Boban

Fonte immagine: Claudio Villa/Grazia Neri, Getty Images

Zvonimir Boban, fra talento e ideali

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Il talento c’è sempre stato, sconfinato, ma, allo stesso tempo, con dei confini delimitati da quelli della propria patria, la Croazia, per cui Zvonimir Boban avrebbe sacrificato anche la propria vita.



Zvone era un ragazzo pacato e calmo, che amava la lettura e la tranquillità di una Croazia che all’epoca non sapeva ancora di star andando incontro ad uno dei conflitti più sanguinosi della storia. Non lo sapeva nemmeno lui, che nel 1990 era il capitano e il leader assoluto di una Dinamo Zagabria fortissima. Un giorno, però, quel ragazzo tranquillo, che amava il calcio, sì, ma amava soprattutto la giustizia, esplose. Esplose di una rabbia incontrollata. Una rabbia romantica, nel senso più letterario del termine. Nel preciso istante di quella fragorosa esplosione, infatti, Boban stava combattendo per un ideale che gli è sempre stato caro. Dopotutto, è sempre stato un guerriero. Un guerriero che ha sempre fatto parlare i fatti, e solo successivamente le parole, come in quel 13 maggio del 1990.

In un contesto ormai sull’orlo di una guerra civile, si giocava la partita dell’anno in Jugoslavia: Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. Prima del fischio d’inizio le tribune dello stadio si erano trasformate in un campo di battaglia, con scontri che si erano poi spostati in campo. Proprio sul terreno di gioco, un poliziotto del regime picchiava violentemente un tifoso della Dinamo, inerme, a terra, senza alcuna possibilità di difendersi. Boban stava assistendo a questa scena, e il suo senso di giustizia cominciò ad ardere dentro, furente. I fotogrammi seguenti sono piuttosto confusi, con persone che corrono per il campo, che scappano o cercando di difendersi, ma subito dopo si vede chiaramente un giocatore della Dinamo che prende la rincorsa e dà un calcio volante ad un poliziotto. Quel giocatore giovane, alto ed elegante, con la 10 sulle spalle e la fascia da capitano al braccio, è Zvonimir Boban.

Un gesto folle, che lima quella barriera invisibile che vi è fra il tifoso e il giocatore, avvicinandoli pericolosamente e rendendoli un tutt’uno con un ideale che con il calcio ha ben poco a che fare. A causa di quel gesto, che lui stesso definirà suicida, Boban perderà il Mondiale di Italia ’90, ma ha rischiato di perdere molto di più. Sempre quel gesto, però, gli ha garantito il titolo di eroe del popolo croato. Di fatto Boban è diventato un partigiano, rappresentante di un ideale di giustizia e indipendenza, un ideale che si sarebbe concretizzato dopo una lunga e violenta guerra, che lui però non avrebbe affrontato in prima linea ma sui campi da gioco.

Dopo sei straordinari anni passati alla Dinamo, con cui aveva esordito ad appena 16 anni e di cui era diventato capitano a 19, era stato acquistato dal Milan di Capello, che era rimasto ammaliato da quel ragazzo tanto carismatico e talentuoso, capace di segnare 45 gol in 109 partite e di vincere da protagonista un Mondiale Under-20, quello del 1987.

Correva l’estate del 1991, in primavera in Croazia era scoppiata la guerra e Boban, da fiero nazionalista croato, avrebbe anche preso in mano un fucile pur di difendere la sua patria. Purtroppo, o per fortuna, il suo status non glielo permetteva, e forse il Milan lo ha salvato, dando la possibilità agli amanti del calcio di ammirare un giocatore eccezionale, che sapeva coniugare tecnica, fisico e grinta come nessuno aveva mai fatto prima.



Le primissime stagioni in Italia, però, furono più complicate del previsto, in particolare perché Boban si dovette adattare ad un gioco tatticamente molto più sviluppato. Un gioco che, tra l’altro, spesso e volentieri non ponderava la presenza di un trequartista, che veniva relegato sulla fascia o in attacco, oppure ancora veniva fatto giocare da centrale di centrocampo, un ruolo che richiedeva una capacità atletica e una forza fisica che il croato non aveva al suo arrivo nel Bel Paese.

Dopo un anno di prestito al Bari, si dovette subito abituare ai ferrei ritmi di allenamento del Sergente di ferro che lo aveva sì voluto, ma che di certo non gli avrebbe fatto sconti o favoritismi: il primo anno fu alquanto complesso e Boban giocò quasi solamente in Champions, vincendo da semplice gregario il campionato italiano, ma nella stagione successiva la stella dei Balcani esplose come una supernova, e accecò tutti con il suo straordinario talento, con la sua rabbiosa grinta, con il suo fisico diventato statuario.

Il suo contributo risultò determinante per il secondo scudetto consecutivo e soprattutto per la Champions League. In quell’edizione, conclusa con un sontuoso 4-0 ai danni del presuntuoso Barça di Cruijff, fu l’altro balcanico del Milan, Dejan Savićević, a prendersi i riflettori, eppure il direttore d’orchestra di quella squadra era Boban, che con la sua tecnica superiore, con la sua visione di gioco sconfinata tanto quanto il suo talento e con la sua grinta da guerriero dettava legge in mezzo al campo.

Non era molto loquace e non segnava moltissimo, ma il suo carattere permeava tutta la squadra rossonera, come uno spirito benigno che sussisteva tanto nei momenti meravigliosi quanto in quelli difficili. Boban non si è mai preso pause, né ha mai rilasciato dichiarazioni clamorose: prima giocava e mostrava tutto il suo talento, e poi, quando gli veniva chiesto di farlo, parlava, e quando lo faceva metteva in mostra tutta la sua intelligenza, il suo acume e il suo pungente senso critico, lasciando spesso allibiti i giornalisti, che probabilmente non avevano mai assistito ad una schiettezza talmente intelligente, pronunciata, tra l’altro, da quello che in un’ideale razzista, marcio e ignorante – ancora radicato oggi, ma molto più acceso un ventennio fa – sarebbe dovuto essere «solo uno zingaro».

Negli anni successivi Boban maturò ulteriormente, arrivando tra l’altro in semifinale con la sua Croazia ai Mondiali del 1998 – miglior risultato della storia croata fino alla magnifica cavalcata di vent’anni dopo a Russia 2018, che ha portato i balcanici in finale –, e non abbandonò il Milan nei suoi anni più difficili, dimostrando grande attaccamento alla maglia. Una maglia che rigorosamente non stava mai nei pantaloncini, perché sarebbe stato troppo scontato per uno come Boban, sempre, educatamente, contro il sistema.

Boban

Nella stagione 1999/2000, la migliore dal punto di vista personale, divenne il condottiero della squadra di Zaccheroni, capace di vincere il campionato benché gli inizi – con tanto di richiesta di cessione “alla Savićević” –  fossero stati pessimi e i rapporti con il mister emiliano non furono mai idilliaci. La svolta alla stagione, decisiva per la conquista dello scudetto, la diede infatti un cambio di modulo che, da quel che è venuto fuori negli anni, pare abbia imposto la squadra.

L’annata successiva fu l’ultima del croato con la maglia rossonera, e dopo due mesi in prestito al Celta Vigo, capendo che il calcio che aveva tanto amato non aveva più spazio per lui, annunciò la fine della sua carriera.



Il mondo del calcio, però, era ancora il mondo di Boban, anche se esternamente al rettangolo verde. Dopo essersi distinto come opinionista, capace di cogliere il punto focale di ogni discorso senza perdersi in costruzioni retoriche volte solo a convincere l’ascoltatore, la FIFA gli propose il ruolo di vicesegretario generale per lo sviluppo del calcio e dell’organizzazione delle competizioni, che Boban svolse, come sempre, con la massima serietà e professionalità, provando a cambiare le cose – in particolare ebbe un ruolo fondamentale nell’introduzione della VAR.

Nel 2019, quando il Milan gli offrì un posto da Chief Football Officer, Gianni Infantino dichiarò di volerlo incatenare alla Torre Eiffel, pur di non perderlo. Parole di totale apprezzamento nei confronti del lavoro dell’ex fuoriclasse croato, che era ed è tuttora considerato non solo un eroe nazionale, ma anche un grandissimo professionista, una sorta di filosofo del calcio, per cui la verità, in quanto emblema della giustizia, va sempre rivelata.

Il suo operato da dirigente al Milan, per quanto breve, non è stato negativo, ma il suo carattere non gli ha permesso di mantenere le redini del club: quando qualcosa non andava come Zvone avrebbe voluto, lui lo ha sempre fatto presente, senza mezze misure e, talvolta, anche davanti alla telecamere. Un atteggiamento evidentemente non compatibile con quello imposto dall’attuale società rossonera.

In fondo, Boban è rimasto sempre quel romantico partigiano di 21 anni, capace di mettere in discussione sé stesso e la sua stessa vita, ma incapace di accettare una realtà per lui ingiusta. Un guerriero in grado di percorrere la via del talento, della verità e dell’ideale, senza mai perdersi e senza mai dimostrarsi incoerente.

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