Billy Bonds

Billy Bonds, Re nel giardino del Lord

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Erano decisamente altri tempi. Bobby Moore per svernare dopo 15 anni col West Ham, pur essendo ritenuto il più forte inglese della sua epoca e forse di sempre, non si era gettato sui petrodollari dell’Arabia Phoenix, o sui dollari veri e propri dell’America, né tanto meno sulle ricompense orientali della Russia e della Cina, che allora avevano lievi difficoltà a incentivare l’accumulazione di capitale, ma nella Serie B inglese, muovendosi appena di qualche lega, al Fulham.

A parte la Rimet riportata a Casa, in bacheca una FA Cup e una Coppa delle Coppe, e qualche titolo con troppo valore per essere classificato: difensore più corretto mai incontrato a detta di Pelé, e il contrasto «che non si riuscirà mai a migliorare» a danno di Jairzinho a Mexico ’70. In seguito effettivamente si regalerà un paio di stagioni negli States, a San Antonio e Seattle, e una memorabile interpretazione nel filmFuga per la Vittoria‘, ma nulla che possa sottrarre al compatriota David Beckham il primato della football star prototipo del terzo millennio.

In 124 presenze coi Cottagers non riuscirà mai a riportarli in massima serie, nemmeno l’ultimo anno in tandem con George Best; in compenso alla fine del primo anno è a un passo dal fargli vincere il loro primo trofeo, quello più importante al di là della Manica: la FA Cup. Si trattava di ripetere la medesima impresa, tale e quale fuorché qualche dettaglio, di 12 anni prima, quando la Regina gliela aveva consegnata al termine di un anno in cui gli era stato diagnosticato un cancro ai testicoli. Ora in finale gli toccava il passo più difficile: superare sé stesso. Tra lui e una terza ascesa al Palco Reale c’è proprio il West Ham, che, in ragione di Sir Bobby Moore, è molto più spaventato del Fulham di quanto questi degli avversari di categoria superiore.

Questa storia non poteva che aprirsi con Bobby Moore, con la stessa flemmatica calma con cui ha depositato il pallone da 40 metri per la tripletta di Hurst alla finale dei Mondiali del ’66, mentre l’intera Germania Ovest lo pressava; ma prosegue con il West Ham che si smarca da lui. Nessuno era mai riuscito a liberarsi della sua ombra. Al triplice fischio, gli Irons e Bobby Moore non saranno più la stessa cosa. Quell’uomo che ha capitanato non tanto la sua Nazionale quanto la sua Nazione, a cui persino un signore che da molti è reputato il calciatore più forte di tutti i tempi ha dovuto inchinarsi, sebbene in una finzione che poi alla fine non lo era, in quel luogo che ormai appartiene solo allo spirito che è Upton Park, sarà sempre il secondo: primo è Billy Bonds.


Principe designato

Il rapporto tra Bobby Moore e Billy Bonds agli occhi di un Hammer, con una facile suggestione, può essere accostato a quello che legava Gaio Giulio Cesare e Ottaviano Augusto. Un figlio nelle idee e nelle azioni, ma non nel sangue; eppure completamente diverso. Con qualche differenza: se colui che sarà il Pater Patriae dell’Impero più grande ha potuto frequentare il Divo Caesar solo per qualche anno prima che la sua epopea terminasse con una delittuosa tragedia, Bobby ha svezzato Billy per 8 anni; tra i due discendenti di Venere, è difficile individuare chi venga riconosciuto più illustre, tra i due figli della Londra più rude e operaia Moore è stato per tutti il più grande, tranne che per i suoi primi e più legati tifosi, per cui è stato “solo” il più forte. L’espressione di dubbio è necessaria: laddove sorgeva il Boleyn Ground ancora si chiedono se per caso per talento non si equivalessero.

Billy Bonds

In questa foto Moore sembra quasi in procinto di consegnare un testimone a Billy Bonds

Moore è ricordato da tutti per quello che ha fatto in Nazionale, i Three Lions portavano su ogni schermo del pianeta, in contemporanea con il boom dei tubi catodici, la pulizia del suo tackle, i lanci millimetrici, gli eleganti anticipi. Moore era un marziano perché era uno stopper che sapeva giocare il pallone, qualche anno prima di Beckenbauer e i liberi dal piede ispirato, tra gli odierni più affini ai registi che ai terzini. Qualcheduno in Sud America già lo faceva, e anche nel Vecchio Continente ogni tanto spuntava qualche fenomeno nel reparto arretrato, tutti sfacciati e signorili nel contempo. Per qualche anno però il Lord del Nord del Tamigi poté essere ammirato come una star unica nel suo genere, prima che il Kaiser di Monaco gli conquistasse lo scettro.

Così come Moore aveva anticipato Beckenbauer come impostazione del perno della difesa, se Billy Bonds avesse goduto di miglior pubblicità forse avrebbe potuto essere considerato un precursore di Cruijff. Infinitamente meno tecnico, ma indubbiamente un giocatore totale. Se il paragone col 14 volante è troppo generoso, sicuramente avrebbe potuto giostrare in quell’Ajax. Nato come terzino destro, dimostrò di poter essere un ottimo mediano e regista, prima di allungarsi la carriera sino a 42 anni piazzandosi al centro della difesa; ma correva così tanto e così velocemente che dava la sensazione di occupare tutti quei ruoli contemporaneamente. Il West Ham giocava in 12 o in 13.

Piede fine e gamba pronta, la parola ‘onnipresente’ descrive sia la sua disposizione tattica alle partite che la sua militanza nei 21 anni trascorsi coi Clarets and Blue.


Nato in un prato per vivere in un rettangolo verde

Billy Bonds aveva un solo vero limite tecnico, perlomeno per essere l’Hammer ideale: non era di Londra ma di Greenwich. O, per essere ancora più esatti, di Woolwich, sobborgo di Greenwich, che a sua volta può essere una delle estreme propaggini della Metro e della Metropoli di Londra; agli inizi del vigesimo secolo però era ancora totalmente considerata campagna, e ancora oggi tra i verdi parchi della City è considerato uno dei più ampi e smeraldini, concepito come sfondo agreste della principesca residenza estiva edificata dai Tudor apposta per allevarvi i loro rampolli.

È lo scenario ideale anche per un ragazzino di talento, libero di correre per campi sterminati con il pallone tra i piedi come se fosse un episodio di ‘Holly e Benji‘, senza aver bisogno dell’osservatorio astronomico più famoso del mondo qualche collina più su per guardare lontano, essendo anche a due passi dai più ricchi club di Britannia.

La suddivisione delle aree di competenza lungo il Tamigi però è serratissima: se sei di Greenwich, devi esordire col Charlton Athletic. Il club però è davvero troppo piccolo per contenerne l’estro, e quando ha 21 anni, nel 1966/1967, dopo 3 stagioni e 95 presenze con gli Addicks ed è uno dei prospetti più ricercati dalla bassa borghesia della First Division, il West Ham piazza il colpaccio.


Storia Infinita

Disputa subito una serie di 124 match consecutivi tra il 1968 e il 1970, un record per il club tutt’ora insuperato, praticamente i primi di un altro primato inscalfibile: 793 partite in Claret and Blue, nel periodo più memorabile della loro storia, soprattutto grazie a lui.

Ovviamente in Nazionale, al contrario del suo maestro – recordman con 108 caps, superato in seguito da Peter Shilton e da altre leggende del calibro di Rooney, Beckham e Gerrard –, non ne disputerà nemmeno una, in quel mistero che sono i Three Lions degli anni ’70, incapaci di qualificarsi a due mondiali consecutivi (’74 e ’78) e capacissima di tenere fuori gente già affermata come Jimmy Case, Dennis Mortimer, e in seguito anche Steve Bruce.

Convocato non giocante per una partita di qualificazione decisiva contro l’Italia in cui non bastò il 2-0 agli albionici per approdare al Mundial del ’78, perse la possibilità d’esordire contro il Brasile nel giugno ’81 per essersi rotto due costole in uno scontro col portiere nell’ultimo incontro della stagione.

Nonostante il West Ham non riesca a valergli convocazioni in Nazionale, non pensò mai ad andarsene. Invece che le verdi contrade del Real Borgo di Greenwich, ora aveva le distese di pubblico del Boleyn a farlo correre come un eterno ragazzino, un sentimento che non avrebbe potuto barattare con nient’altro al mondo.

Nel 1973/1974 è il Top Scorer della squadra con 13 gol nonostante sia un giocatore difensivo, fondamentali per arrivare un punto sopra la zona retrocessione, ed è l’anno dopo, il primo da capitano, che solleva la FA Cup in faccia al suo predecessore agghindato in casacca Fulham.

Billy Bonds

Billy Bonds consola Moore dopo la Finale di FA Cup

Nel 1975/1976 i Clarets and Blue arrivano diciottesimi su 22 in campionato e in finale di Coppa delle Coppe con l’Anderlecht, trascinati dal loro capitano stopper-libero-terzino-mediano-regista. La squadra è lui, e finalmente in Inghilterra cominciano ad accorgersi di averlo sempre sottovalutato. Ma ha già 30 anni, e per gli standard dell’epoca non si può cominciare a convocare un tale “vecchio” in Nazionale. Può aspirare al massimo a una presenza simbolica, che però non arriverà.



Nel 1977/1978 l’amaro calice della retrocessione, raddolcito da una serie di imprese rese più memorabili perché attuate da una squadra di Second Division: nel 1979/1980 la riconquista della FA Cup vincendo in finale il derby con l’Arsenal, nel 1980/1981 la promozione mentre in Coppe delle Coppe il percorso si interrompe ai Quarti contro i futuri campioni della Dinamo Tiblisi, e in Coppa di Lega si arriva sino alla finale contro il Liverpool, venendo battuti solo al replay.

Nel maggio del 1984, poco dopo aver superato la sua benefica nemesi Bobby Moore per presenze, prova a ritirarsi: il West Ham rischia subito di tornare in Second, falcidiato dagli infortuni, gli tocca recuperare gli scarpini dal chiodo e riprendere a sfrecciare da area ad area per gli ultimi 22 match della stagione. Salvezza raggiunta per appena 2 punti.

L’anno successivo, stagione 1985/1986, il West Ham arriva terzo. Non era mai riuscito, e non riuscirà mai più ad andare così vicino al titolo, a 4 punti dalla vetta, vincendo 8 delle ultime 9. Quante partite gioca Billy Bonds, che sino a quel momento solo una volta ne aveva disputate meno di 20, nell’anno che avrebbe potuto valere uno scudetto storico? Zero. Nemmeno un minuto. Registrato in rosa, subisce un grave infortunio poco prima dell’avvio della stagione.

L’anno dopo ne ha 40 ed è deciso a regalarsi e regalare ancora una stagione intera, per non salutare con le stampelle: prima 17 gettoni in quella del ritorno, quindi 22 caps a 42 anni, onorato del titolo di Membro dell’Impero Britannico per i suoi meriti. Il West Ham ha gli stessi punti del Chelsea retrocesso ai playoff interdivisionali, l’ha salvato per l’ultima volta.

Il 6 febbraio 2019 il London Stadium pensato per i giochi del 2012, dove ormai il West Ham è di casa, viene ribattezzato. Di fatto si tratta di una divinizzazione, ma nessuno pensa al grande campione asceso al Parnaso nel 1993 ma a un vivente, un semplice mortale dallo spirito incommensurabile: dall’alto dei cieli e dei suoi titoli, Bobby avrà sorriso e applaudito a Billy, che lo ha battuto anche al replay.


Leggi anche: Il curioso caso di Jimmy Case, santo bevitore



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