Leeds Revie

Il Dirty Leeds di Don Revie

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«Invece di aggrottare le sopracciglia, cari e vegliardi Leeds con i vostri blazer e con i fottuti bottoni da consiglieri, sorridete, fate un bel sorriso a trentasei denti su quelle pallide facce che vi ritrovate, perché dovete sapere che non troverò pace, e non dormirò, finché non avrò superato qualsiasi traguardo quell’uomo abbia mai raggiunto, e io lo supererò così non dovrò mai più sentire quel fottuto nome di Don Revie, l’unico nome che verrà nominato nei pub dello Yorkshire quando porteranno gli stracolmi boccali di birra nelle loro fetide bocche sarà Brian Clough, Brian Clough sopra ogni fottuta cosa!»

La citazione in questione è tratta dal film ‘Il Maledetto United‘, in particolare dalla scena nella quale l’allora neo-allenatore del Leeds United Brian Clough – interpretato da un superbo Michael Sheen – si presenta ai suoi nuovi datori di lavoro. Ovviamente le parole sono frutto della narrativa cinematografica, ma conoscendo la personalità di Cloughie non si esclude che quelle reali fossero così diverse. L’esperienza dell’istrionico allenatore di Middlesbrough sulla panchina dello United sarà a dir poco travagliata – verrà esonerato dopo quarantaquattro giorni ­–, ma si rifarà ampiamente in futuro. Nella frase riportata si percepisce l’astio nei confronti di colui che l’ha preceduto per tredici lunghi anni, reo di non averlo nemmeno considerato dopo una partita di FA Cup tra il Leeds e il suo Derby County, allora militante in seconda serie. Il colpevole di questo smacco è Donald George Revie.



Già, Don Revie, l’uomo che ha messo per la prima volta Leeds e lo Yorkshire sulle mappe del calcio inglese ed europeo dopo stagioni di nulla assoluto. Fondato nel 1919, il Leeds United nei suoi primi quarant’anni di vita si è barcamenato soprattutto tra seconda e terza serie inglese, con pochi anni nella First Division. Il primo grande giocatore nella storia del club è stato il gallese John Charles, decisivo nella promozione in prima divisione del 1956 e ceduto l’anno dopo a peso d’oro alla Juventus, in cui diede vita ad un trio magico assieme a Sivori e Boniperti.

Dopo quattro anni anonimi, il Leeds viene nuovamente retrocesso e nel marzo del 1961, quando il club si trova nei bassifondi della classifica, il tecnico Jack Taylor viene sollevato dall’incarico. La società è in gravi difficoltà economiche e per il sostituto si deve arrangiare, la soluzione viene dunque trovata in casa: il ruolo di manager viene affidato a Don Revie, allora attaccante dei Peacocks, che diventa così allenatore-giocatore della squadra. La prima stagione completa è quasi tragica, con il Leeds che si salva dalla retrocessione in terza divisione solo nelle ultime giornate, e alla fine dell’anno Revie, ormai trentacinquenne, decide di appendere gli scarpini al chiodo, volendosi concentrare a pieno sul ruolo di mister.

La prima mossa attuata dal tecnico è quella del ringiovanimento della squadra, puntando soprattutto sui ragazzi del vivaio, che grazie all’opera di Revie diventa uno dei migliori del Regno Unito. La rosa viene totalmente ridimensionata e i giocatori del vecchio ciclo su cui Don punta sono essenzialmente quattro: l’esperto Jack Charlton, fratello del più famoso Bobby, che grazie a Revie vive una seconda giovinezza arrivando a guadagnarsi a 31 anni – negli anni ’60, a quell’età, i giocatori erano considerati praticamente finiti – la convocazione per il Mondiale del 1966, poi vinto dalla sua Inghilterra; il ventenne scozzese Billy Bremner, arrivato nello Yorkshire tre anni prima; il terzino sinistro Willie Bell, anche lui scozzese; e il portiere Gary Sprake, gallese di appena diciassette anni.

La seconda novità apportata da Revie è anch’essa storica: fa cambiare i colori sociali del club, passando dallo storico gialloblù al bianco, ancora oggi colore principale della squadra. Don sceglie il bianco per la sua ammirazione nei confronti del Real Madrid, allora squadra dominatrice in Europa, ma anche per dare implicitamente ai suoi ragazzi la stessa fame di vittorie del colosso spagnolo.

Tra gli innesti per l’annata 1962/63 ci sono soprattutto quattro ragazzini che diventeranno autentiche leggende del club. I loro nomi sono Norman Hunter, Paul Reaney, Mick Bates e Peter Lorimer: i primi due sono appena maggiorenni, i secondi hanno invece quindici anni. Bates e Lorimer, per ragioni di età, vengono aggregati alle giovanili – ma con sporadiche apparizioni in prima squadra –, mentre Hunter e Reaney sono tra i protagonisti di un’ottima stagione: il giovane Leeds di Revie arriva quinto in classifica, a tre punti dalla promozione in First Division. L’appuntamento per ritornare definitivamente nel salotto buono del calcio d’Oltremanica è soltanto rimandato: nell’estate 1963 ad Elland Road arrivano in prima squadra l’ala Terry Cooper e il local boy Paul Madeley, un autentico jolly tra difesa e centrocampo, ma soprattutto l’irlandese Johnny Giles, che andrà a comporre con Bremner e Madeley un terzetto di centrocampo completo, ma soprattutto dominante in patria. I bianchi dello Yorkshire stravincono il campionato e volano in First Division, questa volta per restarci.



Il primo anno in top flight è ai limiti dell’incredibile: dopo una battaglia in vetta con il mitico Manchester United di Matt Busby, la squadra di Revie arriva all’ultima giornata con un punto di vantaggio sui Red Devils, che però hanno una partita da recuperare. Vincere vorrebbe dire mettere una seria ipoteca sul titolo, ma i Whites pareggiano 3-3 contro il Birmingham City mentre il Manchester, imponendosi sull’Arsenal per 3-1 ad Old Trafford, arriva a pari punti laureandosi campione in virtù della miglior differenza reti. Nello stesso anno i Peacocks arrivano per la prima volta in finale di FA Cup, arrendendosi soltanto ai supplementari contro il Liverpool di Bill Shankly.

La rivalità tra Leeds e Manchester, una delle più viscerali in Inghilterra, inizia ufficialmente in ambito calcistico solo nel 1965, ma in realtà rinsavisce quell’odio che dura da più di 500 anni, dalla famosa Guerra delle due rose, nella quale Yorkshire e Lancashire hanno combattuto nell’arco di trent’anni per mettere un esponente della propria casata sul trono inglese.

Revie e il Leeds hanno esordito col botto sul palcoscenico più importante, ma l’allenatore non vuole fermarsi soltanto a degli ottimi piazzamenti. Si ritorna così sul mercato, ma non avendo le potenzialità finanziarie del Manchester United o del Liverpool, la necessità è quella di puntare di nuovo sui giovani: viene definitivamente promosso in prima squadra Peter Lorimer, mentre il suo posto nelle giovanili viene preso dal diciottenne Eddie Gray, anche lui scozzese di belle speranze. La stagione 1965/66 vede il Leeds di nuovo secondo, questa volta dietro al Liverpool. Una stagione comunque storica per la prima apparizione europea del club, in Coppa delle Fiere, dove raggiunge le semifinali, fermato dal Real Saragozza.

L’anno successivo i ragazzi di Revie arrivano quarti in campionato ma migliorano il piazzamento in Europa: questa volta, sempre in Coppa delle Fiere, si arriva in finale, ma il trofeo se lo portano a casa i più esperti jugoslavi della Dinamo Zagabria. Il Leeds raggiunge anche la semifinale di Coppa d’Inghilterra, dove però il Chelsea ha la meglio.



Don ha tra le mani una squadra quasi ideale, con un unico neo: una punta centrale. Se sulle fasce Lorimer e Gray sono ormai i titolari fissi, al centro i vari Belfitt, Greenhoff, Storrie e Peacock, non convincono a pieno l’allenatore, causa troppi infortuni, età – è il caso di Peacock – o semplicemente una media realizzativa non proprio eccelsa. Per questo, nell’estate 1967, Revie chiede alla società un attaccante giovane e che segni molto, anche a costo di spendere tanto. La scelta ricade su Mick Jones, ventiduenne attaccante dello Sheffield United, per il quale il Leeds spende la cifra, allora astronomica, di 100.000 sterline – nel 1967 il record per il trasferimento più oneroso in Inghilterra era di 115.000 pounds, spesi dal Manchester United per riportare Denis Law in patria dopo l’esperienza al Torino.

Gli effetti si vedono sin da subito: lo United, nonostante a livello domestico replichi praticamente i risultati dell’anno precedente nei trofei più importanti ­– quarto posto in First Division e semifinali di Coppa d’Inghilterra –, riesce finalmente a conquistare i suoi primi due trofei: il primo, storico, trionfo è la Coppa di Lega, ottenuto il 2 marzo 1968 battendo l’Arsenal 1-0 in finale a Wembley con gol del terzino Terry Cooper, reinventato in quel ruolo proprio da Revie ­– originariamente era un’ala ma l’esplosione di Lorimer e Gray, assieme alla partenza del terzino veterano Willie Bell hanno fatto il resto. Il secondo è una storica affermazione continentale: dopo una semifinale e una finale, Whites riescono finalmente a trionfare in Coppa delle Fiere, trofeo mai riconosciuto dalla UEFA ma al tempo secondo per prestigio solo alla Coppa dei Campioni, vinta quell’anno proprio dagli acerrimi rivali del Manchester United. Fosse esistita la Supercoppa Europea staremmo a parlare di uno dei Leeds-Manchester più accesi di sempre.

Dalle attempate immagini della gara si può intravedere quello che è una delle caratteristiche della squadra di Revie, che gli farà guadagnare il soprannome di Dirty Leeds

Il cammino europeo è praticamente perfetto: la formazione di Don Revie non perde nemmeno una partita nonostante le sfide con squadre blasonate come Partizan Belgrado – finalista della Coppa Campioni solo due anni prima ­–, Rangers e Ferencváros, con quest’ultimo affrontato in finale, anch’essa con la formula di andata e ritorno. Nel first leg ad Elland Road i padroni di casa si impongono per 1-0 con gol di Mick Jones, proprio quell’attaccante che a Revie serviva come il pane. Quella rete risulta decisiva, perché nella finale di ritorno a Budapest, davanti a quasi 80.000 spettatori, il Leeds United riesce a inchiodare fino alla fine la partita sullo 0-0 portandosi a casa la coppa.

Quello è anche stato l’anno del primo famoso incontro tra Revie e Brian Clough: il 27 gennaio del 1968 si gioca il terzo turno di FA Cup, e il Derby County, allora militante in seconda divisione, affronta in casa proprio il Leeds. Il match finisce 2-0 per gli ospiti, ma Clough è risentito per due motivi: il primo sono le scorrettezze in campo dei ben più quotati avversari; il secondo, ma non per importanza, è il fatto che Revie, dopo la partita, non si sia nemmeno presentato nell’ufficio del collega per un bicchiere di vino e due chiacchiere, rito abbastanza consueto nel calcio inglese di allora. È proprio quell’episodio che fa nascere in Clough quella fame di vittorie che lo porterà ad essere uno degli allenatori britannici più vincenti della storia, ma soprattutto fa sorgere in lui un profondo odio verso il Leeds e in modo particolare nel confronti del suo allenatore.



È nella stagione 1968/69, però, che Revie e i suoi ragazzi compiono la loro più grande impresa: dopo appena cinque anni dalla promozione, la squadra è per la prima volta campione d’Inghilterra. Tra i tanti fattori che hanno permesso ai bianchi di vincere il campionato, c’è il rendimento casalingo: Elland Road è un vero e proprio fortino, il Leeds costruisce lì il trionfo vincendo 18 partite su 21 e pareggiando le altre tre. Memorabili le vittorie casalinghe contro il Liverpool, per 1-0, e soprattutto contro l’odiato Manchester United per 2-1. Il primo storico scudetto viene messo in cassaforte proprio nella tana dei principali rivali di quell’anno: ad Anfield contro il Liverpool finisce 0-0, non permettendo matematicamente nessuna rimonta ai Reds, che finiranno secondi a sei punti dai futuri campioni.

Leeds Revie

Il successo in campionato permette ai Peacocks di partecipare per la prima volta alla Coppa dei Campioni, ma attira anche molte critiche da parte dei rivali: la squadra è accusata di continue scorrettezze in campo e nei confronti dell’arbitro di turno. Le accuse sono alimentate soprattutto dai tifosi delle big storiche, che faticano ad accettare che una squadra fino a poco prima sconosciuta tolga il predominio nazionale a Manchester United e Liverpool, ma allo stesso tempo non sono prive di fondamento, anche se vanno contestualizzate alla loro epoca. Lo storico numero 7 del Manchester United George Best, ad esempio, era solito giocare senza parastinchi, salvo metterli proprio nelle partite contro il Leeds di Don Revie: «Odiavo giocare contro di loro, erano un maledetto incubo». Le considerazioni di un giocatore come il Belfast boy, più di qualsiasi immagine, fotografano perfettamente la fama dei fumantini ragazzi di Revie. Una fama che, nel corso degli anni, ha dato ai bianchi dello Yorkshire anche un innegabile vantaggio competitivo, suscitando terrore negli avversari.

L’essenza del Dirty Leeds – come verranno soprannominati e come sono ancora oggi ricordati – si riflette anche nei modi e nei metodi del proprio allenatore, che scartava spietatamente coloro che considerava non degni o poco avvezzi al sacrificio e al gioco della sua squadra – nei primi due anni in carica scartò 27 calciatori che non rispondevano ai suoi requisiti. Nonostante fosse un sergente di ferro, il manager di Middlesbrough era solo apparentemente depositario di un calcio vecchio stile, è stato infatti tra i pionieri dei moduli moderni: soprattutto nella seconda parte della sua parentesi al Leeds schiera la squadra sia con il 4-3-3 che con il 4-4-2, moduli non ancora così utilizzati. In porta Sprake; quartetto difensivo composto da Reaney, Charlton, Hunter e Cooper; terzetto di centrocampo ideale composto da Bremner, Giles e Madeley, con Bates ottimo rincalzo; mentre i tre davanti sono Lorimer, Gray e uno tra Jones e il nuovo acquisto Clarke – arrivato dal Leicester per la cifra record di 165.000 sterline. L’approdo alla corte di Revie di quest’ultimo spinge il tecnico verso il secondo modulo, con la diga a centrocampo formata da Giles e Bremner e l’esplosivo tandem offensivo Clarke-Jones.



La squadra è migliorata ma la stagione 1969/70 non è buona come la precedente. Ad agosto i neo-campioni d’Inghilterra vincono il loro primo Charity Shield battendo 2-1 il Manchester City ad Elland Road grazie alle reti di Gray e Jack Charlton, che nonostante fosse un centrale difensivo aveva una media realizzativa molto alta – con la maglia del Leeds United ha segnato 95 gol. In campionato, però, non riescono a difendere il titolo, finendo comunque secondi in un torneo dominato dall’altra squadra di Liverpool, l’Everton. L’esordio assoluto in Coppa Campioni, invece, è più che convincente: i Whites eliminano in sequenza Lyn Oslo, Ferencváros e Standard Liegi, approdando in semifinale. Di fronte c’è tuttavia il mitico Celtic guidato da Jock Stein, prima squadra britannica a vincere il massimo trofeo continentale – nel 1967, battendo in finale la Grande Inter di Herrera –, che ha la meglio: il Leeds perde per 1-0 in Inghilterra e per 2-1 a Celtic Park. Mick Jones si consolerà parzialmente con il titolo di capocannoniere della competizione.

La delusione più grande dell’anno è però la FA Cup, unico trofeo nazionale che manca alla bacheca del club. I bianchi dello Yorkshire arrivano agevolmente in semifinale, dove incontrano gli acerrimi rivali del Manchester United. La partita, giocata sul campo neutro di Sheffield, finisce 0-0. Si va così al replay, sempre in campo neutro ­– questa volta a Birmingham –, ma dopo i supplementari le reti sono ancora inviolate. Il regolamento non prevede i calci di rigore, ma un’ulteriore replay tre giorni dopo, il 26 marzo 1970, questa volta a Bolton. Finalmente il Leeds riesce a spuntarla, vincendo 1-0 con la rete in apertura di capitan Bremner. Per la prima volta nella loro storia i Peacocks raggiungono l’atto conclusivo della Coppa d’Inghilterra, ma davanti c’è quel Chelsea che aveva negato a Revie la finale tre anni prima.

La cornice è quella del vecchio Wembley e la partita è bellissima: il Leeds passa in vantaggio dopo venti minuti con un colpo di testa del difensore-goleador Jackie Charlton, ma i londinesi riescono a pareggiare a cinque minuti dall’intervallo con un tiro dalla distanza di Houseman, dove Sprake non è esente da colpe. Il secondo tempo vede un predominio del Leeds, che riesce a segnare il 2-1 a sei minuti dal triplice fischio con Jones, ma passano soltanto 120 secondi e il Chelsea trova nuovamente il pareggio con Hutchinson. Nel corso dei supplementari nessuna delle due squadre riesce a trovare il gol decisivo, e per le regole di allora si giocherà il replay – in finale non accadeva dal 1912.

Il primo match è stato talmente combattuto da rendere il prato di Wembley inutilizzabile, inducendo gli organizzatori a trovare un altro impianto dove giocare il replay, e lo stadio scelto è l’Old Trafford di Manchester, la tana dei nemici più acerrimi del Leeds. A dare ancora più fascino a questa doppia sfida è la contrapposizione socio-politica delle due squadre e dei loro territori: da una parte abbiamo Leeds, città operaia e prevalentemente laburista, i cui modi spicci si riflettono nella propria squadra e in Revie, anche lui uomo del nord; dall’altra il Chelsea, squadra della Londra bene e conservatrice. Il tecnico del Leeds opta per un solo cambio: Sprake in panchina, in porta gioca il giovane David Harvey, prodotto delle giovanili, che pian piano si approprierà del posto da titolare. Il replay, per molti, è anche più bello della prima partita: la squadra di Don Revie passa in vantaggio con una splendida rete di Mick Jones, ma nella ripresa i Blues crescono e pareggiano a dieci minuti dalla fine con Peter Osgood, autentico idolo della tifoseria e simbolo del club. Si va così ai supplementari, ma questa volta non c’è bisogno di un nuovo replay: al minuto 104 il Chelsea segna il 2-1 grazie al gol del centrale difensivo David Webb, con il risultato che rimane invariato fino al triplice fischio. È la prima storica FA Cup per i londinesi, ma anche l’ennesima beffa per il Leeds.

Il match, oltre ad essere stato calcisticamente magnifico – è stato eletto come una delle più grandi finali di FA Cup di sempre –, è stato anche, per citare Scola, brutto, sporco e cattivo, e si è infatti guadagnato l’appellativo di partita più brutale nella storia del calcio inglese. La gara è diventata così iconica che negli anni è stata rivista da diversi arbitri: David Elleray, nel 1997, ha dichiarato che avrebbe mostrato sei cartellini rossi, mentre nel 2020 Michael Oliver ha addirittura optato per 11. Quella sera, all’Old Trafford, il direttore di gara Eric Jennings mise a referto solo un’ammonizione.




Il Leeds di Revie parte tra i favoriti per il titolo anche nell’annata successiva, ma arriva secondo a un punto dall’Arsenal, l’anno prima arrivato soltanto dodicesimo. La stagione sembra da dimenticare, anche per la clamorosa eliminazione al quinto turno di FA Cup per mano del Colchester – che allora militava in quarta serie –, ma il riscatto arriva in ambito europeo: il Leeds vince di nuovo la Coppa delle Fiere, eliminando tra l’altro il Liverpool in semifinale, vincendo l’andata 1-0 ad Anfield – decisivo l’uomo dei gol pesanti, Billy Bremner – e pareggiando 0-0 in casa.

La finale mette di fronte gli inglesi e la Juventus, alla sua prima finale europea. La gara d’andata, al Comunale di Torino, viene interrotta dopo 50 minuti per l’incessante pioggia che rendeva il campo impraticabile. Si rigioca due giorni dopo, con la Juve che passa in vantaggio con Bettega ma viene raggiunta da un gol di Madeley; cinque minuti dopo l’1-1 Capello riporta avanti i bianconeri, ma Mick Bates, entrato dalla panchina, firma il definitivo 2-2 a tredici minuti dal fischio finale. Il ritorno ad Elland Road si decide nel primo tempo: Allan Clarke porta in vantaggio i suoi al dodicesimo, Anastasi pareggia otto minuti dopo. La Juve spinge per cercare il gol del sorpasso ma la difesa inglese resiste fino alla fine, dando al Leeds la coppa in virtù delle reti fuori casa, prima volta nella storia delle competizioni europee. Quest’edizione rimane nella storia come l’ultima della Coppa delle Fiere, sostituita dalla Coppa UEFA.

Il Leeds, in virtù del secondo posto in campionato e della vittoria europea, si qualifica per questa nuova competizione, ma viene eliminato al primo turno dai belgi del Lierse. Revie capisce che deve cambiare qualcosa in difesa: Charlton ha ormai 37 anni e Cooper è costantemente infortunato, si decide così di acquistare a metà stagione il promettente Trevor Cherry dall’Huddersfield, che farà segnare più 400 presenze con la maglia bianca. Cherry si impone subito come titolare a sinistra, dando maggior solidità ad una difesa sempre più acciaccata e traballante. Dopo la cocente eliminazione europea, l’obiettivo sono i due trofei nazionali. In campionato la lotta è serrata: con il Manchester United in evidente declino – retrocederà soltanto due stagioni dopo –, le contendenti per il titolo sono tre: il Leeds, il solito Liverpool e il sorprendente Derby County, arrivato in prima divisione solo due anni prima. In panchina c’è quel Brian Clough che non ha ancora digerito lo sgarbo del 1968 e vuole assolutamente togliere il predominio domestico ai ragazzi di Revie.

Si arriva all’ultima giornata con Liverpool e Derby a quota 56 punti, mentre il Leeds è terzo ad una lunghezza dalla coppia capolista. Anche se sotto in classifica, il Leeds ha una partita da recuperare – come il Liverpool –, e nell’ultima giornata si scontrano proprio le prime due. La squadra di Revie si impone per due a zero in casa sul Chelsea, mentre il County vince lo scontro diretto contro i Reds, estromettendoli dalla corsa scudetto. Clough, nonostante abbia fatto il suo dovere egregiamente, sa quasi per certo di vedere il Leeds soffiargli il titolo, avendo la squadra di Revie due risultati su tre nel recupero contro un Wolverhampton già salvo. Nel frattempo, il 6 maggio 1972, il Leeds vince la sua prima FA Cup, battendo 1-0 in finale i campioni in carica dell’Arsenal con una rete di Clarke. Due giorni dopo, però, accade l’impronosticabile: Bremner e compagni cadono per 2-1 al Molineux e non riescono a raggiungere il Derby County in testa, regalando a Brian Clough e a tutto il Derbyshire il primo titolo della loro storia.



La delusione è tanta, e si ripercuote anche sul campionato successivo, dove il Leeds arriva terzo senza mai impensierire il Liverpool, dominatore del torneo. In Coppa delle Coppe, alla sua prima partecipazione, la formazione di Don Revie arriva fino in fondo, dove affronta un’altra italiana: il Milan. La finale, giocata a Salonicco, vede i rossoneri vincere per 1-0 con gol di Chiarugi in apertura, negando al Leeds di Revie il primo titolo europeo ufficiale. La beffa più grande però arriva in Coppa d’Inghilterra: i Whites raggiungono la finale da detentori del trofeo – dopo aver eliminato il Derby di Clough nei quarti –, trovando di fronte il sorprendente Sunderland, che milita in Second Division. La finale è un autentico miracolo sportivo, dove i biancorossi si portano clamorosamente in vantaggio alla mezz’ora, e il loro portiere, Jimmy Montgomery, para letteralmente di tutto. Il Leeds non riesce a pareggiare e perde 1-0, dando al Sunderland il primo trofeo dopo quasi quarant’anni di digiuno.

Alla fine della stagione Charlton si ritira e il suo posto viene preso dal ventenne Gordon McQueen, promosso definitivamente in prima squadra. La mossa è vincente: il Leeds vince il campionato cinque anni dopo l’ultima volta, perdendo soltanto 4 partite su 42 totali e concludendo il torneo con 62 punti, 5 in più del Liverpool secondo e 14 in più rispetto al Derby terzo. Don Revie saluta Leeds nel modo migliore, da campione d’Inghilterra. Nel luglio 1974, infatti, la squadra perde il suo condottiero: Revie viene nominato nuovo commissario tecnico della Nazionale inglese.

Per il Leeds United la notizia è un fulmine a ciel sereno, e deve trovare un nuovo manager in fretta: la scelta ricade sull’acerrimo rivale Brian Clough, esonerato l’anno prima dal Derby per divergenze con la società. L’esperienza, come detto in apertura, non è delle migliori, con i bianchi che perdono il Charity Shield contro il Liverpool – Bremner verrà squalificato per 11 giornate per una scazzottata con Kevin Keegan durante la partita –, e il ruolino di marcia in campionato è terrificante: una vittoria in sei partite, diciannovesimo posto in classifica e soprattutto il rapporto conflittuale tra i senatori ­– Bremner in primis, ma anche Hunter e Giles – e Clough, che voleva imporre sin da subito come titolari alcuni dei suoi pupilli acquistati dal Derby. Per la vecchia guardia è una situazione insostenibile, e Cloughie viene esonerato dopo nemmeno due mesi alla guida del club. Non è dato sapere se Brian abbia accettato l’incarico effettivamente per vincere più trofei di Revie alla guida della sua squadra o più semplicemente per distruggerla, dato il suo odio mai nascosto per essa, sta di fatto che il Leeds lo sostituisce con Jimmy Armfield, che riporta la squadra in acque tranquille in campionato – la squadra conclude nona e fuori dalle coppe – e si rende protagonista di un percorso entusiasmante in Coppa dei Campioni: elimina ai quarti l’Anderlecht di Rensenbrink ma soprattutto il Barcellona di Cruijff, Neeskens e Michels in semifinale, arrivando per la prima volta all’atto conclusivo della competizione, dove li aspetta il Bayern Monaco campione d’Europa in carica.

Al Parco dei Principi, la squadra di Armfield domina gran parte del match, si vede negare un rigore e annullare una rete per un fuorigioco inesistente, eventi che causano disordini sugli spalti da parte degli inferociti supporter inglesi, tra i più temuti in Europa. La partita viene sospesa e l’inerzia cambia in favore dei più esperti e cinici tedeschi: tra il 71’ e l’81’ il Bayern segna due reti e si porta a casa la seconda Coppa Campioni consecutiva. Gli incidenti di Parigi costeranno al Leeds quattro anni di squalifica dalle coppe europee, togliendo indirettamente molto appeal nei confronti della squadra, che dopo l’addio di Don non ha attuato un ricambio generazionale adeguato per mantenersi al top. Senza più l’eccellente scouting di Revie e del suo staff, il Leeds United inizia un lento declino proprio a partire da quella finale, retrocedendo in seconda divisione nel 1982.

Don Revie, dopo la deludente esperienza con la Nazionale inglese, va ad allenare la selezione degli Emirati Arabi Uniti, con risultati mediocri nell’immediato, ma il suo sforzo per la modernizzazione degli impianti sportivi del Paese e l’applicazione dei suoi metodi di lavoro hanno permesso alla Nazionale araba di centrare una clamorosa qualificazione ai Mondiali del 1990, dieci anni dopo il suo addio. Quello che fece più notizia al tempo era il suo contratto da 340.000 sterline all’anno, cifra quasi impensabile per qualsiasi squadra professionistica del tempo. Revie fu additato in patria come un mercenario, e la sua reputazione venne così tanto messa a repentaglio dalla stampa, che da allora in poi non ha allenato più nessun club in Inghilterra, arrivando a ritirarsi dal mondo del calcio nel 1985, a soli 58 anni. Ammalatosi di SLA due anni dopo il suo ritiro, Don Revie si spegne ad Edimburgo il 26 maggio del 1989, non riuscendo a vedere il suo amato Leeds vincere di nuovo il titolo nazionale, nella stagione 1991/92.

Il Dirty Leeds è stata una delle squadre più forti nella storia del campionato inglese, un collettivo che ha fondato le proprie vittorie su un gruppo estremamente coeso attorno alla figura del proprio allenatore, prima che sulle proprie qualità. Donald George Revie è senza dubbio una leggenda del calcio d’Oltremanica, ma soprattutto una leggenda del Leeds, una squadra che in poco più di una decade ha portato dal calcio di provincia al tetto d’Inghilterra.

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