Mondiali 2002

Mondiali 2002, l’incubo inaccettabile

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I Mondiali di Giappone-Corea del Sud del 2002 non figurano sicuramente fra le edizioni più spettacolari né tanto meno fra quelle di maggiore successo a livello organizzativo, ma a distanza di parecchi anni è doveroso soffermarsi ad analizzare il loro lascito, in quanto costituiscono per molti versi un unicum nel panorama dei mondiali di calcio e riflettono le contraddizioni ed ambiguità della svolta moderna che si stava intraprendendo lasciandosi alle spalle i fasti degli anni ’90 e approcciandosi al nuovo millennio.

Come recita Federico Buffa all’inizio di ognuno dei dieci episodi di Storie Mondiali, «i mondiali hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi di quelli che verranno», e a mio avviso l’edizione nippo-coreana del 2002 rappresenta un momento chiave in questo senso, costituendo un vero spartiacque nella storia dei mondiali, seppur non venga ricordata fra le più indimenticabili.

La sua collocazione temporale, a cavallo fra i due secoli, riflette anche la natura ibrida di un calcio in parte ancora legato alle sue tradizioni e consuetudini ma già in procinto di rinnovarsi.

I mondiali del 2002 sono, per esempio, la prima manifestazione internazionale in cui il pallone di gioco divenne oggetto di critica. Per l’occasione, infatti, l’Adidas progettò il capostipite delle sfere ultratecnologiche, leggerissime e avvezze a traiettorie imprevedibili di cui i portieri spesso si sono lamentati negli anni ma a cui ormai tutti noi ci siamo abituati ai giorni nostri, il Fevernova. Esso segnò una svolta anche a livello cromatico, in quanto si discostava nettamente dai canonici e tradizionali bianco e nero, presentando una superficie dorata all’interno della quale erano inseriti quattro triangoli rotondeggianti di colore rosso, simili a delle fiamme. Chi è appassionato anche di questi aspetti del gioco, non lo può scordare, come anche il povero David Seaman, il quale fu vittima della pazzesca traiettoria impressa al pallone da Ronaldinho nella punizione del 2-1 con la quale i carioca eliminarono gli inglesi ai quarti di finale.

Il commento di quel gol del genio brasiliano

I mondiali nippo-coreani del 2002 sono inoltre i primi in cui i maggiori calciatori del pianeta sfoggiarono un modello di scarpe destinato a fare la storia della Nike e dell’abbigliamento sportivo in senso lato, le Total 90, nella sua versione originale bicolore, nero-grigia o bianco-rossa, con la banda diagonale che partiva dalla linguetta e attraversava tutta la scarpa.

E per terminare la parentesi legata alla moda sportiva dell’epoca è doveroso rimembrare l’ultima divisa azzurra targata Kappa, che ci accompagnò in quei mondiali, di una semplicità d’altri tempi, frontalmente figuravano solo il numero del giocatore sul petto e lo stemma della Nazionale sul cuore, il simbolo dello sponsor tecnico era silenziosamente postato sull’esterno della maglia e la chiara tonalità della divisa fu l’ultima a rispettare per davvero il nostro appellativo di Azzurri.

Le spinte rinnovatrici coinvolsero anche il regolamento, soprattutto nel disciplinare in maniera diversa gli esiti delle partite ancora bloccate sul pareggio al termine dei regolamentari. Per tutti gli appassionati di calcio – dopo le improbabili soluzioni senza rigori avvenute fino agli anni Settanta – l’unica opzione percorribile è sempre stata quella di giocare i due tempi supplementari di 15 minuti l’uno e, in caso di persistente pareggio, procedere in definitiva con la lotteria dei calci di rigore. Ma addentrandosi nel nuovo millennio c’era una diffusa e forse eccessiva volontà di modernizzare il gioco e di renderlo più spettacolare e avvincente, relegando alla desuetudine l’idea di procrastinare le partite per altri 30 minuti caratterizzati da scarse energie residue, dal timore di subire un gol difficilmente recuperabile e dalla palese volontà delle due formazioni di giocarsi tutto ai calci di rigore. Per questo, già a partire dagli Europei del ’96, venne inserita la famigerata regola del golden goal, la quale prevedeva che se una delle due squadre avesse segnato un gol nei tempi supplementari, esso avrebbe sancito la vittoria della suddetta squadra, alla stregua della “palla regina” del calcio balilla. Prima che essa venisse superata dall’altrettanto famigerata regola del silver goal, la quale invece concedeva la possibilità di pareggiare entro il termine della frazione di gioco supplementare in cui si era subito il gol decisivo, e dal ritorno alla consueta formula dei 30 minuti di tempi supplementari, essa fece in tempo a procurare dolorose ferite ai tifosi azzurri, come nella nefasta finale di Rotterdam di Euro 2000 dove, dopo aver subito il gol del pareggio di Wiltord a tempo praticamente scaduto, Trezeguet con la sua girata mancina ci condannò alla sconfitta, relegandoci a 6 anni di attesa prima di poterci godere la più dolce delle vendette con il suo rigore stampatosi sulla traversa nella ben più sentita finale mondiale di Berlino. Purtroppo, come vedremo più avanti, quella non fu l’unica situazione in cui un golden goal ci costrinse alle lacrime.

Le partite dei Mondiali in quel 2002, in Italia, non erano ancora diventate prerogativa di Sky Sport e di Fabio Caressa, ma erano ancora affidate alla cura della RAI e alla voce narrante dell’indimenticabile Bruno Pizzul, alla sua ultima esperienza come telecronista dalla Nazionale, iniziata nel 1986 e terminata appunto nel 2002, a cui il destino beffardo ha riservato un periodo di delusioni, più o meno cocenti, escludendolo dalla gioia sia del Mondiale del 1982 sia da quello del 2006.

Della medesima crudele sorte è stato vittima anche il capitano di quella Nazionale, Paolo Maldini, il quale dopo 126 presenze maturate a partire dal 1988, quattro mondiali e tre europei, giocò la sua ultima partita con la maglia azzurra proprio il 18 giugno 2002.

Il trittico di personaggi di carisma e benevolenza popolare si completa con il commissario tecnico di quella spedizione, l’iconico e spumeggiante Giovanni Trapattoni. Difficilmente si può trovare nella storia del calcio italiano una figura come la sua, in grado di mettere d’accordo le tre anime principali del tifo italiano, il Trap infatti può vantare di aver goduto dell’affetto sia dei tifosi del Milan, di cui fu sia calciatore che allenatore, della Juventus, sulla cui panchina sedette in due fasi diverse per un totale di oltre dieci anni, e anche dell’Inter, condottiero dello Scudetto dei record del 1989.

Nonostante il suo trascorso gli permettesse di godere della credibilità e del sostegno sia da parte della Federazione sia da parte del tifo italiano, il suo percorso in azzurro incontrò le prime difficoltà e critiche già al momento di stilare l’elenco dei 23 convocati al Mondiale, in quanto il CT decise di escludere forse l’unica figura calcistica italiana che metteva ancora più d’accordo tutti i tifosi dello stivale, Roberto Baggio. Il Divin Codino aveva ormai 35 anni, aveva subito un’operazione al menisco solo 4 mesi prima e Trapattoni non lo ritenne in condizione ottimale, considerando che nella squadra figuravano già due eccellenti numeri 10 come Totti e Del Piero, la cui convivenza tattica era però un grattacapo tattico non indifferente.

In ogni caso, anche senza Baggio, la nostra Nazionale disponeva di una squadra di alto livello, presentando le caratteristiche che ci avevano sempre contraddistinto: una difesa di valore assoluto, un centrocampo di sostanza e fatica e un reparto offensivo pieno di talento. Fra i pali c’era ovviamente Gianluigi Buffon, alla sua prima esperienza mondiale, davanti a lui un tridente difensivo senza eguali, capitan Maldini, il futuro capitano Fabio Cannavaro e l’allora capitano della Lazio Sandro Nesta, la cui maledizione di infortunarsi in occasione dei campionati del mondo non fece eccezione nemmeno in questo caso. A completare il pacchetto difensivo il fido Panucci e i gregari Mark Iuliano e Francesco Coco. A centrocampo non erano sicuramente i tempi di gente elegante e raffinata come Pirlo o Verratti, eravamo brutti, sporchi e cattivi, come nel film di Ettore Scola. La mediana era affidata al futuro presidente dell’associazione italiana calciatori, Damiano Tommasi, accanto al quale operavano a turno dei mastini del calibro di Gigi Di Biagio, Cristiano Zanetti, soldatino Di Livio e un giovane Ringhio Gattuso. Infine, il centrocampo si componeva anche di Cristiano Doni, alla sua unica apparizione in una competizione internazionale con l’Italia, e dell’infaticabile Zambrotta, all’epoca ancora occupato in una posizione più avanzata prima di affermarsi successivamente come uno dei migliori terzini della storia azzurra. L’attacco, invece, era qualcosa da stropicciarsi gli occhi dall’imbarazzo della scelta. Tutti pressoché coetanei, fra i 26 e 29 anni, all’apice della maturità calcistica, figuravano: come prime punte, l’aereoplanino Montella, Superpippo Inzaghi e Bobo Vieri, come seconde punte i due numeri dieci, Francesco Totti e Alessandro Del Piero, ed infine il sottovalutato factotum Marco Delvecchio.

Il girone di qualificazione ci pone di fronte squadre abbordabili ma comunque ostiche, come l’Ecuador, la Croazia e il Messico. L’esordio contro i sudamericani non ci crea eccessivi problemi e ci pensa il solito Vieri formato mondiale a risolvere la pratica con una doppietta. Le successive sfide, invece, si rivelano più complicate, anche a causa di diversi gol regolari annullati, perdiamo 2-1 contro la Croazia e solamente un gol all’84 di Del Piero – e la scaramantica benedizione del campo del Trap – contro il Messico ci permette di sopravanzare agli ottavi di finale, ai quali ci arriviamo con un magro bottino di soli 4 punti nel girone.

Al termine della fase a gironi, sono tante le assenze prestigiose. L’Argentina di Batistuta e il Portogallo di Figo e Rui Costa non sono infatti riuscite ad andare oltre un deludente terzo posto nei loro gironi qualificatori, ma la più grande sorpresa è rappresentata sicuramente dall’eliminazione dei campioni del mondo e d’europa della Francia. I transalpini hanno raccolto la miseria di un solo punto, ottenuto con lo 0-0 contro l’Uruguay, hanno perso sia contro la Danimarca di Tomasson ma soprattutto sono stati sconfitti per 2-0 dal Senegal, in una gara indimenticabile per gli africani, una rivalsa calcistica contro i secolari colonizzatori, la quale gli darà la spinta per giungere fino ai quarti di finale, risultato storico per una squadra africana, ottenuto solo dal Camerun di Roger Milla ai mondiali nostrani del 1990 e dal Ghana nel 2010, che, tra le tre, è senza dubbio quella che maggiormente ha sfiorato la prima semifinale mondiale del continente nero.

L’eliminazione della nazionale campione in carica fece ovviamente scalpore ai tempi ma nel corso delle successive edizioni è divenuta quasi una consuetudine, in quanto, eccezion fatta per il Brasile nel 2006, da allora tutti i detentori del trofeo si sono arrestati ai gironi di qualificazione, come l’Italia del Lippi-bis nel 2010, la Spagna nel 2014 e la Germania di Low negli ultimi mondiali in Russia.

All’inizio della fase ad eliminazione diretta, nel lato destro del tabellone le Nazionali più accreditate sono il solito Brasile e l’Inghilterra di Owen e Beckham, le quali si affronteranno ai quarti di finale dando vita ad una delle poche partite memorabili di questa edizione, mentre a sinistra le insidie maggiori vengono dall’irriducibile Germania e dalla Spagna, nella versione di eterna perdente precedente al periodo d’oro a cavallo degli anni ’10 del nuovo millennio.

Il 18 giugno il tabellone prevede entrambi gli ottavi di finale riguardanti i padroni di casa: nel pomeriggio scendono in campo i giapponesi contro la Turchia mentre la partita serale vede contrapposte la Corea del Sud di Guus Hiddink e l’Italia di Trapattoni. Le due selezioni asiatiche ci tengono particolarmente a fare bella figura e a non interrompere precocemente il loro cammino nella competizione, le federazioni e il comitato organizzativo generale infatti sperano che almeno una delle due nazionali possa spingersi fino alla semifinale, considerato pretenziosamente come obiettivo minimo. Purtroppo però nella partita pomeridiana il Giappone è stato sconfitto per uno a zero dai turchi e tutto il carico di aspettative e pressioni si riserva quindi sulla Corea del Sud, nostra avversaria. In linea con un’operazione di condizionamento e mistificazione già avviata nel girone eliminatorio, e che avrà fine solamente dinnanzi alla rete di Ballack in semifinale, le maggiori speranze dei coreani non vengono riposte né nella guida esperta di Hiddink né tanto meno nella qualità modesta dei suoi giocatori, bensì sull’arbitro designato. Si tratta di un ecuadoriano, basso, tozzo, dallo sguardo malandrino e compiaciuto, di cui sarebbe perfino superfluo ricordare il nome, ma, per dovere di cronaca, non ci possiamo esimere dal farlo: Byron Moreno.

Dopo pochi minuti il primo atto di protagonismo del fischietto sudamericano: una consueta e ordinaria marcatura di Panucci in area di rigore viene decretata fallosa e Moreno sancisce un calcio di rigore contro gli azzurri, il quale però viene magistralmente neutralizzato da Buffon nell’angolino basso alla sua destra. Questo sarà solo il preludio ad una carrellata di ingiustizie macroscopiche ed eclatanti a cui Pizzul e il fido Bulgarelli subito si adeguano sconfortati in sede di telecronaca, molto meno accondiscendente l’atteggiamento del Trap in panchina.

Nonostante il contesto ambientale ostile e gli echi del mondiale del 1966, in cui l’altra Corea ci aveva incredibilmente eliminati, e di cui i vicini di casa non esitano a rimembrarcelo sui cartelloni esibiti sugli spalti, riusciamo a passare in vantaggio. Al 18′ del primo tempo Bobo svetta sul primo palo e incassa in rete il calcio d’angolo di Totti, siglando il suo nono gol in nove presenze ai mondiali, uno score incredibile ma troppo spesso ignorato. La partita sembrerebbe in discesa per gli Azzurri, la superiorità tecnica e la maggiore esperienza della nostra nazionale suggerirebbero un secondo tempo di controllo, in cui cercare velocemente il raddoppio per congelare il risultato e la qualificazione, interrompendo ogni tentativo di rimonta dei padroni di casa.

Complice l’indulgenza di Moreno nei confronti dei coreani, il match si fa sempre più nervoso e falloso: Coco è costretto da una gomitata a proseguire la gara con un turbante di fasciature in testa mentre Zambrotta è costretto a cedere il posto a Di Livio, dopo un tackle killer: nessuno dei due interventi viene sanzionato dall’arbitro. I nostri non riescono a trovare il secondo gol, Trapattoni si è già coperto sostituendo Del Piero con Gattuso, il risultato è ancora in bilico e il passaggio del turno non è affatto assicurato. Vieri in contropiede sparacchia con un destro sbilenco un pallone molto invitante in contropiede, Totti dopo un’azione delle sue viene stoppato al limite dell’area con un blocco di tipo cestistico da un difensore coreano, Pizzul ormai non si sorprende nemmeno più del mancato fischio di Moreno.

Mancano pochi giri d’orologio al 90′ quando la nostra retroguardia compie un pasticcio imperdonabile. Un innocuo traversone dalla destra non viene intercettato dal colpo di testa di Iuliano, Panucci manca maldestramente il rinvio e la palla termina sui piedi di Ki-Hyeon Seol, al quale non rimane altro da fare che siglare il gol del pareggio alle spalle di Buffon e condannarci ai supplementari.

Gli azzurri non si fanno comunque prendere dal panico e riescono a creare un paio di buone occasioni per segnare il golden goal della qualificazione. Tommasi taglia dietro la linea difensiva coreana, scarta il portiere e insacca il pallone a porta vuota, ma ancora una volta ci pensano Moreno e assistenti ad annullare il tutto segnalando un fuorigioco inesistente. Nella seconda frazione supplementare Totti viene atterrato in maniera palesemente fallosa nell’area avversaria e l’arbitro ecuadoriano si deve superare per impedire alla nostra nazionale di ottenere il rigore che probabilmente avrebbe deciso la sfida: anziché fischiare l’estrema punizione, Moreno vede una simulazione e sventola il cartellino giallo nei confronti del Pupone, il quale, già ammonito, viene espulso.

Dopo aver scampato anche quest’ultimo pericolo, i coreani al 117′ trovano il gol della qualificazione. Cross dalla sinistra nel centro dell’area di rigore, Jung-Hwan Ahn anticipa di testa Maldini e ci condanna ad un’eliminazione ampiamente prevista dal copione generale.

L’attaccante in forza al Perugia divenne assieme a Moreno, un nemico del popolo e poche settimane dopo in collegamento al Processo di Biscardi, il patron degli umbri, Luciano Gaucci, annunciò con fare populista che non avrebbe riscattato il giocatore, a costo di rimetterci dei soldi, conquistandosi così l’applauso dello studio e di tutti i tifosi italiani a casa.

Il resto della competizione ci interessa poco, sia per la mancanza di grandi sorprese sia per l’assenza di squadre blasonate. La finale del torneo è quella annunciata: la Germania di Ballack e Klose sfida il Brasile di Rivaldo, Ronaldinho e Ronaldo. Come canta Claver Gold in Nazario, Ronaldo viene incoronato il nuovo re del mondo, è sua la doppietta che frustra le speranze dei tedeschi e consegna ai verdeoro il loro quinto titolo mondiale.

Agli azzurri rimangono solo le recriminazioni contro lo scandaloso arbitraggio di Moreno, il quale, anni dopo, oltre a venir condannato in patria per una vicenda di partite combinate, dichiarerà la propria colpevolezza circa diversi episodi chiave di quell’ottavo di finale. Rimane il rammarico per giocatori simbolo di quella nazionale, come Maldini e Vieri, che non avranno la fortuna di godersi le gioie della vittoria al Mondiale tedesco di 4 anni dopo, o per il CT Trapattoni che, dopo il furto coreano, ai successivi europei in Portogallo verrà eliminato a causa dell’altrettanto famigerato biscotto fra Svezia e Danimarca. Però, come nelle migliori delle storie, tutte queste delusioni e disgrazie scivoleranno in secondo piano, quando nella notte di Berlino del 9 luglio 2006 il cielo divenne azzurro.


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