini – uno che di terzini sinistri ne sa qualcosa – che l’ha voluto fortemente al Milan, sbilanciandosi per la prima volta su un acquisto.

Per il Milan Theo Hernández è stato fondamentale fin dal match di esordio, una sconfitta esterna contro il Torino. Nel primo tempo di quella partita il Milan sembrava aver trovato una quadratura differente rispetto alle precedenti partite, più imprevedibile, meno orizzontale e decisamente più dinamico. A posteriori, riguardando quella partita, appare chiaro che quel cambiamento non era dovuto ad una migliore disposizione tattica della squadra, bensì all’inserimento di un elemento di imprevedibilità come Theo, che attraverso le sue discese sulla fascia ha messo in seria difficoltà la difesa del Torino.

Le qualità di Hernández spiccano particolarmente in fase di attacco, in cui gioca più da esterno alto di centrocampo che non da terzino di difesa. La sua stazza fisica – è alto 186 centimetri – coniugata ad una velocità impressionante – sia sul breve che sul lungo –, lo rende quasi imprendibile quando parte palla al piede dalla propria metà campo accentrandosi verso l’area avversaria. A ciò si aggiunga una qualità di dribbling eccellente – 2 dribbling ogni novanta minuti – e una tecnica di tiro che molti attaccanti gli possono invidiare, e si spiegano i 5 gol e i due assist in 18 presenze. Numeri senza senso per uno che dovrebbe essere un difensore. Ed infatti è il terzo difensore per tiri ogni 90 minuti (1.4), il primo per dribbling tentati (4.1), il sesto per passaggi chiave (1.3) e il primo per gol fatti escludendo i rigori.

Bisogna anche sottolineare i meriti tattici di Pioli che, bloccando il terzino opposto e accentrando il quarto di centrocampo, ha creato le condizioni per far rendere Hernández al meglio, assolvendolo da alcuni compiti difensivi e lasciandolo libero di sguazzare nella trequarti avversaria.

Le potenzialità di Theo sono enormi e in questa stagione sta dimostrando anche una discreta continuità di rendimento. Hernández non è solo una delle migliori rivelazioni di questa Serie A, ma è anche un giocatore con tutte le carte in regola per diventare uno dei terzini più forti del panorama mondiale. Sempre che rimanga un terzino, perché, viste le doti offensive, le tentazioni di schierarlo più avanzato sono molte.

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Rivelazioni Serie A: Manuel Lazzari

La Lazio ha acquistato Manuel Lazzari per rinforzare la fascia destra, occupata nella scorsa stagione da Marušić, che non aveva saputo garantire la continuità necessaria di rendimento, e il giocatore si è mostrato come una delle migliori rivelazioni di questa Serie A.

L’esterno veneto è considerato uno dei giocatori più interessanti del campionato nel suo ruolo già da tempo e negli ultimi due anni anni è stato il punto di riferimento della SPAL: le due salvezze – quasi insperate – sono state raggiunte soprattutto grazie a lui e alla sua capacità di immettere imprevedibilità nel sistema spallino.

Tuttavia, la centralità di Lazzari è stata messa in discussione con l’arrivo in una squadra importante come la Lazio. Nelle prime dieci giornate, infatti, è rimasto ai margini: non ha ottenuto da subito il posto da titolare e quando ha giocato è stato servito poco dai compagni, che sembravano voler sviluppare la manovra lontani dalla sua fascia.

La svolta è arrivata all’undicesima giornata disputata contro il Milan. In quella partita Lazzari ha servito il primo assist: un cross dal fondo indirizzato al dischetto dell’area di rigore che ha permesso a Immobile di segnare la centesima rete con la maglia della Lazio. Sempre in quella partita l’esterno destro destro è riuscito a contenere la velocità e i dribbling di un cliente scomodo come Theo Hernández, limitandone la pericolosità in maniera decisiva per la vittoria.

Da quel momento, è stato schierato dal primo minuto per dodici partite consecutive. Le caratteristiche di Lazzari, infatti, hanno permesso a Inzaghi di accrescere l’imprevedibilità offensiva. Prima gli attacchi biancocelesti erano infatti basati sulle combinazioni del quartetto centrale formato da Correa, Luis Alberto, Immobile e Milinković-Savić. Con l’aggiunta di Manuel, invece, gli avversari hanno cominciato a temere l’ampiezza e sono stati costretti ad adottare contromisure, indebolendosi centralmente per marcarlo e lasciando così più spazio alle avanzate laziali. La Lazio, inoltre, con il suo innesto, ha sviluppato un’inedita tipologia di manovra: spesso la squadra di Inzaghi sovraccarica il lato sinistro, attirando la pressione, e poi, con un rapido cambio di gioco, viene servito Lazzari in isolamento sul lato debole, affidandosi alle sue capacità in velocità nell’uno contro uno.

L’abitudine acquisita alla Spal di giocare in un 3-5-2 lo ha reso importante anche nella fase difensiva. Ha subito solo 0,8 dribbling a partita, contro gli 1,5 di Lulić sull’altra fascia, e ha mostrato di saper contenere terzini pericolosi tecnicamente come Hernández, Alex Sandro, Mário Rui e Dalbert. Le capacità atletiche gli hanno permesso di seguire gli avversari per tutto il campo, permettendo così a Inzaghi di sviluppare delle fasi di pressing alto.

Da un punto di vista offensivo, invece, il cross, il gesto tecnico che padroneggia meglio, è stata un’arma importante per spaventare i terzini e raggiungere i compagni in area – più di lui ne ha tentati solo Luis Alberto –, ma si è distinto anche per gli 1,3 passaggi chiave accumulati a partita. La qualità tecnica gli ha permesso di incidere nell’organizzazione degli attacchi posizionali.

La sua importanza, tuttavia, potrà aumentare. Nel girone di ritorno dovrà cercare di collezionare più assist, migliorando ancora la precisione dei passaggi e dei cross, cercando di diventare un rifinitore di primissimo livello. Ma è stata notevole la capacità di Lazzari nel conquistare in pochi mesi un posto da titolare in una squadra con l’ambizione di vincere lo scudetto. Si tratta di un giocatore che, non si dimentichi, fino a quattro anni fa militava in Lega Pro, e adesso sembra essere completo sotto ogni aspetto ed in grado di competere alla pari coi migliori calciatori del campionato. Se riuscisse a crescere ancora, considerando lo sviluppo che già ha avuto da quando è arrivato in Serie A, potrebbe diventare un riferimento anche per la Nazionale che quest’anno parteciperà all’Europeo.



Rivelazioni Serie A: Amadou Diawara

Al Napoli, Amadou Diawara era apparso come un regista conservativo, non adatto a una squadra che voleva fare del possesso uno strumento di dominio; una formazione il cui vertice basso doveva dettare il ritmo di gioco con dei passaggi veloci e tagliare le linee con le proprie traiettorie. La Roma ha scelto comunque di investire ventuno milioni sul suo cartellino, nonostante Fonseca dicesse di voler costruire un sistema propositivo, basato su alcuni elementi del gioco di posizione e su un possesso costante.

Sembrava che Amadou dovesse cambiare il modo di interpretare il suo ruolo per ottenere un posto da titolare. Invece, proprio le caratteristiche che lo avevano tenuto ai margini dei progetti di Sarri e Ancelotti, facendolo apparire inadeguato a una squadra ambiziosa tatticamente, si sono rivelate la chiave per conquistare la fiducia dell’ex allenatore dello Shakhtar.

Diawara, infatti, dopo aver smaltito un infortunio che lo aveva tenuto fermo per quattro partite, ha conquistato il posto da mediano accanto a Veretout. E la coppia di interni composta dal francese e dal guineano si è dimostrata così solida che, in otto partite di campionato con loro come titolari, la Roma ha fatto sedici punti, ha realizzato quindici reti e ne ha concesse otto.

La presenza di Amadou ha consentito a Veretout e ai compagni di esprimersi nelle zone più avanzate del campo. Infatti, l’inclinazione a conservare una posizione arretrata, che in passato lo aveva penalizzato, ora è divenuta fondamentale: essa ha garantito il mantenimento dell’equilibrio nelle fasi di possesso palla, in cui i principi di Fonseca portavano il resto della squadra a sbilanciarsi in avanti. Le altre doti del gioco senza palla del guineano sono state la capacità di lettura delle situazioni, che si è tradotta in un numero alto di intercetti – 1,9 a partita, il migliore dopo due difensori come Smalling e Mancini – e la quantità di contrasti vincenti – 1,8, il migliore.

Nella fase di costruzione, se Veretout si è saputo distinguere per i passaggi chiave e i dribbling completati, Diawara ha assicurato una impostazione del possesso ordinata e sicura, con una media di cinquanta passaggi a partita e una precisione dell’87,5%. A Fonseca non serviva un regista visionario, ma uno che sapesse essere costante nella distribuzione del pallone e riuscisse a raggiungere i compagni creativi responsabili della rifinitura.

Le caratteristiche di Diawara, dunque, si sono dimostrate decisive per una squadra con delle idee innovative come quelle di Fonseca. La Roma, anzi, avrebbe bisogno che tornasse in fretta dall’infortunio, riprendendosi il posto da titolare, dato che senza di lui la fase difensiva è diventata fragilissima. Per il guineano, comunque, potrebbe prospettarsi un futuro in Premier League, dato che Tottenham e Chelsea lo stanno seguendo attentamente.

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Rivelazioni Serie A: Alessandro Bastoni

Dopo la stagione 2017/2018, trascorsa all’Atalanta e terminata con 4 presenze all’attivo, l’ascesa, già pronosticata, di Alessandro Bastoni, sembrava essersi inceppata. Il timore che il giovane centrale di difesa italiano potesse essere una promessa non mantenuta era forte e in molti erano già pronti a gridare all’ennesimo acquisto sconsiderato dell’Inter. Oggi, dopo dieci presenze da titolare, possiamo dire che ogni possibile dubbio sulla caratura di questo giocatore fosse ingiustificato, dato che il ragazzo è stato una delle migliori rivelazioni dell’Inter e dell’intera Serie A.

Bastoni è un centrale di difesa moderno, la cui caratteristica più evidente è la qualità con cui sa gestire la palla in fase di possesso, una componente sempre più importante nel calcio di oggi in cui la costruzione dal basso sta prendendo il sopravvento. Questa qualità è stata appresa nelle giovanili dell’Atalanta dove sono molto attenti alla formazione tecnica dei difensori centrali i quali, secondo il loro modo di intendere il calcio, non hanno più un ruolo meramente difensivo, ma devono partecipare anche in maniera attiva alla manovra offensiva, impostando l’azione o addirittura rifinendola.

Ciò si collega anche all’altra qualità emblematica di Bastoni, ovvero la conduzione palla al piede. Non di rado capita di vederlo partire dalla difesa ad ampie falcate – anche avvantaggiato dalla sua statura, è alto 192 centimetri – per poi arrivare nella trequarti avversaria. Un’abilità preziosa, specie per un giocatore impiegato in una difesa a tre.

Nella stagione in corso, Bastoni sta dimostrando una maturità ed una continuità tale da essere preferito al più esperto e altisonante Diego Godín in diverse circostanze. Conte si affida alle sue qualità nel palleggio soprattutto quando sa di aver di fronte squadre che tendono a pressare alto. Inoltre la sua precisione nei lanci lunghi a cercare direttamente le punte si concilia alla perfezione all’idea di gioco di Conte che di questo schema ha fatto il suo marchio di fabbrica.

In alcune circostanze le letture del difensore azzurro appaiono un po’ acerbe, e negli uno contro uno, anche a causa del suo baricentro molto alto, a volte si lascia saltare con troppa facilità. È evidente che tali limiti sono dovuti principalmente all’inesperienza e che con il tempo e la dedizione – che non sembra mancare al giocatore – potranno essere tranquillamente superati.

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Rivelazioni Serie A: Gabriel Strefezza

L’ultima tra le rivelazioni di questa Serie A, ma non per importanza, è Gabriel Strefezza, probabilmente l’unico colpo di scena della stagione spallina, per il resto piuttosto cupa. La giovane età e le peculiarità tecniche hanno restituito prospettiva alle speranze dei tifosi, non indifferenti, peraltro, alla posizione occupata in campo, la stessa calpestata da Manuel Lazzari per sei anni, la fascia destra.

All’inizio del campionato gli esterni protagonisti della scorsa stagione non erano più disponibili: Lazzari era stato ceduto, interrompendo una storia d’amore lunga e profonda con la città di Ferrara, per trasferirsi alla Lazio, e Fares si era rotto il legamento crociato in una amichevole estiva, perdendo la possibilità di giocare per almeno sei mesi. Marco D’Alessandro era stato acquistato per sostituire Lazzari, ma dopo appena quattro incontri aveva subito lo stesso infortunio del compagno algerino; invece Jacopo Sala, acquistato dalla Sampdoria a settembre, si era rivelato inadeguato. A disposizione rimanevano Reca, schierabile sulla fascia sinistra, e Cionek e Igor che potevano essere adattati in caso di emergenza, pur essendo dei difensori. Ma Leonardo Semplici deve aver pensato che era giunto il momento di scommettere sulle qualità di un ragazzo cresciuto nel vivaio biancoazzurro, un talento che si stava affacciando per la prima volta al campionato di Serie A.

Una assolata domenica pomeriggio di metà settembre, a sorpresa di tutti, Semplici ha richiamato Strefezza, che intanto si stava riscaldando lungo la linea laterale. Lo ha fatto avvicinare e gli ha dato alcune indicazioni, poi ha comunicato il cambio al quarto uomo e lo ha fatto entrare in campo. Era il minuto 63 e in quel momento la SPAL era sotto per 0-1 in casa con Lazio. Proprio nello stesso minuto dell’esordio la SPAL pareggia con un gol di Petagna sugli sviluppi di un calcio d’angolo e si porta sull’uno pari. Al novantadueesimo, Strefezza si rende protagonista del definito gol del vantaggio sulla Lazio, innescando l’azione prima e rifinendola poi con un tiro ribattuto su Kurtic. Niente male come esordio.

A dicembre, Strefezza si è presentato ai microfoni di DAZN nell’intervallo della partita tra il Torino e la SPAL. Il risultato era di 1-1 e il brasiliano aveva appena segnato la sua prima rete, raccogliendo una deviazione di Aina al limite dell’area e tirando molto forte sul secondo palo.

«La SPAL è così, non molla un cazzo.
Facciamo ancora di più nel secondo tempo per portare a casa i tre punti».

La sua squadra era ultima in classifica e stava affrontando la nona, ma il pensiero di Gabriel è corso subito alla vittoria, e ha descritto l’atteggiamento dei compagni senza censurarsi, utilizzando un linguaggio naturale, rivelando così uno spirito anticonformista rispetto all’ambiente che lo circonda. A dieci dalla fine, Petagna ha concretizzato le parole del compagno, segnando un gol molto bello al termine di una azione cominciata dai piedi di Strefezza, che ha dribblato Laxalt e tracciato un cross smanacciato da Sirigu, che Valdifiori ha recuperato e trasformato in un assist per l’attaccante.

Contro il Torino, inoltre, ha compiuto uno dei gesti tecnici più spettacolari della stagione della SPAL: riceve palla a metà campo e, ancora molto distante dall’area di rigore, la colpisce con l’esterno, imprimendole un effetto a uscire. La sfera raggiunge con estrema precisione la testa di Paloschi, lasciato libero al limite dell’area piccola –anche, forse, per la stranezza e l’imprevedibilità del lancio – che però non riesce a concretizzare.

L’esterno spallino è capace di giocare sia a destra che a sinistra, ma è stato impiegato prevalentemente sul versante destro, lasciando a Reca la gestione della corsia opposta. L’azione offensiva classica di Strefezza è composta da un dribbling, con cui supera l’avversario ed entra in area, e da un tiro – dopo Petagna, è il miglior dribblatore e tiratore di squadra.

Ha inoltre dimostrato una certa inclinazione nel posizionarsi al limite dell’area di rigore, muovendosi liberamente dalla posizione iniziale sulla fascia, per raccogliere i cross e le respinte e provare a segnare da lontano. Per essere un “quinto” di centrocampo si è contraddistinto anche per la sua aggressività: ha effettuato 2,6 contrasti vincenti a partita – è il record di squadra –, un fallo e mezzo per match, e ha raccolto tre ammonizioni e una espulsione in milleduecento minuti. Tuttavia, dovrà migliorare nell’efficacia degli uno-contro-uno difensivi, visto che ha subito 1,1 dribbling a partita, e trovare un modo per compensare alla sua statura nei duelli aerei.

In ogni caso, l’incidenza del brasiliano sulla Spal è stata notevole: in pochi mesi è divenuto il principale creatore di occasioni e la più importante fonte di creatività nelle azioni offensive. Ciò significa che nelle prossime giornate il carico di responsabilità su di lui aumenterà. Se Strefezza riuscirà a sviluppare ancora le proprie capacità di servire i compagni e andare a segno, la squadra di Ferrara potrebbe forse riuscire a centrare l’obiettivo della salvezza. E saranno molte le squadre a volerlo acquistare in estate.



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